Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 9/1/2007, 9 gennaio 2007
Il Premio Viareggio cambia decisamente. Non c’è più Enzo Siciliano, scomparso nello scorso giugno, e la presidenza viene affidata a Rosanna Bettarini, filologa fiorentina di chiara fama, allieva prediletta di Gianfranco Contini, con il quale curò nell’80 l’edizione critica delle poesie di Montale, massima specialista di Petrarca
Il Premio Viareggio cambia decisamente. Non c’è più Enzo Siciliano, scomparso nello scorso giugno, e la presidenza viene affidata a Rosanna Bettarini, filologa fiorentina di chiara fama, allieva prediletta di Gianfranco Contini, con il quale curò nell’80 l’edizione critica delle poesie di Montale, massima specialista di Petrarca. Il suo commento del Canzoniere, uscito l’anno scorso da Einaudi, è il risultato di un lavoro che la comunità degli studiosi aspettava da oltre vent’anni. Ma che ci fa un filologo medievista (a parte la parentesi montaliana) a capo di uno dei più prestigiosi premi di narrativa, di poesia e di saggistica? "Non è colpa mia se la giuria mi ha acclamato...", scherza. In effetti, con la presidenza di Cesare Garboli (durata dieci anni) e con quella biennale di Siciliano il pallino era saldamente in mano a due critici militanti: "Ma non bisogna dimenticare un illustre precedente – precisa la Bettarini ”, dopo la morte del fondatore Leonida Rèpaci, nell’85, fu nominato presidente Natalino Sapegno, che era un professore universitario come me, uno studioso di Dante, il cui commento resta tra i migliori: lo considero un ottimo precedente". Dalla militanza politico-letteraria alla letteratura tout court? Risposta: "In effetti Garboli e Siciliano erano molto più riconoscibili di me sul piano delle simpatie politiche. Ma un romanzo vale in quanto romanzo, il resto non deve interessare ". Il Viareggio è una delle poche istituzioni la cui presidenza è tuttora una carica a vita. Inoltre, Rosanna Bettarini avrebbe potuto sciogliere la giuria e crearne una ex novo, ma si è limitata ad aggiungere ai vecchi "commissari" (come vengono definiti i giurati nel regolamento originale) Alfonso Berardinelli, un critico che più militante non si può. Forse per dissipare il lontano sospetto che l’accademia voglia far fuori i critici veri e propri. Per di più, la svolta viene inaugurata nel nome di Claudio Magris, cui viene assegnato il premio Viareggio-Tobino, una novità voluta dal nuovo presidente: "Sostituisce il Premio Un Libro per l’Inverno e coincide con l’anniversario della nascita di Tobino, avvenuta il 16 gennaio 1910". Prevede il riconoscimento a un autore di lingua italiana, ma non necessariamente italiano, per un’opera che sia rappresentativa, anche non recente: "Magris viene premiato per il suo ultimo libro, La storia non è finita, che raccoglie saggi e articoli apparsi sul "Corriere": un libro che riassume un modo di vedere la letteratura, un libro in cui si rivela una formula originale, tra narrativa e saggistica, che è del tutto nuova in Italia, dove spesso circolano opere inerti e convenzionali che parlano del nulla". Rimpianti? Nomi che in un decennio da giurata avrebbe voluto vedere premiati? "Direi di no. Ci sono state discussioni in passato, perché la gestione Garboli era molto presidenziale: Garboli era un attore straordinario, vederlo era un divertimento, oltre che un insegnamento. Le dimissioni di Raboni furono provocate dal suo carattere a volte troppo decisionale. Ricordo che ebbero una discussione a proposito del libro, molto bello, di Luigi Baldacci sui libretti d’opera. Garboli era contrario a premiarlo e si creò molta tensione". Altri retroscena analoghi? "Nel ’99, quando fu selezionato Vite senza fine di Ernesto Franco, che era il direttore dell’Einaudi, dalla casa editrice arrivò una lettera alla giuria in cui si sconsigliava di premiarlo, visto che era un funzionario editoriale. Garboli lesse la lettera ma la cosa ebbe l’effetto contrario". E aggiunge: "Comunque, due o tre volte avremmo benissimo potuto non darlo, il premio, visto il livello spesso un po’ sciatto della narrativa, mentre la saggistica mi sembra sempre molto buona". Calvino nel ’68 rinunciò al Viareggio con un telegramma in cui diceva che i premi letterari erano "istituzioni ormai svuotate di significato". L’epoca dei premi letterari gli sembrava definitivamente conclusa. "Sì, è vero, forse i premi sono un rito antiquato, ma lo snobismo porterebbe al suicidio della letteratura". A quasi quarant’anni di distanza dal telegramma di Calvino, la scorsa edizione, è stato premiato il più calviniano degli scrittori italiani, Gianni Celati: "Celati aveva fortissimi ed entusiasti sostenitori, ma a me il suo libretto sembrava un po’ imperfetto, un libro mancato, troppo esile: avrebbe potuto fare uno sforzettino in più... Ciò non toglie che si tratti di uno scrittore di grande talento e forse il premio è stato assegnato più alla carriera che a quel libro". Per la verità, Rosanna Bettarini non sembra entusiasta neppure del premio Opera Prima assegnato nel 2006: "Il libro di Roberto Saviano, Gomorra, mi interessò moltissimo, ma qua e là mi sembrava sopra le righe, come se si volesse forzare le tinte su una materia in parte già nota". "Poco diplomatica" per sua stessa ammissione e "un po’ spedita nei rapporti", Rosanna Bettarini conosce bene l’ispirazione ideale del Premio Viareggio, il cui orientamento politico durante il fascismo fu così sospetto da richiedere la supervisione di Giangaleazzo Ciano in persona. E che nel ’47, disattendendo il regolamento (che limita il riconoscimento agli autori viventi), premiò i Quaderni del carcere di Gramsci. "Ma quel che conta – taglia corto – è la libertà di pensiero e soprattutto nessun veto ideologico: stiamo parlando di letteratura".