La Repubblica 17/01/2007, pag.53 Adriano Sofri, 17 gennaio 2007
Un tête a tête con la statua dell’atleta. La Repubblica 17 gennaio 2007. Se sapete tenere un segreto, ho un affare da suggerirvi
Un tête a tête con la statua dell’atleta. La Repubblica 17 gennaio 2007. Se sapete tenere un segreto, ho un affare da suggerirvi. Prendete un treno per Firenze, e venite a vedere la statua di bronzo pescata nell´Adriatico croato di Lussino nel 1999, meravigliosamente restaurata, ed esposta in una saletta abbagliante del Palazzo Medici Riccardi. Dovete sbrigarvi, però: chiude il 30 gennaio, dopo di che in Italia non sarà più possibile vederla. A meno che siate fra i quasi 60 mila che l´hanno già vista, dal 30 settembre a ora. Dov´è l´affare? Nel fatto che, esaurita la folla natalizia, ci sono ore intere in cui il giovane Atleta resta solo nella sua stanza bianca, e voi potete stargli di fronte, e girargli attorno - nemmeno i destinatari antichi avevano un privilegio simile, se davvero la statua era collocata in una nicchia - e farvi un´idea di lui e della lontananza di millenni e di naufragi da cui viene, e finalmente farvi un´idea di voi stessi, al paragone. Non tanto il paragone fisico, che è soverchiante: qualunque età abbiate voi, lui ha più di duemila anni e ne ha sì e no diciannove. alto un metro e 92 - i suoi contemporanei in carne e ossa saranno stati sì e no un metro e mezzo, e anche Paride, anche Platone - ha guance piene, capezzoli e labbra rosse di rame e capelli a ciocche di fiamma. Ha muscoli imponenti sul collo, le spalle e gli avambracci, ma diventa più snello e slanciato dalla vita in giù, e ha piedi e soprattutto mani piccole e delicate, come le orecchie, sicché mi pare improbabile che si trattasse di un pugile, o di un pancraziaste (cioè di un atleta di kick-boxing) e nemmeno di un lottatore. Dalla rivelazione dei bronzi di Riace in qua, sono le natiche ad affascinare soprattutto spettatrici e spettatori, mentre il pene, pur curatissimo - il pube è un inserto a sé nella fusione - è manieratamente piccolo, perché nella Grecia classica sono itifallici o hanno un grosso membro solo i satiri e le creature banausiche, manovali e genti meccaniche. Ritratto dopo la gara in cui si è cimentato, e forse ha vinto (sarebbe troppo bello che si fondesse una statua all´atleta sconfitto), il giovane sta detergendosi, e per questo si chiama apoxyomenos, benché lo strumento col quale si raschia via l´olio, lo strigile, sia perduto. una copia, ma bellissima e preziosa, di un originale perduto della metà del IV secolo a.C., una copia ellenistico-romana del II-I secolo a.C.. Ne esistono altre sette versioni, in marmo, bronzo e basalto. La più simile, in bronzo, uguale per dimensioni ma più tozza, cosiddetta dell´Atleta di Efeso, è custodita a Vienna. Fu ritrovata nel 1896, lo stesso anno dell´Auriga di Delfi, spezzata in 234 frammenti al suolo, circostanza rara, perché quasi tutte le grandi statue di bronzo antiche superstiti - poche decine in tutto sulle decine di migliaia che popolavano la Grecia - sono state trovate nel fondo del mare, dove finivano per naufragio, o perché le navi minacciate dalla tempesta se ne disfacevano per alleggerirsi, o perché venivano sfregiate e gettate nella discarica marina. Se no, venivano rifuse per farne armi utensili e monete. La nostra era incastrata fra due rocce sul fondo di sabbia a 45 metri, e lì la vide, beato lui, un subacqueo belga. L´Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che fu già protagonista del miracolo dei bronzi di Riace (vi ricordate: prima che il furor di popolo ne decretasse la meraviglia erano stati messi discretamente in mostra soltanto come un esempio delle tecniche di restauro!), ha collaborato con i croati alla pulitura della statua, che ha preso sei anni, guadagnando così a Firenze l´onore di ospitare il giovane fusto. Colpisce in lui una concentrazione interiore, che è quella che induce lo spettatore a guardarsi quasi istintivamente dentro: più misteriosa, dal momento che l´interno della statua è interamente svuotato, e da qualche fessura nella chioma si intravede la testa vuota, e anche gli occhi, che hanno perso la pasta di vetro della cornea e dell´iride, così svuotati hanno una lontananza suggestiva. Insomma, ammesso che abbiate voglia di risentirvi addosso la sensazione demoralizzante ed esaltante che suscita l´apparizione della