Dario Di Vico, Corriere della Sera 16/1/2007, pagina 1, 16 gennaio 2007
Perché vince Rifondazione? Corriere della Sera, martedì 16 gennaio Perché Rifondazione vince sempre? La domanda, dopo il conclave di Caserta, si ripropone con cocente attualità
Perché vince Rifondazione? Corriere della Sera, martedì 16 gennaio Perché Rifondazione vince sempre? La domanda, dopo il conclave di Caserta, si ripropone con cocente attualità. Come mai, ogni volta che c’è un «franco dibattito» tra le diverse anime della maggioranza, alla fine ne escono sempre vincitori gli uomini che guidano, con perizia per carità, il terzo partito (né il primo né il secondo) della coalizione? La risposta più ovvia è che senza i voti di Rifondazione il governo cadrebbe ed è questo il motivo che consente a Franco Giordano e Paolo Ferrero di esercitare i poteri della golden share. Ma non è sufficiente. La forza del Prc consiste nel far riferimento a un corpo di convincimenti e di obiettivi che sta interamente dentro la storia della sinistra italiana e delle sue appendici. Rifondazione parla un lessico familiare ai gruppi dirigenti – centrali e periferici – dei Ds e dell’ex sinistra Dc, è il linguaggio del riformismo novecentesco con le sue granitiche certezze keynesiane e solidaristiche. Un patrimonio che viene però gestito con buona capacità di aggiornare analisi e parole d’ordine. Basta sfogliare il quotidiano Liberazione per avere la riprova che in qualche maniera Rifondazione è in viaggio. La pur relativa omogeneità delle culture politiche porta Romano Prodi e il Prc a impostare agende largamente simili. Alcuni dei temi più cari al premier sono parte integrante dell’analisi del caso italiano fatta da Rifondazione. Si pensi alla rivalutazione dell’intervento pubblico in economia, ripetutamente sostenuta da alcuni consiglieri del premier, a cui fa da pendant un perdurante scetticismo sul ruolo degli imprenditori privati; ma anche alla denuncia cara a Prodi dell’aumento del differenziale delle retribuzioni e dei redditi. E la stessa percezione che oggi nelle casse pubbliche ci siano le risorse per riprendere politiche di spesa è comune. Del resto nella prima esperienza dell’Ulivo a Palazzo Chigi, seguita alla vittoria del ’96, la convergente visione dei problemi tra il Professore e Fausto Bertinotti aveva fatto sì che il governo vagliasse una legge sulle 35 ore sulla falsariga della strampalata esperienza francese. Le ragioni della forza dei rifondatori sono speculari ai motivi della debolezza dei leader riformisti, che dopo Caserta sono stati sottoposti a una gogna mediatica. Da diverse parti è stato proposto di fare dei Fassino e dei Rutelli altrettanti Ogm, di intervenire sui loro geni e successivamente di dar loro una nuova denominazione, volenterosi o miglioristi. Si tratta di operazioni che suonano ingenerose. Quello che manca ai due leader è la dimensione del viaggio, non si capisce quale sia il punto di arrivo della trasformazione che dovrebbe portare la sinistra italiana ad assomigliare sempre meno ai suoi modelli del secolo scorso e sempre di più al partito democratico americano. Lo stesso blairismo un giorno viene rivendicato come benchmark, l’altro immediatamente negato. Gli obiettivi che ci si dà per contare dentro il governo cambiano dalla mattina al pomeriggio oppure se vengono fissati il lunedì al successivo giovedì già figurano declassati. E i rilievi che dal cuore dei Ds e della Margherita sono arrivati per opera di Nicola Rossi, Peppino Caldarola e Stefano Menichini segnalano abbondantemente un crescente disagio. Ma di una ripresa di dinamismo da parte dei due grandi partiti del centrosinistra la politica italiana ha un evidente bisogno. Mettersi in viaggio in questo caso non vuol dire scrivere a tavolino il programma «massimo» dell’ulivismo mondiale, ma più pragmaticamente trovare la capacità di prendere in mano una bandiera (scegliere una riforma, non due e non tre) e farne elemento di una battaglia politica (non di due o di tre) dentro e fuori la coalizione di governo. Se sarà una bandiera riconosciuta dall’Europa, i leader riformisti scacceranno l’incubo della manipolazione genetica. Dario Di Vico ddivico@rcs.it