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 2007  gennaio 17 Mercoledì calendario

L’offerta dei Paesi arabi: scambio Bagdad-Palestina. Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio Prima si diceva «Terra in cambio di pace» per indicare la soluzione, che nessuno è finora riuscito a trovare, del conflitto tra israeliani e palestinesi

L’offerta dei Paesi arabi: scambio Bagdad-Palestina. Corriere della Sera, mercoledì 17 gennaio Prima si diceva «Terra in cambio di pace» per indicare la soluzione, che nessuno è finora riuscito a trovare, del conflitto tra israeliani e palestinesi. Adesso, la parola pace è stata sostituita dal nome di un Paese sinonimo di guerra, l’Iraq, devastato da una violenza insensata, come anche gli attentati di ieri confermano: quasi 100 morti. «Iraq in cambio di Terra», suggerito da un anonimo diplomatico del Golfo, sarà anche uno slogan stucchevole, ma in realtà riassume lo stato d’animo che i ministri degli esteri dei Paesi arabi moderati hanno espresso, pur con qualche ambiguità, al segretario di Stato Condoleezza Rice, giunta ieri sera nel Kuwait. Significa in sostanza una suggestiva offerta: noi vi sosteniamo e vi aiutiamo a stabilizzare l’Iraq, e voi americani vi impegnate a rilanciare il processo di pace in Medio oriente, favorendo la creazione dello Stato palestinese. Il paradosso è che gli arabi moderati – Sauditi in testa ”, pur criticando la politica di Washington nella regione, hanno bisogno degli Usa quanto questi ultimi hanno bisogno di loro. La sola idea che il presidente Bush decida, nel prossimo futuro, di ritirare rapidamente i suoi soldati dall’Iraq toglie il sonno a tutti i leader sunniti mediorientali, terrorizzati dalla possibilità che Bagdad finisca nelle mani degli estremisti sciiti, sostenuti dall’Iran. Ecco perché, alla richiesta di collaborare con gli Usa e di sostenere il governo iracheno, l’Egitto, la Giordania e i reami del Golfo rispondono positivamente, ponendo però tre condizioni: che le milizie vengano disarmate; che si riveda la Costituzione, ritenuta troppo favorevole alla maggioranza sciita, e quindi si garantisca alla minoranza sunnita, non soltanto adeguata rappresentatività ma spazi di potere che ora sono preclusi. Tuttavia, non è questa la madre di tutte le condizioni del «patto di collaborazione». Gli arabi chiedono all’amministrazione Bush di premere su Israele perché riconosca i diritti dei palestinesi, e si impegni a rilanciare il processo di pace. vero che la Rice ha già annunciato un prossimo vertice con il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), ma agli arabi il summit non basta: chiedono al segretario di Stato impegni precisi e non generiche promesse. Si ripropongono insomma sperimentate schermaglie diplomatiche, anche se stavolta la partita è davvero decisiva: perché il pericolo del contagio regionale della violenza è altissimo, e perché la moltiplicazione del conflitti può produrre uno scontro generalizzato. Da incubo lo scenario di una guerra tra sciiti e sunniti. Con il rischio che per bilanciare la minaccia dell’atomica iraniana si creino le condizioni per creare un simmetrico arsenale nucleare arabo nel Golfo. Persino Teheran, assai più turbata dall’intransigenza della Casa Bianca di quanto dicano le minacce del presidente Ahmadinejad, ha chiesto ai sauditi un aiuto per poter aprire un canale di dialogo con gli Usa.  indubbiamente un segnale importante, che dimostra quanto i timori siano condivisi da tutte le parti coinvolte, nessuna esclusa. E a questo segnale si aggiungono le indiscrezioni, pubblicate dal quotidiano Haaretz, disolito ben informato e documentato, sui colloqui segreti – tra il 2004 e il 2006 – tra Israele e la Siria. Colloqui, favoriti da intermediari europei e turchi e condotti da rappresentanti non ufficiali delle due parti, che avrebbero prodotto una bozza d’accordo per risolvere il conflitto tra i due Paesi. Gli incontri non si sarebbero arenati a causa della guerra della scorsa estate tra Israele e l’Hezbollah libanese (sostenuto dalla Siria), ma di fronte al rifiuto di renderli pubblici. La bozza, definita «non paper», non è ovviamente firmata. Ed è stato facile, per Gerusalemme e per Damasco, reagire con sonore smentite. Ma si sa che in Medio Oriente tutti i passi avanti, nonostante i dinieghi ufficiali, sono stati compiuti nell’ombra. L’ipotesi di un ritiro Usa spaventa i leader sunniti Persino Teheran cerca un canale di dialogo con Washington Antonio Ferrari