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 2006  dicembre 21 Giovedì calendario

Chi vuole piangere con me? Vanity Fair 21 dicembre 2006. «Sono un amante di mélo da tre euro. Nell’iPod ho tutto Ludovico Einaudi

Chi vuole piangere con me? Vanity Fair 21 dicembre 2006. «Sono un amante di mélo da tre euro. Nell’iPod ho tutto Ludovico Einaudi. Piango davanti ai film d’amore. Piangevo davanti allo spot della Barilla. Se lo ricorda quello del papà che ha in tasca il fusillo che ci ha messo il figlio?». «Dove c’è Barilla c’è casa»? «Quello, sì. Era meraviglioso». Bisogna non avere più una casa che sia «una casa alla Barilla » per capire gli occhi lucidi di Luca Calvani. Bisogna forse aver perso i genitori come li ha persi lui. Prima sua madre, all’improvviso («Un botto senza rumore»), poi suo padre, «dopo due anni di sofferenze». Allora poi capisci anche quello che ti ha raccontato poco prima, di quando viveva a New York e aveva un lavoro di responsabile commerciale nel ramo tessile e però la sera andava a servire spaghetti da Tanti Baci, regno della signora Paola, «una miliardaria che girava in autobus con la pelliccia finta, parlava come un libro di Paulo Coelho e però mandava tutti a quel paese con accento improbabile: fachi iu, fachi iu». Luca, 32 anni, nato a Prato, vincitore dell’ultima Isola dei famosi, lo faceva perché Tanti Baci era la sua «famiglia allargata», la sua «casa». Racconta: «Ci sono tornato a luglio, piangevamo. Mancava Francesco, che era il mio migliore amico e il manager del locale. morto pochi mesi fa, di cancro. Aveva 40 anni. E c’era ancora la statua di Sant’Antonio tutta illuminata e Paola che bruciava rosmarino con lo zucchero e lo spargeva nel ristorante, che, subito dopo, come d’incanto, si riempiva». Luca ricorda che, in quella Little Italy sulla Seventh Avenue, la signora Paola difendeva i suoi ragazzi a spada tratta: «Noi camerieri avevamo sempre ragione. Se un cliente osava lamentarsi, lei gli toglieva i piatti da sotto il naso. Con uno urlò: ”Come si permette? Non lo vede che questo ragazzo sta qui a lavorare anche se è la sera di San Valentino?”». Fu proprio servendo cucina italiana da Tanti Baci che Luca iniziò a frequentare camerieri col pallino del teatro e del cinema, a vedere spettacoli «super super sperimentali», a «scoprire la mia ambizione». «Piantai una carriera da ”ragazzo prodigio” per la disperazione delle mie sorelle. Mi iscrissi all’Actors Studio. Per mantenermi feci il facchino, il portiere di notte al W Hotel. Mi sembrava di stare in un film di Luc Besson. Fare il portiere di notte è pazzesco: c’erano le signorine che arrivavano, quelli che ti chiedevano i preservativi, il ghiaccio, lo champagne. Poi la mattina andavo all’Actors Studio, camminavo a un metro da terra e mi sentivo il protagonista di un film intitolato: La mia vita. Un film molto romantico». Dopo l’Actors, sono arrivati una puntata di Sex and the City, con tanto di invito ai Golden Globe, due parti nella soap As the World Turns e nel serial Absolutely Fabulous e, in Italia, il personaggio di Sandro nelle Fate ignoranti di Ferzan Ozpetek e poi le fiction: Distretto di Polizia, Carabinieri, La freccia nera. «Ma, all’inizio di quest’anno non avevo una lira: sono alto un metro e 90, posso essere credibile solo come protagonista, se mi fanno fare il lattaio non ci crede nessuno. Le parti di protagonista non me le davano perché, come dice la mia agente, ”non sono un nome”. Così, sono partito per L’isola dei famosi». Lì ha stravinto e ora vuole diventare