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 2007  gennaio 12 Venerdì calendario

Processare il Kaiser: perché l’Italia disse no. Corriere della Sera 12 gennaio 2007. Lei ha rievocato i processi di Norimberga e Tokyo

Processare il Kaiser: perché l’Italia disse no. Corriere della Sera 12 gennaio 2007. Lei ha rievocato i processi di Norimberga e Tokyo. Perché non segnalare ai lettori il saggio di Vittorio Emanuele Orlando, principe dei costituzionalisti italiani, intorno al "processo al Kaiser"? Natalino Irti - Roma Caro Irti, non conoscevo il saggio di Vittorio Emanuele Orlando e la ringrazio per la segnalazione. E poiché molti lettori, negli scorsi giorni, hanno scritto al Corriere per fare domande o commenti sui processi di Norimberga e di Tokyo, cercherò di riassumerne il contenuto. Il saggio è doppiamente interessante. Orlando non fu soltanto, come lei scrive, il "principe dei costituzionalisti italiani". Fu anche il presidente del Consiglio durante la fase decisiva della prima guerra mondiale e all’epoca dei negoziati di pace che si conclusero con la firma dei Trattati di Versailles. Fu lui quindi che dovette affrontare con gli inglesi e i francesi il tema dei processi penali a cui il governo di Londra intendeva sottoporre l’imperatore di Germania e alcuni fra i maggiori esponenti della classe dirigente tedesca. Per il premier britannico, David Lloyd George, si trattava di un impegno elettorale, assunto nella campagna del dicembre 1918 per il rinnovo della Camera dei Comuni. Gli inglesi volevano "giustizia" e il primo ministro aveva promesso che il trattato di pace avrebbe tenuto conto della loro richiesta. Benché gli italiani fossero contrari (dirò poi perché Orlando abbia finito per accettare la linea britannica), nella parte VII del trattato vennero inseriti alcuni articoli che sono per molti aspetti i padri dei processi di Norimberga e di Tokyo. Nel primo (art. 227) è scritto: "Le Potenze alleate e associate mettono in accusa pubblica Guglielmo II di Hohenzollern, ex-imperatore di Germania, per offesa suprema contro la morale internazionale e l’autorità sacra dei trattati. Un Tribunale speciale sarà costituito per giudicare l’accusato, assicurandogli le garanzie essenziali del diritto di difesa. Esso sarà composto da cinque giudici, nominati da ciascuna delle cinque Potenze seguenti e cioè: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone. Il Tribunale giudicherà su motivi ispirati dai principi più elevati della politica fra le nazioni con la cura di garantire il rispetto delle obbligazioni solenni e degli impegni internazionali, nonché della morale internazionale. Spetterà ad esso determinare la pena che crederà dover esser applicata. Le Potenze alleate e associate indirizzeranno al Governo dei Paesi Bassi una richiesta pregandolo di consegnare l’ex-imperatore nelle loro mani perché sia giudicato". Nel secondo (art. 228) s’imponeva al governo tedesco di riconoscere alle potenze alleate "la libertà di tradurre davanti i loro tribunali militari le persone accusate di aver commesso atti contrari alle leggi e costumi di guerra", e gli si ordinava di "consegnare alle potenze alleate ed associate (...) tutte quelle persone che, essendo accusate di aver commesso un atto contrario alle leggi e ai costumi di guerra, gli fossero designate sia nominalmente sia per il grado o per l’ufficio o per l’impiego a quelle persone affidato dall’autorità tedesca". I processi non ebbero luogo perché l’Olanda non consegnò il Kaiser e la Germania rifiutò fieramente di adeguarsi alle clausole dell’art. 228. Nel saggio, scritto quasi vent’anni dopo per una raccolta di studi in onore di Giovanni Vacchelli, un giurista dell’Università Cattolica, Orlando disse che l’intera faccenda era una "aberrazione" e ne spiegò le ragioni. Osservò anzitutto che mancavano le condizioni essenziali per un processo: il reato, la pena e il giudice. Non esisteva il reato perché non vi era legge internazionale che lo prevedesse, e non si potevano considerare leggi espressioni retoriche come i "principi più elevati della politica fra le nazioni", il "rispetto delle obbligazioni solenni e degli impegni internazionali" o "la morale internazionale". Non esisteva la pena perché essa esiste soltanto quando è prevista da un reato. E non esisteva il giudice. Anzi, i giudici sarebbero stati designati da coloro che si consideravano vittime del reato e il loro giudizio sarebbe parso a molti una vendetta delle potenze vincitrici. Non è tutto. Il Kaiser sarebbe stato considerato responsabile di tutti gli atti commessi dalla Germania: una filosofia giuridica che ricordava, secondo Orlando, quella dei giudizi tribali quando le comunità venivano considerate come un solo soggetto. A Vittorio Emanuele Orlando tutto ciò sembrava un ritorno a costumi giuridici che il diritto romano aveva superato. A me sembra un indice della deriva razzista che ha colpito tutti gli Stati nazionali (alcuni molto più di altri) nel corso del XX secolo. I lettori potrebbero chiedersi ora perché Orlando abbia accettato le clausole del Trattato di Versailles contro cui aveva sollevato tante riserve e obiezioni. Ecco la risposta: " ciò che avviene normalmente nelle Conferenze internazionali (...) dove non si ammette la possibilità di maggioranze e di minoranze. Lo sforzo di chi dissente non può altrimenti esercitarsi se non nel senso di persuadere gli altri: se tale sforzo non riesce, chi non voglia uniformarsi, rassegnandosi, alla tesi della maggioranza, non ha altra via che di rompere i rapporti e uscire dalla Conferenza; or, a un tale estremo non si può pervenire se non per argomenti che abbiano un’importanza decisiva, anzi vitale per il proprio Paese. Di una resistenza che fu rottura insanabile, si ebbe in seguito un esempio che riguardò – proprio! – l’Italia e chi la rappresentava; nella storia della Conferenza della Pace, il caso viene considerato da molti come la più grave crisi che la Conferenza stessa abbia attraversata". La "rottura insanabile" a cui Orlando fa riferimento occorse quando venne in discussione la sorte di Fiume, la città italiana che Wilson voleva assegnare alla Jugoslavia. Ma questo, se interessa a qualche lettore, potrà formare materia di un’altra risposta. Sergio Romano