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 2006  dicembre 09 Sabato calendario

Intervista a Dell’Arti

L’Italia in 10.000 minuti. Vanity Fair 9 novembre 2006. Le 5.062 schede proseguono via così, vita e opere, vezzi e vizi. I potenti (o anche solo i famosi loro malgrado, come i protagonisti dei casi di cronaca) ci sono tutti e Giorgio Dell’Arti, l’autore delle suddette biografie, non ha avuto riguardo per nessuno. Per capire, bisogna conoscere l’uomo. E l’uomo, che oggi ha 61 anni, è quello che, dopo essere stato a Paese Sera e Repubblica, aveva fondato e diretto il Venerdì, salvo dimettersi a un certo punto, senza che nessuno lo cacciasse e senza avere un altro lavoro. Perché? «Perché non ho mai sopportato di avere un padrone». Chi legge Vanity Fair conoscerà la sua «Settimana in cinque minuti», in cui racconta, «dal lunedì al lunedì, il senso delle cose capitate in Italia e nel mondo». Dal 2 novembre, Giorgio Dell’Arti, assieme al collega Massimo Parrini, manda in libreria il Catalogo dei viventi – 5.062 italiani notevoli, editore Marsilio, pagine 1.806, tempo di lettura previsto: 10 mila minuti, ovvero 166 ore e 40 minuti, pari a sette giorni e qualcosa più di mezz’ora. Ne fanno parte «gli italiani che, essendo vivi al 30 settembre 2006, sono stati notati dai due autori». La più giovane è Denise Pipitone, sei anni, scomparsa a Mazara del Vallo; la più vecchia, Luciana Frassati, 104, scrittrice, mamma di Jas Gawronski. A casa Dell’Arti, in una torretta vecchia mille anni affacciata sul centro di Roma, il Catalogo sta su un tavolo: è alto sette centimetri, pesa circa un chilo. Dal giorno in cui ha lasciato la direzione del Venerdì, Dell’Arti si è messo in proprio. Scrive per Vanity, La Stampa, Io Donna, fa lui il Foglio dei Fogli che pubblica ogni lunedì il meglio dei giornali della settimana appena passata. sua La Vespina, che produce servizi per molti giornali. suo, soprattutto, uno straordinario archivio che raccoglie «frammenti» su tutto lo scibile pubblicati in libri e giornali dal 1995 a oggi. Lui lo definisce: «una spremuta di giornali». Come nasce questa «spremuta di giornali»? «Dall’odio per la grafica». Sarebbe? «Apra un quotidiano. La vede questa pubblicità in basso? Determina i contenuti di tutta la pagina, perché l’articolo che c’è sopra si deve fermare proprio qui, sopra la pubblicità. E se il giornalista ha da scrivere di meno, non importa. Dieci anni fa, sono andato da Giuliano Ferrara, che era già direttore del Foglio, e gli ho detto: guarda il Corriere della Sera: sono 56 pagine. Se togli la pubblicità, ne restano una quarantina. Che cosa succede se facciamo finta di riscriverle con lo spazio che ci vuole davvero?». Risposta? «Vengono fuori otto pagine, stando larghi. Così nasce Il Foglio dei Fogli. Così era nato il mio archivio. In anni di riunioni di redazione, non ho mai visto nessuno che si ponesse il problema dei contenuti. Il giornale va male? Si dà un’aggiustatina alla grafica. Vale anche per i telegiornali. Quando Gianni Riotta è andato a dirigere il Tg1, gli ho regalato un aneddoto raccontato da Demetrio Volcic». Sarebbe? «Un nuovo direttore arriva al tg e il predecessore gli consegna tre buste: ”Quando sarai in difficoltà, aprile una alla volta”. Il direttore si insedia e il telegiornale inizia a perdere ascolti. Apre la prima busta: cambiare il conduttore. Lo cambia e tutti: ”Bravo, bravissimo, bello”. Dopo un anno, gli ascolti calano di nuovo e il direttore apre la seconda busta: cambiare la scenografia. E lui la cambia: la fa azzurra, mette il mappamondo. Tutti felici. Dopo un po’, le cose vanno di nuovo male. Apre la terza. E c’è scritto: preparare tre buste». Altri mali del giornalismo? «Considerare i giornali veicoli di pubblicità. Accontentarsi di vendere i gadget allegati e pazienza se la gente tiene il dvd e butta via la rivista. E pretendere di metterci dentro solo ”quello che fa vendere”. Quando Arrigo de Benedetti era direttore dell’Espresso, entrò nel suo ufficio un dirigente della distribuzione sventolando una copertina: ”Arrigo, guarda, questa ha venduto tantissimo”. E lui: ”Per carità! Non farmela vedere, io non voglio sapere se una copertina vende più di un’altra”». Visione romantica del giornalismo, la sua. «Il Catalogo è una testimonianza d’amore verso i giornalisti e il loro mestiere. Agli