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 2007  gennaio 17 Mercoledì calendario

Italia troppo lenta per gli eredi di Adam Smith Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio «Non importa se si inizia con la libertà politica o con quella economica - disse Margaret Thatcher -

Italia troppo lenta per gli eredi di Adam Smith Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio «Non importa se si inizia con la libertà politica o con quella economica - disse Margaret Thatcher -. Prima o poi si finisce con entrambe». L’allora premier di Londra era in visita a Pechino quel giorni e ieri, vent’anni dopo, la Heritage Foundation le ha dato insieme ragione e torto. Nella sua classifica del 2007, i Paesi più liberi al mondo in campo economico coincidono semplicemente con il cuore dell’Impero britannico del ’700: da Hong Kong (prima), agli Stati Uniti (quarti), a Gran Bretagna e Irlanda (sesta e settima), con il Canada «solo» decimo. Ma la Heritage in collaborazione con il «Wall Street Journal» con il suo studio pubblicato ieri offre anche elementi contraddittori agli epigoni di Adam Smith, convinti che la libertà dei singoli di perseguire i propri interessi ispiri la crescita dell’economia. Nella classifica per esempio la Cina emerge solo 119esima su 157, eppure vanta uno dei più grandi attivi commerciali che la storia ricordi. Né le liberalizzazioni economiche di Pechino, di cui la Heritage dà atto, hanno allentato la stretta del partito comunista. E l’India, democrazia e già possedimento della Corona, contraddice in apparenza il teorema di Thatcher: ha il posto 104 per libertà economica, ma è al cuore dell’industria globale del software. Se questa è la sfida fra modelli fotografata nell’«Indice della libertà economica», la 60esima posizione dell’Italia potrebbe passare come una nota a piè di pagina. Non fosse per le sue particolarità: il Paese negli ultimi anni ha liberalizzato l’accesso al mercato del credito, alcune regole sul lavoro e, dai taxi ai farmaci, vari settori dei servizi e della distribuzione. Intanto è scivolato nella classifica della Heritage. Era fra i primi 30 nell’edizione del 2005, 42esima nel 2006 e ora si trova 28esima su 41 in Europa. Indietro non solo su Germania, Spagna o Francia – piazzate in quest’ordine – ma scavalcata nel mondo anche dalla Namibia, dalla ex sovietica Armenia, da un emirato feudale come il Bahrain o dalla Thailandia, guidata da una giunta militare che ha appena provato disastrosamente a congelare i flussi di capitali esteri. Possibile? La Heritage osserva che in quasi tutto il mondo si eliminano i vincoli sempre più in fretta. Basta quindi farlo lentamente per perdere posizioni. Fra i punti deboli di un’economia italiana ritenuta «libera al 63,4%» spiccano così i diritti di proprietà resi più fragili dalla lentezza della giustizia, i continui aumenti della spesa pubblica che nel 2006 ha continuato a salire fino al 47,4% del reddito nazionale e un livello di corruzione stimato sotto le medie mondiali ma sopra quelle europee. Tutti voti messi insieme incrociando quelli di settore della Banca mondiale e di altri organismi internazionali. Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, che ha assistito la Heritage sull’Italia, ha una messa in guardia: dalla pressione fiscale alla libertà finanziaria, il frullatore di numeri della classifica dà identico peso a dieci fattori diversi. E non ne considera altri: Paesi emergenti in pieno boom salgono nella scala, ma magari negano la libertà di stampa a scapito degli investitori. Eppure Heritage non calcola simili mancanze. «Non tutto va preso alla lettera», conclude Stagnaro. Conta la dinamica: se i dieci Paesi «più liberi» sono anche fra i più ricchi al mondo, in fondo, non sarà solo perché furono parte di un impero declinante già più di un secolo fa. Federico Fubini