Note: [1] Giusi Di Lauro, Libero 12/1; [2] Marco Imarisio, Corriere della Sera 10/1; [3] Jacopo Orsini, Il Messaggero 12/1; [4] Giovanni Cerruti, La Stampa 12/1; [5] Paolo Berizzi, la Repubblica 12/1; [6] Marco Imarisio, Corriere della Sera 12/1; [7] Gabr, 13 gennaio 2007
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 15 GENNAIO 2007
Olindo Romano ha 45 anni. A Proserpio (Como), il piccolo paese di 900 persone in cui è cresciuto, lo chiamano Carmine. Primo di quattro figli, è nato ad Albaredo per San Marco (Valtellina) quando i genitori non erano ancora sposati e per questo si è sempre sentito diverso dai fratelli (Piero, Lino, Agata). Il padre, morto qualche anno fa, era un operaio frontaliere: partiva il lunedì e tornava il sabato. stata mamma Piera a tirare su i figli. Quando Carmine-Olindo ha sposato Rosa Bazzi, un anno più giovane, per un po’ è rimasto ad abitare con la famiglia, poi hanno litigato per la proprietà della casa e da allora sono diventati come estranei. [1]
Rosa Angela Bazzi, per tutti Rosi, ha 44 anni. cresciuta a San Maurizio, ora quartiere inurbato a Erba (Como). Giusi Di Lauro: «Qui tutto è appena ristrutturato, le facciate hanno l’intonaco fresco, anche la chiesa è bianca panna, gli ori del portale sono brillanti, le persiane sono chiuse. Soprattutto quella della casa dove è cresciuta la Rosi, un piano terra dentro una corte, dove adesso vivono la madre, il vecchio padre malato, e una delle sorelle, l’Aquilina, ”quella separata”. La primogenita, Guglielmina vive a Como, è in pensione, sposata e ha due figli. C’era un fratello, il terzogenito, ma è morto in un incidente, nessuno specifica di che tipo, il suo nome si è dissolto con lui. Ultima la Rosy, la più giovane». [1] Mamma Lisa: «Ha sposato un poco di buono, perché anche lei era così, una persona piena di veleno». [2]
Lasciata Proserpio, Rosi e Olindo hanno abitato a Canzo, un altro paese della zona poi, nel 2000, si sono trasferiti a Erba, in via Diaz. [3] Olindo fa il netturbino, Rosi la donna delle pulizie. Giovanni Cerruti: «Lei è minuta. Ancor più piccina quando è accanto a lui, gli occhioni dolci, il sorriso buono, i passettini veloci che la portano a chiudersi nel suo mondo preferito, che è la lavanderia, oppure l’appartamento dove tutto è in ordine, tutto candido, tutto al posto giusto, e per non sporcare chi entra si deve infilare i calzettoni di lana o le ciabatte comprate apposta al mercato del giovedì». [4]
Lontano da casa, Rosi diventa un’altra. Fastidiosa, pettegola, insistente. La chiamano ”la zanzara”, oppure ”il carrarmato”, o anche ”isterichina”. Olindo ha «la pancia di chi mangia e beve bene, le mani grosse di chi ha sempre lavorato, un faccione sempre allegro quando non è vicino a Rosi, o non è a casa, nel cortile, a pulire e ripulire un camper che non hanno quasi mai usato. ”Deve averlo fatto diventare matto davvero”, dice Fernanda Tacchini, che l’ha avuto come dipendente subito dopo il matrimonio, anno 1984, ”un manovale dal carattere d’oro”» (Cerruti). [4]
Rosi fa la colf «come nessun altra». Avrebbe tanto voluto un bambino. Ma non riusciva, o non poteva. Qualche anno fa aveva abortito. Forse ci aveva riprovato. Niente. Era il suo cruccio. [5] Marco Imarisio: «Gli amici non servivano. I coniugi Romano avevano fatto una scelta obbligata, quella di una solitudine condivisa e riempita solo dall’ossessivo attaccamento alla casa. Stavano ancora pagando il mutuo, sette mesi fa avevano comprato un divano a rate, scadenza nel settembre 2007. Avevano una televisione al plasma che vedevano soltanto al pomeriggio. Avevano un camper così pulito da sembrare fresco di concessionaria, che usavano solo per brevi gite in Brianza, così non si consumava, e pulivano ogni giorno. ”Come fosse il loro bambino”». [6]