ultimi Mondiali io non c’ero, Aldo Cazzullo sì, e nel Catalogo lascio parlare lui. I 5.062 ”italiani notevoli” sono raccontati attraverso frammenti di interviste e di articoli perché l’obiettivo è dare di loro la valutazione che il nostro tempo dà. Ha presente che cosa faceva Picasso da vecchio?». Non proprio. «Usciva tutte le mattine accompagnato dalla moglie, andava in una discarica e prendeva o una carrozzella sfasciata o un pezzetto di legno. Un giorno trovò due automobiline ammaccate e le trasformò in una delle sue sculture più famose, La scimmia con il suo cucciolo. Ecco, i giornali sono immense discariche e io e Massimo prendiamo avanzi di queste scene girate dai giornalisti, le montiamo e viene fuori un ritratto e insieme il rumore del tempo sullo sfondo. Questo spiega anche perché Bruno Vespa ha sette colonne e Riccardo Muti cinque: non so tra cento anni chi sarà più importante, so che la mia portinaia sa più di Vespa, che del direttore di orchestra». Quando ha cominciato ad archiviare giornali? «Solo quando le tecnologie mi hanno permesso di farlo con il computer. Prima, non ho mai conservato un ritaglio». Impossibile. «Vabbè, da bambino segnavo su una rubrica i nomi propri che incontravo nei libri di scuola. Per esempio: Napoleone o Waterloo. E poi mi appuntavo le spiegazioni essenziali». Basta? «Mi sono sempre chiesto che cosa resta, che cosa no delle cose a cui, in un certo momento, diamo tanta importanza. Era una nevrosi, l’ho guarita scrivendo una biografia di Cavour». (Vita di Cavour, Mondadori, 1985, ndr). Cioè come? «Leggevo l’epistolario della famiglia e c’erano decine di lettere tra Cavour e due cugine di Ginevra, che si disperavano perché non erano pallide come voleva la moda dell’epoca. Un’altra era malata gravissima e sarebbe morta. Mentre a un secolo e mezzo di distanza mi si squadernavano davanti queste intimità, mi dicevo che è molto patetico tentare di capire che cosa conta in un dato momento e che cosa conterà tra un secolo. C’è chi ha previsto che tra 50 anni il petrolio finirà. Ma chi siamo noi per sapere come sarà il mondo tra 50 anni? Che altre fonti di energia avranno inventato, quali guerre avranno scatenato, come muteranno gli equilibri politici mondiali quando i pozzi del Medioriente saranno a secco?». Quindi? «Tentare di capire che cosa conta è patetico. Io e Massimo Parrini abbiamo voluto mandare un messaggio a uno storico del 2117, dirgli: questa era l’Italia del 2006. Il nostro sogno è che il Catalogo dei viventi possa essere aggiornato ogni anno, anche quando noi due non ci saremo più. Oggi Simona Ventura ha quasi quattro colonne. Tra cinquant’anni, forse, avrà cinque righe, come ce le ha oggi Tina De Mola, straordinaria soubrette degli anni Cinquanta». Come avete deciso i pesi da assegnare ai personaggi? «Fitte discussioni per email. Sa, non vedo Massimo da cinque anni». (Le foto di queste pagine sono state fatte dopo l’intervista, ndr). Prego? «Vive a Lisbona. Prima stava a Hong Kong». E legge i giornali italiani da lì? «Legge tutto, non so come fa. Guarda Internet, credo». Personaggio curioso anche lui. «Massimo è un pazzo. Bussò alla mia porta dieci anni fa con un foglio formato A3 sotto il braccio. Apro e vedo un ragazzetto di 26 anni che mi fa: ”Io devo lavorare qui”. Entra e mi srotola questo foglio con sopra appiccicati tanti ritagli di giornali. Dice: ”Le ho fatto Il Foglio dei Fogli di questa settimana”». Visto, preso. «Pensi che era laureato in Economia alla Bocconi, però ha questa malattia. capace di fare la classifica di tutti i cannonieri che hanno segnato al decimo minuto del secondo tempo. Ha un archivio incredibile di statistiche sul calcio che non vende a nessuno». Mi stava raccontando delle «fitte discussioni». «Ognuno ha scelto i 50 personaggi secondo lui più importanti e abbiamo deciso di dare loro circa 18.400 battute. Eravamo d’accordo solo sui primi 28. Poi c’erano da stabilire quelli di serie B, C, D eccetera. Abbiamo scritto e riscritto, certe voci si sono allungate, altre accorciate. Ho allungato la voce su Giampaolo Pansa perché è indicativa di come funzionava il mondo del giornalismo quando lui ha iniziato e di come era lui». Gli chiesero: «Vuoi fare l’inviato dal Vietnam o da Voghera?». «Lui rispose da Voghera. Se avesse risposto dal Vietnam, il direttore del Giorno Italo