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 2007  gennaio 16 Martedì calendario

La sociologia della sofferenza. La Stampa, martedì 16 gennaio Tutto ha inizio con uno svenimento. Poi Mario comincia a notare i suoi strani malesseri, il suo grande affaticamento, a scrutare nella verità umorale delle proprie mestizie

La sociologia della sofferenza. La Stampa, martedì 16 gennaio Tutto ha inizio con uno svenimento. Poi Mario comincia a notare i suoi strani malesseri, il suo grande affaticamento, a scrutare nella verità umorale delle proprie mestizie. Seguono le prime visite al pronto soccorso, la terribile attesa della diagnosi, il momento della verità. Ma per Mario il momento della verità non giunge mai. E’ invece Marco, suo figlio, che apprende, per bocca di un medico amico, il destino che attende il padre. E allora il primo ricovero in ospedale, la processione degli amici, la loro imbarazzata cordialità in presenza dell’ammalato. Già, perché Mario è l’unico a non conoscere ancora il proprio destino, la prognosi che lo riguarda. Quando Marco chiede all’amico medico qualche ragguaglio su come rispondere alle domande del padre, alle sue timide investigazioni, questi gli risponde che è meglio rinviare, attendere la fine delle indagini cliniche. Quel momento infine giunge ma nella forma di una comunicazione frettolosa, di un annuncio fatto senza la dovuta solennità, quasi in sordina, come se si trattasse di un fatto minore. Soprattutto, il suo contenuto è una bugia: un linfoma guaribile e non un carcinoma polmonare già metastatico e letale. La menzogna o la «mezza verità» è stata confezionata nei giorni precedenti, durante i quali l’amico medico ha convinto il figlio della sua preferibilità, spiegando che era questo che il padre avrebbe voluto sentirsi dire, che rivelargli tutta la verita (come fanno gli americani) sarebbe stato spietato, un’inutile afflizione che si sarebbe aggiunta a quelle già inflitte dal male. Da quel momento ha ufficialmente inizio quella che Philippe Ariès ha chiamato la «congiura del silenzio», il complotto ordito dai «sani» (naturalmente a fin di bene!) per nascondere al malato la verità della sua fine prossima. Una congiura che costringe i suoi esecutori, e in particolare quelli più esposti al giudizio dell’ingannato, a ricorrere a una teoria infinita di artifici, menzogne, trucchi per tenere celato ciò che il progredire della malattia rende sempre più evidente: l’avvicinarsi della morte. Una trama delicatissima che gli attori non possono modificare e che li spinge verso una sequenza di scelte obbligate e conseguenti. Col risultato di spogliare progressivamente il malato di ogni diritto di autodeterminazione, di ogni fondamentale libertà, soprattutto della sovrana libertà di pensare la propria morte. E di confinarlo prima nell’ansia dell’incertezza e poi nella solitudine e nel silenzio di una fine innominabile. Anche le esequie che seguono la morte di Mario sono svolte in una chiesa, senza rispetto delle sue convinzioni civili, dei suoi valori profondi di laico inflessibile. Capita di rado. Ma può succedere che anche un libro di sociologia nasca da un tormento esistenziale, da una drammatica esperienza personale. E’ il caso di Scene Finali. Morire di cancro in Italia di Marco Marzano (Il Mulino). Marco, il figlio che nella prima parte del libro vive in prima persona la malattia e la morte di cancro del padre Mario, è, infatti, l’autore di questo studio già divenuto un riferimento imprescindibile per la sociologia della sofferenza. Dalla ricostruzione dell’esperienza di suo padre, drammaticamente consapevole di aver subito «sul terreno liminale e franoso della morte» un’estrema sconfitta della razionalità, di non aver compreso quello che stava avvenendo, e dalla curiosità di sapere quanto diffusi siano questi sentimenti, quanto ampio sia il tabù intorno al morire, è nata, infatti, la ricerca empirica che ha prodotto il libro. Marzano, per circa un anno, si è aggirato tra le corsie, gli ambulatori, i day hospital di un grande ospedale del Nord Italia (diverso da quello che avevano ospitato il padre, che non viene mai nominato dall’autore ma che è facile presumere sia Le Molinette di Torino), osservando comportamenti, dialoghi, incontri, entrando nelle sale medici e nelle corsie, parlando con centinaia di professionisti, malati, parenti, volontari. E scoprendo una realtà assai simile a quella già conosciuta al tempo della malattia paterna. Un lungo capitolo è dedicato agli operatori sanitari, a coloro che, soprattutto medici e infermieri, sono accanto ai malati per professione e non per necessità. Dei primi, Marzano descrive, come un antropologo farebbe per quelli di una popolazione lontana, i complessi rituali, le astuzie, le strategie d’azione. Al centro c’è sempre la mancata comunicazione della verità ma in questo caso ne vengono spiegate le fenomenologie comunicative e, soprattutto, le funzioni che essa assolve per il mantenimento dell’ordine sociale all’interno dell’ospedale. Un’istituzione quest’ultima che assomiglia molto, in queste pagine, alla vecchia fabbrica fordista, dove la cura è assimilata al prodotto finito e il corpo del malato a una materia prima da plasmare. Infine, Marzano dà voce ai malati e ai loro parenti raccontando soprattutto tanti drammi familiari derivati dalle spesse cortine che, per effetto della menzogna, scendono improvvise a separare i pazienti dai propri cari, impedendo l’ultima solidarietà, l’autentica prossimità nel momento estremo. Ricerche come questa permettano di considerare in modo diverso molti problemi bioetici legati alla fragilità e alla fine della vita. Ci insegnano, ad esempio, a riconoscere che il problema dei diritti dei malati non riguarda solo i casi estremi che tanto appassionano filosofi di tutte le sponde politiche, quelli nei quali ai morenti non è consentito di agire secondo il proprio volere, ma nemmeno soltanto i casi di incuria, degrado, dozzinale malasanità che periodicamente eccitano evanescenti schiume di attenzione mediatica. Ricerche come quella di Marzano ci ricordano che in una società largamente secolarizzata, proprio le corsie degli ospedali, in quanto ambulacri di transito tra la vita e la morte, dovrebbero meritare il rispetto riservato ai luoghi sacri, perché è in quei corridoi che, misurando a lunghi passi angosciati la cultura della morte e della malattia della nostra società, se ne misura anche la cultura della vita. L’immagine dell’uomo che ci restituiscono i nostri ospedali è, oggi, indice del grado della nostra civiltà molto più di quella che si osserva nei dipinti sacri delle pale d’altare. Come sapevano bene gli antichi Greci, l’essere umano, unico animale accompagnato dalla coscienza della morte lungo l’intero arco della vita, è, per essenza, «colui che muore». Negargli nella sua scena finale, attraverso una menzogna, o una qualsiasi altra ferità alla sua dignità, la piena e sovrana esperienza della morte, significa, come scrive Marzano, «farlo perire nei nostri sguardi prima che sia giunto il tempo». Ma denota anche la contraddizione tra tragicità e oscenità, uno dei punti di maggior fragilità della nostra civiltà: il progressivo intorpidirsi del sentimento tragico della nostra vita che s’accompagna al dilagare dell’oscena esibizione mediatica delle morti altrui. Antonio Scurati