Giovanni Caprara, Corriere della Sera 9/1/2007, 9 gennaio 2007
MILANO
L’Africa si muove verso l’Europa, sino a fondersi in un unico grande continente battezzato Afrasia. Il Mar Mediterraneo scomparirà e al suo posto si alzerà la catena dei Monti Mediterranei: accadrà fra cinquanta milioni di anni, ma già oggi ci sono movimenti della crosta terrestre che testimoniano come cambierà il panorama della Terra e non soltanto nelle nostre zone.
La previsione di come si trasformerà il globo con lo scorrere del tempo è diventata la specialità del professor Christopher R. Scotese dell’università del Texas (Usa). Anzi, alla speculazione scientifica ha associato anche una passione per la diffusione delle sue ricerche, creando persino un sito Internet ( www.scotese.com) diventato un riferimento prezioso per scuole e musei scientifici. Ed è in Rete che diffonde le sue elaborazioni sulle caratteristiche che assumerà il pianeta, frutto del "Paleomap Project".
La prima tappa studiata è il mondo fra 50 milioni di anni quando, oltre alla scomparsa del Mediterraneo, vedremo anche, tra le altre cose, la California del Sud migrare verso l’Alaska. "Andare al di là di questo primo obiettivo – confessa Scotese – diventa rischioso, perché potrebbero succedere cose inaspettate". Ma la consapevolezza da scienziato non gli ha impedito di estendere ben oltre la sua previsione. Nei passi successivi egli immagina l’Australia proiettarsi verso Nord sino a scontrarsi con Indonesia e Malesia, per finire in una grande fusione con Filippine e Asia. La storia poi continua fra cento milioni di anni, quando toccherà all’Antartide scivolare sempre in direzione Nord, incuneandosi tra Madagascar e Indonesia. E proseguendo il viaggio nel tempo, fra duecento milioni di anni l’Oceano Atlantico si chiuderà e il Sudamerica si congiungerà al Sudafrica.
La fine della storia che ci racconta Scotese è collocata fra 250 milioni di anni e sarà un ritorno alle origini. Perché allora tutti i continenti si ritroveranno riuniti in un’unica grande terra che lui ha battezzato "Pangea Ultima".
Nell’evoluzione del nostro pianeta, infatti, già si ipotizza che circa 250 milioni di anni fa esistesse un’unica, vasta terra emersa battezzata Pangea. Poi la crosta terrestre, appoggiata sul mantello non altrettanto solido, sotto l’azione sia delle forze convettive che trasportano il calore dal cuore incandescente della Terra, sia della forza di gravità, si è sbriciolata in una dozzina di grandi frammenti chiamati placche. Queste sono in continuo movimento, scontrandosi e generando terremoti. All’inizio del Novecento il meteorologo tedesco Alfred Wegener spiegava con la "deriva dei continenti" il mutevole volto della Terra. Ma la sua teoria ha richiesto decenni per essere accettata e soltanto negli anni Settanta del secolo scorso sono state raccolte prove schiaccianti di conferma. Tra queste, le misure effettuate con i satelliti Lageos (uno americano e l’altro italiano). "Sono delle sfere riflettenti un raggio laser che spariamo sulla loro superficie – spiega Rodolfo Guzzi, direttore della stazione di Matera dell’Agenzia spaziale italiana ”. Calcolando il tempo impiegato dai raggi scopriamo quanto si spostano i continenti o come si muove la Terra con la precisione di un millimetro. A tal fine utilizziamo pure un’altra tecnica, che fa riferimento gli astri e anche i satelliti Gps". Nel mondo ci sono una trentina di stazioni per la geodesia spaziale.
Molti studiosi condividono questo futuro del pianeta. " uno scenario plausibile", ha dichiarato al New York Times
Frank Press, illustre geologo ed ex presidente dell’Accademia nazionale delle scienze. Ma non tutti sono d’accordo. "Sappiamo ancora troppo poco sui movimenti delle placche – nota J. Brendan Murphy della St. Francis Xavier University, in Nova Scotia – per prevedere con certezza la danza futura dei continenti".