Pietra non l’avrebbe preso. E alla Stampa, quando gli chiesero di scrivere dell’attentato a Kennedy, rispose, con un filo di voce: ”Ma io non so niente di Kennedy. Mi sono occupato tutto il giorno dell’Anonima usurai di Cuneo”». Montare «frammenti» non significa non esprimere un punto di vista. «Però siamo stati prudenti coi giudizi, salvo che sui politici. Siamo giornalisti, era nostro dovere». Il politico col quale siete andati giù più pesante? «Forse Walter Veltroni». Leggo un capoverso a caso: Veltroni ha raccontato di aver tirato un cancellino in testa al preside Marino Casotti, ed era il 1968. Il preside gli avrebbe detto: «Chi si crede di essere?», e lui: «Mi chiamo Bond, James Bond», spavalderia cui seguirono parecchi giorni di sospensione. Ma deve essere una storia falsa: ne ha raccontata una identica l’avvocato Paola Balducci, che ha detto d’esser stata compagna di scuola del fratello più grande di Walter, Valerio, e di aver tirato lei il cancellino in faccia al preside nel ”68. Veltroni nel ”68 non era neanche in età da liceo perché aveva 13 anni (la Balducci 19). «Se lo conosco,Walter si arrabbierà». E lo conosce? «A 14 anni scriveva i comunicati per la Fgci, io lavoravo a Paese Sera e glieli correggevo. Però era importante spiegare il successo del Veltronismo: Walter ha scelto come mondo di riferimento la cultura e gli spettacoli perché sono moltiplicatori di popolarità e se oggi su di lui non ci sono voci critiche è anche perché ha una trentina di persone di staff, tra cui un capoufficio e sei addetti stampa, che con un lavoro, diciamo sapiente, tengono le tre testate della capitale schierate senza dubbi con lui». Lei, che è stato iscritto al Pci, è stato quasi più tenero con Berlusconi. «Sono stato iscritto al Pci come tanti. Non è stata epica né la mia entrata né la mia uscita dal partito. Sono sempre andato progressivamente allontanandomi dalle possibilità di etichettatura. Berlusconi, oggi, è come le Br negli anni Settanta: non si può fare a meno di parlarne. La sua è la voce del Catalogo più lunga perché Berlusconi domina in molti campi: lo sport, col Milan; la politica; l’economia con le sue aziende; gli spettacoli perché ha cambiato la Tv. Alla fine, lo ammirano tutti. Tra due secoli non so se Massimo D’Alema avrà tante righe quante ne avrà lui». Dell’Arti, che cosa facevano i suoi genitori? «Erano attori». Che genere di attori? «Esistono due generi di attori: quelli che hanno successo e quelli che tirano la carretta. I miei appartenevano al secondo. Facevano rivista nel Dopoguerra». E lei li seguiva nelle tournée? «Dormivo, in fasce, in un cassetto attrezzato a culla dentro un baule Cavallotti, uno di quelli che si facevano a Torino apposta per i teatranti». E crescendo? «Sapevo tutto lo spettacolo a memoria. E poi, anche se ero negato, mi prestavo a ballare il tip tap durante le prove tecniche per verificare l’acustica dei teatri». Perché non ha fatto l’attore? «Perché conoscevo la fame di chi fa teatro. Una fame che ho visto raccontata solo da Alessandro Haber in un film su se stesso. C’era lui che aspettava la telefonata che non arrivava mai. Ai tempi dei miei, le scritture si beccavano a inizio stagione in galleria, dove trovavi tutti gli impresari. E, se non beccavi niente, erano cazzi: facevi l’inverno a casa e non c’era da mangiare. Poi, quando iniziarono i caroselli in Tv, papà si mise a fare quelli. Quando Totò morì fu un grande lutto per tutti, ma a casa mia di più, perché il martedì papà doveva girare un carosello con Totò e se Totò era morto la disperazione vera era che avevamo perso una giornata di lavoro». Oggi, che cosa resta di tutti quei patemi? «Bah... Il sapore di un’epoca? Niente?». Però? «Mi ero laureato in Lettere lavorando. Fare il giornalista era per me un lavoro come un altro, la passione mi è venuta dopo. Negli anni Cinquanta papà aveva lavorato alla radio con Antonio Ghirelli, che era poi diventato direttore del Corriere dello Sport. Gli dissi: ”Chiamalo”. E lui: ”Come faccio? Non lo sento da vent’anni”. Io: ”Al massimo ti chiude il telefono in faccia”. Lo chiamò e appena Ghirelli riconobbe la voce, si mise a piangere». E la prese a lavorare. «Gratis per mesi. Dovevo mantenermi dando lezioni di italiano agli stranieri. Però mi ha fatto scoprire il mestiere più bello del mondo». Candida Morvillo