Corriere della Sera 10/01/2007, Sergio Romano, 10 gennaio 2007
Il sogno fallito di uno Stato decentrato
Torino 1861: il sogno fallito di uno Stato decentrato. Corriere della Sera 10 gennaio 2007. Alcune correnti attuali sostengono che si dovrebbe descrivere la riunificazione italiana come una conquista dell’Italia da parte del Piemonte. Dopo il Risorgimento infatti il modello piemontese fu instaurato in tutte le regioni senza tenere conto delle differenze. Questo modo di fare provocò fratture e dislivelli. Il sistema si allargò, ma perdette le sue basi e di conseguenza si svuotò. Qual è la sua opinione ? Lorenzo Freschi Caro Freschi, nella storia dell’unità nazionale il ruolo del Piemonte fu decisivo. Nessun altro Stato, nella penisola, aveva la forza militare, la classe politico-amministrativa e soprattutto le ambizioni necessarie per il raggiungimento di un obiettivo di tale respiro. È vero che non vi fu dietro la politica piemontese un grande, travolgente movimento di popolo. Ma il regno dei Savoia divenne sin dal 1849 il maggior punto di riferimento per tutti coloro che rifiutavano la frammentazione della penisola e desideravano la sua unità: i napoletani e i siciliani che trovarono rifugio a Torino dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848, i lombardi e i veneti per i quali Vittorio Emanuele II pretese e ottenne dall’Austria un provvedimento di amnistia dopo la guerra del 1848-49. È vero che dopo le vittorie del 1859 e la spedizione dei Mille in Sicilia, lo Stato unitario fu modellato sulle tradizioni giuridiche e amministrative del Regno di Sardegna. Ma il risultato finale fu in buona parte l’effetto di circostanze impreviste e di vicende internazionali. Nell’ultimo governo Cavour, agli inizi del 1861, il ministro degli Interni era Marco Minghetti, un liberale bolognese di grande intelligenza che conosceva bene il sistema politico inglese e aveva cercato di collaborare alla riforma degli Stati della Chiesa dopo l’avvento di Pio IX al papato nel 1847. Ma quando si accorse che ogni tentativo in quella direzione sarebbe stato inutile, si avvicinò a Cavour, divenne segretario generale del ministero degli Esteri di Torino, parlamentare e infine ministro degli Interni. In quest’ultima veste Minghetti presentò alle Camere nel marzo 1861 una riforma amministrativa di stampo inglese: decentramento burocratico, elezione dei sindaci, trasferimento agli organi locali di alcune delle responsabilità che il sistema piemontese riservava al potere centrale. Era convinto che la penisola contenesse troppe tradizioni e identità per essere soggetta a un sistema prefettizio, manovrato per di più da una regione settentrionale. Ma il presidente del Consiglio che succedette a Cavour dopo la sua morte, Bettino Ricasoli, accantonò il progetto "inglese" di Minghetti ed estese alle province annesse il sistema prefettizio francese che i governi di Torino avevano adottato per il Piemonte e la Sardegna. Un emiliano, Minghetti, aveva disegnato le grandi linee di uno Stato decentrato, ma un toscano, Ricasoli, decise di sacrificare le aspirazioni dei nuovi arrivati e quindi persino quelle della sua regione, uno degli Stati meglio governati del periodo preunitario. Quali considerazioni indussero Bettino Ricasoli a modificare così bruscamente la strategia di Cavour? Il clamoroso collasso dei Borbone (un avvenimento che nessun realista, nel 1859, aveva previsto e desiderato) gettò in braccio al Piemonte province lontane e mal conosciute che avevano tradizioni politiche molto diverse da quelle dell’Italia centro settentrionale. Le insurrezioni dei briganti e dei militari sbandati dell’esercito napoletano impegnarono il governo di Torino in una guerra che si prolungò sino al 1865. E mentre lo Stato unitario era alle prese con la sua prima, grande emergenza nazionale, alcune potenze europee, ostili all’unità italiana, aspettavano con piacere il fallimento di una impresa che molti in Europa consideravano pericolosamente liberale e rivoluzionaria. Chi sostiene che il Risorgimento fu in realtà la conquista piemontese della penisola dimentica che non esisteva nell’Italia di allora nulla di più liberale della classe dirigente creata da Cavour negli anni precedenti. Ma era impossibile, in quelle difficili circostanze, tentare la creazione di uno Stato decentrato, caratterizzato da forti autonomie locali. La rinuncia al progetto di Minghetti fu il prezzo che l’Italia dovette pagare per sopravvivere. Sergio Romano