I settantacinque metri quadrati al pianterreno della corte di via Diaz, lato sinistro, scala A, erano un fortilizio dentro al quale la vita doveva scorrere ordinata, scandita da tempi e ritmi sempre uguali, senza sorprese, senza il caos del mondo fuori. Imarisio: «Rosa Bazzi in Romano, brianzola nell’anima, operosa e puntuale, ha difeso il suo territorio che sentiva minacciato dal diverso da sé, dall’arrivo di una coppia e di uno stile di vita che era l’opposto del suo, che la faceva stare male, le rovesciava abitudini costruite con rigore calvinista». [6]
La vicina si chiamava Raffaella Castagna. Gabriele Romagnoli. «I Romano e i Castagna reinterpretano un copione tragicamente ordinario. Due mondi sono costretti a vivere uno di fianco all’altro. Non si piacciono e non si rispettano. I Romano hanno origini più umili e fanno lavori più umili. Ai Castagna invidiano il successo economico. Che almeno se lo godessero lontano da loro, in una villetta singola e inaccessibile. Eccoli lì, invece, al piano di sopra. E la figlia Raffaella ha una colpa ulteriore: aver buttato via il proprio status di principessina del mobile, sprecato una dote che Angela Bazzi si sarebbe giocata ben diversamente, sposando un extracomunitario ”poco di buono”. Facendoci un figlio, che gioca o piange disturbando la quiete di loro due che figli non ne hanno avuti e vivranno il resto della vita in coppia, loro due e amen, con i lavori di pulizia, i desideri senza più oggetto, la delusione da trasformare in rabbia per poterla dirigere all’esterno». [7]
O se la vedevano tra loro o, insieme, se la prendevano con qualcuno. [7] Un gioielliere di Erba amico d’infanzia della Castagna: «La vicina ha cominciato subito a romperle le scatole. Se eravamo a cena da Raffa, lei ci scongiurava di non trascinare le sedie, di parlare piano, persino di non ridere troppo per non dar fastidio. Ma non c’era verso. Prima o poi arrivava la citofonata di quella lì. O si presentava su come una furia. Insulti. Roba pesante. Urlava come una pazza. Un delirio. In qualche modo conosceva i punti deboli di Raffa e se ne approfittava. Noi ci arrabbiavamo. Rispondile a tono, le dicevamo, ma lei non ne aveva il coraggio. Troppo mite, troppo educata. Spesso Raffa veniva qui e si sfogava: non so più che fare. Una volta han gridato al bambino figlio di puttana. Se lasciava il passeggino in cortile, quella glielo rovesciava o lo prendeva a calci. Un rumore, uno solo, e telefonava alla mamma di Raffa in piena notte maledicendo sua figlia. Quando Raffa si è sposata, ed è arrivato Azouz, le cose sono peggiorate. Lui non lo potevano proprio sopportare e odiavano anche il bambino. Non so quante denunce abbia fatto Raffa, quante botte e spintoni abbia preso. Olindo, non si vedeva mai. Anche quando era in casa, stava indietro». [8]
Olindo negli ultimi tempi leggeva Diabolik. Giusi Fasano: «Pile e pile del fumetto sull’assassino diventato il re dei ladri. Roba recuperata in discarica e portata a casa per passarci i pomeriggi. Luigi e Maria Rosa, i vicini della porta accanto, l’hanno visto per mesi leggere avidamente le pagine sul criminale in calzamaglia ”Se ne stava lì, seduto davanti a casa sua, a divorare quei giornaletti. A me ha dato una ristampa e lui si è tenuto gli originali” spiega Luigi. Il netturbino fumava e leggeva. Memorizzava trucchi per seminare i nemici, per essere spietato, tecniche per non farsi scoprire». [9]
