varie, 13 gennaio 2007
Antonio Furloni, di anni 33. Romano, da tutti giudicato un «bravo ragazzo», si svegliava all’alba e rientrava a tarda notte per lavorare nella rosticceria-pizzeria del padre, in via dei Castagni
Antonio Furloni, di anni 33. Romano, da tutti giudicato un «bravo ragazzo», si svegliava all’alba e rientrava a tarda notte per lavorare nella rosticceria-pizzeria del padre, in via dei Castagni. Viveva con la moglie Sabrina Corsico di 31 anni e la figlioletta Clarissa di due in una casetta a due piani in Tor Vergata. Sullo stesso pianerottolo abitava il suocero Vincenzo Corsico di anni 78, vedovo, donnaiolo, violento e attaccabrighe, solito minacciare i vicini per le ragioni più futili, rabbioso pure con la figlia perché non riusciva a toglierle l’appartamento che le aveva donato anni fa e che ora rivoleva per sé. Nella mattinata del 6 gennaio il Corsico suonò al campanello della famigliola, andò ad aprire il Furloni, il vecchio tirò fuori la sua calibro 38 e sparò due colpi: uno si conficcò nello stipite della porta, l’altro del petto del genero. Subito dopo aprì la manopola del gas, forse con l’idea di far saltare la palazzina. I carabinieri lo trovarono in piedi sul balcone: «Perché siete arrivati? Non ce n’era bisogno». Più tardi spiegò: «Sono pentito, ma non ne potevo più. Mia figlia mi ha escluso dalla sua vita. Non ho mai conosciuto mia nipote. Ho dato a Sabrina i frutti del lavoro di una vita, le ho donato la mia palazzina, ma nonostante questo è la più ingrata di tutti i miei figli. Non si è mai presa cura di me. Tre anni fa fui ricoverato per un ictus. Non venne mai a trovarmi». «Ma che cosa ti ho fatto?». In via Lucio Furio a Tor Vergata, in una zona palazzine modeste ma dignitose ingentilite da giardinetti con piante di limoni e balconi fioriti.