bellezza, e di fare un esame di coscienza, è qui che dovete venire, finché siete in tempo, e ora che potete, con un biglietto di 5 euro (che comprende il Benozzo Gozzoli e il Filippino Lippi e il Luca Giordano del palazzo: non di mercoledì), riuscire a restare soli col giovane Atleta: impagabile corto circuito che mette l´uno di fronte all´altro proprio lui, dalla sua lontananza, e proprio voi, alla tal ora del tal giorno di gennaio del 2007, e poi mai più, e ognuno per la sua strada. Mi sarete grati del consiglio. per questo, del resto, che la gente ordina il furto dei grandi capolavori, per potersi intrattenere in privato con loro, tête à tête, corpo a corpo, e poi venga pure la galera. L´organizzazione contemporanea delle belle arti consente a chi sappia regolare la propria agenda lussi così inebrianti, per esempio al Museo di Reggio Calabria con la coppia fatata dei guerrieri di Riace, in un allestimento mirabile che raccoglie altri resti del relitto fra cui due magnifiche teste di bronzo. Oppure a Mazara del Vallo, dove riposa - ma no, non riposa mai, inarcato com´è nella sua danza estatica - il Satiro, reduce dalle mostre romane e giapponesi, due metri e mezzo di bronzo, e la capigliatura più aerea della storia, pettinata a freddo col bulino dopo la fusione. (O ancora, per fare un´eccezione marmorea, il cosiddetto efebo di Mozia, perché anche a Mozia si possono trascorrere interi pomeriggi invernali da soli con lui, e fantasticare sulla mano mutila che sembra ghermirgli il fianco). A Malibu dev´essere raro trovarsi da soli a tu per tu con l´Atleta di Fano, che hanno voluto arrogantemente intitolarsi come Getty Bronze: se tornasse a Fano, in capo a un anno si potrebbero fissare appuntamenti privati con lui che si incorona vittorioso. L´Auriga di Delfi, che non conobbe il fondo marino, è bellissimo, ma ha meno bisogno d´esser guardato in solitudine, perché quelle briglie sparpagliate all´aria che hanno perduto cavalli e quadriga ne fanno il più eloquente monumento all´arte del pubblico governo: quale governante non somiglia al guidatore che tenga in pugno le redini o il timone, ma non abbia più né il carro né la nave, e annaspi nell´aria? Questo incontro con l´estrema lontananza è quello che chiamiamo variamente destino, aura, magia. Su queste pagine Salvatore Settis diede la sensazionale notizia dell´Apollo che uccide la lucertola, forse l´originale di Prassitele, arrivato al Museo di Cleveland, forse dalla Svizzera, e senz´altro dall´Olimpo. Quando nel 1820 fu ritrovata la Venere di Milo, l´emozione fu enorme. Nel 1837 Prosper Mérimée, che campava di beni culturali, riscrisse l´antica leggenda della statua femminile di bronzo che s´innamora e uccide il giovane incauto che le ha messo al dito l´anello nuziale, "La Venere d´Ille". Le grandi statue di bronzo femminili sono più rare, e forse sarebbero più emozionanti da incontrare: la più attraente è la cosiddetta Demetra del Museo di Izmir (o Lady from the sea, o Signora della Malinconia) pescata - solo il viso e il busto - nel 1953. Ma i greci dell´età classica preferivano annettere la stessa qualità femminile alle sculture maschili. Nel caso che siate meno interessati all´incontro personale con la bellezza venuta da lontano, può darsi invece che siate appassionati alla storia antica dei topi, o dei noccioli di pesca. Venite, a maggior ragione. Quando, duemila anni fa, la statua giaceva al suolo per qualche rovina, dei topi vi si erano infilati da un foro nel piede divelto dal piedistallo, avevano usato come magazzino la gamba destra, e come tana il braccio sinistro. Poi la statua fu recuperata, caricata sulla nave che doveva trasportarla a qualche ricca villa della costa dalmata, e infine andò a fondo, e ci rimase per diciotto secoli. Ripescata, conservava ancora al suo interno le tane di erba morella, e i gusci di noce, i noccioli di oliva, di ciliegia e di pesca, i resti di fichi, intaccati dal morso dei roditori. La combinazione fra la perennità solenne del bronzo e l´effimera tenacia roditrice dei topi vi farà ulteriormente riflettere: finché i dieci metri che separano il bagliore olimpico della saletta dal traffico di via Cavour vi restituiranno all´usata ottusità. Passerete sotto il campanile di Giotto senza neanche alzare la testa, perché state chiamando vostra cognata al telefonino: «Dove sei? Indovina dove sono». Adriano Sofri