Da tempo i Castagna avevano deciso di porre fine alla questione. Emilio Randacio: «L’inizio ha una data. Siamo alla fine di ottobre quando un ufficiale giudiziario di Erba deposita la citazione a giudizio per i coniugi Romano. Il 13 dicembre è fissata la prima udienza davanti al giudice di pace in cui lei, la Rosi, e il marito, l’Olindo, si devono presentare per rispondere delle accuse di ”ingiurie, minacce e lesioni semplici”. Parti lese Raffaella Castagna e la madre, Paola Galli». Rosa: «Da quel giorno abbiamo iniziato a pensarci. A pensare che lei, la Raffaella, doveva pagarcela. Ci avevamo già provato due volte prima dell’11 dicembre scorso». Ma qualcosa, in quelle occasioni, non va per il verso giusto. Per giorni, gli insospettabili signori Romano, dalle finestre che danno sul cortile del cascinale ristrutturato, studiano gli orari di Raffaella, i suoi spostamenti. Sanno che il marito, Azouz Marzouk, non c’è, è in Tunisia. [10]
Degli spostamenti di Raffaella sapevano tutto. Bonerandi&Randacio: «L’avevano anche seguita varie volte. Sempre uguale: nei giorni di lavoro arrivava fissa alle 19 e 40 alla stazione di Erba col treno da Magreglio. Puntuale, ad aspettarla c’era Paola, la mamma, con il bambino». [11] Quella sera li avevano aspettati con le luci spente. Paolo Colonnello: «Quando li hanno visti passare, rumorosi e allegri come al solito, hanno contato i minuti. Poi sono saliti silenziosi al piano di sopra, sapendo che la porta delle scale sul cortile non chiudeva e hanno atteso nella penombra sul pianerottolo. Lei in tuta e pantofole. Lui con i jeans e le scarpe. La Rosy con in mano un coltellino, Olly con una spranga e un coltellaccio. Tutti e due con dei guanti di lattice alle mani». [12]
Un minuto, due minuti… cinque minuti. Colonnello: «Poi, come avevano previsto, Raffaella ha aperto la porta con in mano il sacco della spazzatura per portarlo in cortile. Non potevano sbagliarsi, la Raffa faceva così ogni lunedì, l’unico gesto metodico di ”quella donnaccia”». [12] Su come sono entrati in casa ci sono pure altra versioni (hanno disattivato il contatore elettrico dell’appartamento al primo piano per stanare Raffaella, oppure, più semplicemente, hanno suonato al campanello). [13] Fatto sta che appena la Castagna ha aperto la porta se li è trovati di fronte. Enrico Bonerandi: «L’uomo le vibra un colpo tremendo con il martelletto, usato come una spranga, diritto sulla faccia. Rosi le si avventa addosso, e la colpisce con il coltello. Una, due, dodici volte. Con tutta la forza che ha in corpo». Poi toccherà alla mamma Paola Galli, al piccolo Youssef, 2 anni, sgozzato perché «strillava come un matto», alla vicina Valeria Cherubini e al di lei marito Mario Frigerio, dato per morto e invece miracolosamente sopravvissuto per un’anomalia della trachea. [11]
Si dice: i Romano non hanno mai pensato che non l’avrebbero fatta franca. [13] A farli crollare, a smontare l’alibi che fin dall’inizio era apparso piuttosto fragile («al momento della strage eravamo a cena a Como») è stata una macchia di sangue di Frigerio ritrovata sulla Seat Arosa degli assassini. [14] Nello Scavo: «Sarebbe bastato vedere una puntata dei telefilm sul Ris di Parma per rendere agli inquirenti la vita più difficile». [15] Romagnoli: «Hanno ucciso pur sapendo che, anche con tutta la presbiopia degli investigatori, non l’avrebbero fatta franca. Davvero, è spaventoso ma non è difficile comprendere che hanno voluto fare a pezzi non soltanto i Castagna, ma anche la vita che li ha sfiorati e quella che hanno invece avuto, la loro immutabile convivenza e se stessi». [7]