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 2007  gennaio 17 Mercoledì calendario

Lettera a Sergio Romano: Ante Pavelic, dittatore crudele e fortunato. Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio Ho letto la sua nota su Sir Oswald Mosley, il baronetto inglese, un po’ patetico, che sognava un’Inghilterra fascista

Lettera a Sergio Romano: Ante Pavelic, dittatore crudele e fortunato. Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio Ho letto la sua nota su Sir Oswald Mosley, il baronetto inglese, un po’ patetico, che sognava un’Inghilterra fascista. Mi è venuta alla mente, per analogia, un’altra vicenda, quella di Ante Pavelic, l’uomo politico jugoslavo che nel 1941, dopo l’invasione della Croazia da parte delle forze dell’Asse, riuscì a costituire uno «Stato indipendente croato» totalmente subordinato alla Germania nazista e all’Italia fascista. La corona del nuovo Stato fantoccio offerta al duca Aimone di Savoia-Aosta, la «pulizia etnica» che comportò la morte di circa 700.000 persone specie serbo-ortodossi, la fuga di Pavelic nel 1945 in Argentina e la sua morte in Spagna per le conseguenze delle ferite riportate in un attentato nel 1957, sono eventi non ancora del tutto chiariti. Gradirei potere avere da lei una rivisitazione aggiornata delle imprese di Ante Pavelic che, tra l’altro, è ricordato anche perché fondatore degli ustascia, responsabili dell’assassinio del re Alessandro I a Marsiglia nel 1934. Renato Cimino rencim@tin.it Caro Cimino, non tutto è chiaro effettivamente nella vita di Ante Pavelic: troppe società segrete, troppi complotti, troppi intrighi, troppi periodi clandestini trascorsi sotto falso nome e mentite spoglie (fra cui, a quanto sembra, qualche tempo in un monastero di Castel Gandolfo dopo la Seconda guerra mondiale, camuffato da frate). Ma conosciamo le tappe principali della sua formazione politica e soprattutto la sua spietata persecuzione dei serbi e degli ebrei negli anni in cui fu Poglavnik (letteralmente «colui che è alla testa» di un movimento o di un Paese) del regime nazionalista croato durante la Seconda guerra mondiale. Nacque in Bosnia, a pochi chilometri da Sarajevo, nel 1889, cominciò i suoi studi nell’antica città di Travnik (a cui Ivo Andric dedicò uno dei migliori romanzi), li completò in un collegio di gesuiti, prese una laurea in giurisprudenza a Zagabria e fece i suoi esordi politici, prima della Grande guerra, in un movimento nazionalista clandestino. Quando la Croazia, dopo la fine del conflitto, divenne parte del nuovo regno che la dinastia serba aveva creato nei Balcani, i nazionalisti croati vinsero le elezioni locali e Pavelic fece il suo ingresso in Parlamento. Ma non appena re Alessandro, con un colpo di Stato, lo sciolse, Pavelic costituì un movimento degli «insorti» (in serbo-croato ustasé) che intendeva battersi per l’indipendenza della regione. Sembra che l’ingresso nell’organizzazione avvenisse con una cerimonia iniziatica. Il «catecumeno» prestava giuramento di fronte a un tavolo avvolto nella bandiera croata su cui erano posati un crocifisso, un pugnale e una pistola. Prometteva di fronte a Dio che avrebbe combattuto per l’indipendenza della Croazia sino alla morte, obbedito ciecamente agli ordini del Poglavnik, pagato con la vita il tradimento. I membri del movimento si dispersero. Alcuni restarono in Jugoslavia per organizzare attentati, altri andarono ad addestrarsi nei due Paesi (Italia e Ungheria) che erano maggiormente disposti ad accogliere e a finanziare i nemici di Belgrado. Pavelic finì in Italia e di lì in Francia dove fu regista del mortale attentato contro re Alessandro di Jugoslavia a Marsiglia il 9 ottobre 1934. Processato e condannato a morte, si rifugiò nuovamente in Italia dove il governo lo mise in prigione per qualche tempo, ma rifiutò di estradarlo e finì per concedergli una sorta di libertà vigilata in Toscana, tra Firenze e Siena. Da quel momento le quotazioni del Poglavnik oscillarono con l’evoluzione dei rapporti italo-jugoslavi. Se Roma e Belgrado andavano d’accordo, Pavelic veniva trattato come un ospite sgradito. Se i due Paesi litigavano, l’esule diventava nuovamente utile e veniva trattato con i guanti. Il suo momento, come gli disse Mussolini durante un incontro a Villa Torlonia, venne quando la Jugoslavia, con un improvviso cambiamento di linea politica, rifiutò di ratificare il Patto Tripartito, firmato nei giorni precedenti. I tedeschi bombardarono Belgrado, attraversarono la frontiera e nel giro di poche ore occuparono Zagabria. Quando capì che la Croazia sarebbe caduta nella sfera d’influenza del Reich, Mussolini convocò Pavelic a Roma e negoziò con lui una sorta di traballante protettorato italiano. La Croazia sarebbe stata indipendente, ma avrebbe avuto un re italiano (Aimone di Savoia, duca di Spoleto e Aosta), avrebbe ceduto all’Italia una parte della Dalmazia e concesso il resto con un affitto enfiteutico. Il resto, caro Cimino, l’ha già raccontato lei. Pavelic fu uno dei più efferati dittatori del Novecento, ma anche uno dei più fortunati. Mentre i suoi protettori, Mussolini e Hitler, morivano di morte violenta, il Poglavnik riuscì a eclissarsi e a riapparire qualche tempo dopo in Argentina dove fu, a quanto pare, consigliere del generale Perón. Morì a Madrid nel 1959. Sergio Romano