produttore, tirare fuori dal cassetto le tante cose che ha scritto. Intanto, girerà una fiction col regista Stefano Reali. Il pubblico Tv, però, più che al suo talento, si è interessato alla sua vita privata. Nei due mesi in cui è stato in Honduras, il tormentone era: Calvani è gay? Perché tante voci di omosessualità? Solo perché non ha ceduto alla corte di Sara Tommasi? «Ci sono abituato. Da quando ero piccolo hanno sempre detto di me che ero strano, poi che ero gay, poi diverso». Perché strano, gay, diverso? «Ero solitario. Non giocavo a calcio, e se nasci in una città come Prato e a 7 anni non giochi a calcio, tanto vale non avere le gambe. Aggiunga che mio padre era un tale tifoso che la prima sequenza di parole imparata dalla mia sorella maggiore era la formazione dell’Inter». Perciò, quando è nato un maschio, suo padre non vedeva l’ora di portarla allo stadio. «Ma io preferivo che mi accompagnasse al cinema a Firenze: mi piaceva vedere i film nei teatri dell’Ottocento». Suo padre sarà stato preoccupato. «Mamma mi incoraggiava ad attività maschili: mi diceva: ”Vai, vai col babbo”. Lui mi portava con sé nei viaggi di lavoro, io lo stranivo ascoltando tutto il tempo i Rondò Veneziano e scattando foto di paesaggi dal finestrino. Ho una collezione di foto di paesaggi italiani con guard rail. Quando a 23 anni ho capito quale era la mia chiamata e mi sono iscritto all’Actors Studio, papà ha detto solo: ”Hai fatto sempre tu e hai fatto bene, se senti che la tua strada è questa, seguila”. Non me l’aspettavo. morto quando avevo 26 anni, non ha fatto in tempo a essere orgoglioso dei miei primi successi». E sua madre non c’era da tempo. «Avevo 20 anni quando se ne è andata per un incidente. Lei era il mio filtro nei rapporti col mondo». Cioè spiegava agli altri chi era lei, a lei chi erano gli altri? «Anche a me stesso chi ero io. Non sono stato un bambino facile. Ricordo mamma che soffriva sotto l’ombrellone vedendo gli altri ragazzini fare gare di tuffi e me in disparte, a raccogliere cavallette e altri insetti in un secchiello». E sua madre come giustificava la sua sensibilità? «Un po’ mi assecondava. Detestava i miei tentativi goffi di emulare i coetanei. Se dicevo parolacce, mi ritrovavo in camera con una sberla. Quando a 12 anni trovai finalmente una compagnia di amichetti, costrinse la famiglia, quattro figli, a cambiare spiaggia e località di vacanza, da Cinquale a Forte dei Marmi per consentirmi di frequentare quell’unica banda di coetanei coi quali avevo fatto amicizia. Poi, crescendo, ho trovato una mia voce, anche convincente, nel gruppo. Quando a 16 anni entrai nell’Azione Cattolica, venivo sempre inviato a convincere le mamme delle ragazzine a mandarle alle gite. Da lì, tutto è venuto di seguito». Quanto le mancano i suoi? «Ci ho messo dieci anni a fare pace con la morte di mia madre. A capire che non mi era stato tolto niente. Che Dio non stava con la lente di ingrandimento come con le formiche a bruciare proprio quel bambino che ero io. L’ho capito, pensi, con un libro». Che libro? «L’estro quotidiano, di Raffaele La Capria. il diario di un ottantenne, un resoconto continuo di funerali. E ci sono i ricordi dei dolori di quando aveva vent’anni e sono ormai raccontati con un candore e una purezza che ti fanno capire che i nostri dolori non sono che un pezzetto piccolissimo di fibra della corda di dolore del mondo». E dopo che l’ha letto che è successo? «Che ho smesso di pensare a me come a un sopravvissuto. I sopravvissuti smettono di vivere, diventano bulimici di cose. Ho smesso di aver bisogno dell’ultimo modello di telefonino, di avere paura del silenzio. Se sai stare lontano dai mille stimoli che ti circondano, ti innamori di quella sensazione». Quando da ragazzo i coetanei le davano del gay, non si è posto dubbi sulla sua identità? «Sono cresciuto circondato da questo pettegolezzo. I bambini sanno essere crudeli. Anche oggi uno mi ha chiesto l’autografo e mi fa: ”Lo so che sei frocio, ma sai, non è per me…”. Deve sapere che, da bambino, ero ”bellina”». «Bellina»? «Sembravo una femmina, sembravo mia sorella. Però le assicuro che alle medie ero innamorato perso di una compagna di banco e mi ci sono fidanzato a18 anni». Alle Invasioni barbariche, alla domanda di Daria Bignardi - «Passeresti una notte di sesso con Raffaello Balzo o con Luca Calvani?» - Simona Ventura ha risposto: «Con Balzo, perché, sa? Calvani…». «Simona sa come vendere i reality». E lei ha respinto Sara Tommasi, sexy star del calendario di Max. «Sara mi diceva che voleva mostrare al pubblico la parte più sensibile di sé. Io le ho creduto. successo che le ho dato due baci, poi ho capito che il giorno dopo lei aveva già la formuletta pronta per i giornali: ” un’amicizia particolare”. Ho visto che parlava per frasi fatte, il suo era un amore di peluche e sagome di cartoncino bristol. Eppure pensavo di aver intravisto una luce dentro di lei». Poi in studio è comparsa la sua ex storica, Francesca Arena, ragazza normale, professione addetta stampa. « di Prato come me, siamo stati insieme quando lei aveva 18 anni, poi dai 20 ai 22 e dal 2000 al 2005, e abbiamo vissuto tre anni bellissimi a New York. Abbiamo ancora il filmino della volta che ci consegnarono un tavolo d’acciaio e ce lo lasciarono sul marciapiede. Lo portammo su a braccia». Come è stato rivederla? «Mi fa casa». «La casa» è il suo punto debole. «Uno torna. E solo quando torna si accorge che è a casa. Io e Francesca abbiamo i nostri codici, i nostri modi di sorprenderci. Una volta, da New York, le ho mandato un vestito in Italia e dopo due giorni la vedo entrare nel mio studio e chiedere: ”Come mi sta?”. Ero stupito, eppure era solo così che poteva andare, era tremendamente ovvio che lei fosse lì. Lei sa tutto di me. Io sono stato chierichetto a Prato, ho cantato i salmi in chiesa e sono stato seduto accanto a Tom Hanks ai Golden Globe dicendomi: ”Oh, ma io so’ di Prato!”. Penso che anche gli errori e i dolori sono serviti a farmi essere quello che sono, voglio che i miei occhi siano sempre pieni di quello che ho vissuto. Sa? La riuscita di una vita si misura la domenica pomeriggio». La domenica pomeriggio? «La domenica pomeriggio se non ami il calcio, aggiungo. Quello può essere il momento più triste o esaltante della settimana, quando ti godi il relax e coltivi le aspettative per il giorno dopo, o ti senti solo e vuoto. La domenica pomeriggio io sto sul divano e penso che voglio diventare il miglior Luca Calvani possibile. Voglio guardarmi indietro e dirmi che non mi sono fatto sconti, non mi sono risparmiato un amore per paura di soffrire. Che ho rifuggito i complimenti perché i complimenti non fanno crescere, che in ogni cosa ci ho messo tutto il cuore possibile». Che cosa ha pensato quando ha vinto l’Isola? «Tremavo come una foglia. Pensavo che anche i miei sarebbero stati orgogliosi di me. Ed era come farli vivere ancora, esserne lo specchio». Ha pensato: «Ma io so’ di Prato»? «Ho pensato che ho buoni angeli». E lei sa chi sono i suoi angeli. «Sì. E fanno un coro da curva Sud». Candida Morvillo