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 2007  gennaio 18 Giovedì calendario

C’è Allah allo sportello. L’espresso, giovedì 18 gennaio Da fenomeno di nicchia, la finanza islamica si sta trasformando in un grande business

C’è Allah allo sportello.
L’espresso, giovedì 18 gennaio
Da fenomeno di nicchia, la finanza islamica si sta trasformando in un grande business. La torta, del resto, è enorme: i patrimoni stimati in possesso dei circa 1,5 miliardi di musulmani nel mondo superano i mille miliardi di dollari. E a oltre 400 miliardi di dollari ammontano i fondi gestiti in vario modo, ma sempre seguendo i dettati della Shari’ah, la legge islamica. Gli strumenti usati sono simili a quelli della finanza classica (fondi mobiliari e immobiliari, obbligazioni, panieri rappresentativi di azioni, derivati sugli indici), ma devono tenere conto del dettato coranico. Diverse sono infatti le cose che l"Islam ripudia: oltre all’accumulo di ricchezze fine a se stesso, l’usura (’ribah”), la speculazione ("maisir") e l’ambiguità ("gharar"). A tutto ciò si somma il rifiuto di attività che comprendano commercio di alcol,. armi, carne suina, pornografia, gioco d’azzardo, tabacco. A vigilare che fondi, banche e strumenti finanziari siano "halal", ossia conformi alla legge islamica, ci pensano gli Shari’ah advisory boards o consigli sciaraitici dal cui verdetto (’farwa") non è assolutamente possibile prescindere.
A tirare quindi sono soprattutto i "sukuk", le obbligazioni coraniche, sovrane (se emesse da Stati o enti governativi) o corporate (se emesse da aziende private). L’Accounting & Auditing Organization for Islamic Financial Institutions ne ha standardizzati 15, suddivisi in quattro tipologie. Poiché secondo il dettato coranico è vietato percepire o pagare interessi, la remunerazione del capitale investito avviene ricorrendo a diverse scorciatoie. Nel 2005, dopo aver emesso un "sukuk" pari a 600 milioni di dollari, il governo pachistano spiegò che ai sottoscrittori sarebbero stati girati gli utili di un’autostrada. In piccolo, la stessa strada ha scelto la Cassa di risparmio di Fabriano, uno degli istituti più attenti nel cercare di intercettare le esigenze finanziarie dei musulmani: gli interessi attivi sui depositi in banca possono infatti essere convertiti in buoni pasto.
Ma quanto è proficuo investire in simili strumenti? Difficile saperlo, giacché il risultato viene comunicato solo ai sottoscrittori. Nulla deve trapelare verso l’esterno, secondo la linea della massima riservatezza tipica degli ambienti finanziari islamici.
Quello delle obbligazioni coraniche è un fenomeno abbastanza recente, che ha fra i suoi protagonisti anche la Banca mondiale. Nel 2005 l’organismo guidato da Paul Wolfowitz ha infatti emesso, in collaborazione con la Malaysia, "sukuk" per 760 milioni di ringgitt (quasi 170 milioni di euro) con scadenza 2010: le richieste sono state doppie rispetto al quantitativo offerto. Fece clamore, nel 2004, anche il primo ”sukuk” europeo. Fu emesso in Germania dal Land della Sassonia-Anhalt e venne presentato da Karl-Heinz Paqué, ministro delle Finanze locale dell’epoca, come un’operazione pensata per favorire i milioni di immigrati turchi e pachistani. L’emissione dei "sukuk" ha preso piede in maniera vertiginosa dopo l’11 settembre 2001, con il deflusso dei capitali legati al petrodollari mediorientali verso le terre d’origine. Un flusso di cui hanno beneficiato soprattutto i paesi produttori di petrolio. Luciano Fiordoni, economista del Monte dei Paschi di Siena, parla dì "forte espansione delle riserve valutarie e di crescenti flussi di investimento verso aree del Sud-est asiatico come Malaysia, India e Indonesia". Ma anche il Giappone ha deciso di sedersi al banchetto. Nell’estate del 2006 la Japan Bank for International Cooperation si è infatti rivolta alla Bank Negara Malaysia per preparare l’immissione sul mercato di un ”sukuk” nìppo-islamico del valore stimato tra i 300 e i 500 milioni di dollari. Per attirare verso il Sol Levante i petrodollari del Golfo. "Dietro l’accordo fra Giappone e Malaysia", spiega Hideki Nukaya, economista all’Institute for International Affairs di Tokyo, "c’è il desiderio da parte nipponíca di rivestire il ruolo di attore principale in seno alla finanza islamica. In questo senso, la Malaysia sarà un buon alleato, visto che noi ancora manchiamo di esperienza nel settore". Conclude Nukaya: "Per quanto riguarda il "sukuk" che il Giappone emetterà agli inizi del 2007, è il modo migliore per attrarre i petrodollari mediorientali".
Finora il centro indiscusso delle attività di gestione del risparmio islamico è stato Kuala Lumpur. La capitale della Malaysia ora però subisce la concorrenza dell’Indonesia e dei paesi del Golfo. E deve anche fare i conti con i distinguo di recente sollevati da alcuni paesi mediorientali sulla liceità dei suoi "sukuk", giudicati di dubbia aderenza ai precetti coranici. Pur fra tante pressioni e difficoltà, la Malaysia non ha mai fatto mistero di credere a una maggiore secolarizzazione del comparto ”trade & finance”, proprio mentre fra i vari consigli sciaraitici ci si confronta sul grado di incidenza della religione negli affari, con diversità di posizioni che sfociano spesso in aspre polemiche. In questo tiro alla fune fra posizioni oltranziste e atteggiamenti di maggiore apertura nei confronti delle esigenze del capitalismo contemporaneo, continuano a inserirsi qua e là investitori di fede musulmana scossi dal dubbio se non sia per caso più sicuro continuare ad affidarsi agli strumenti finanziari tradizionali, percepiti come più affidabili e meno rischiosi. E pazienza se non del tutto Corano-compatibili.
Intanto, però, la via islamica alla finanza piace sempre di più alle istituzioni finanziarie occidentali. Un business potenzialmente molto allettante, che ha spinto grandi banche internazionali, d’affari o commerciali, a esplorare con attenzione le diverse possibilità di inserimento e a far partire le prime iniziative.
Tra le banche che stanno approfondendo con maggior impegno il dossier Islam & finanza figurano pezzi da novanta come Bank of America, Deutsche Bank, Brip Paribas, Barclays, Hsbc, CommerzBank, Goldman Sachs, Lloyds Tsb, Crédit Suisse, Citibank. Il primo passo, di solito, è rappresentato dalla apertura di sportelli islamici ("Islamic windows") nei paesi musulmani o in quelli occidentali con una consistente presenza di popolazione islamica. Gli inglesi sono i più sensibili e il tema pare caro al cancelliere dello Scacchiere, Gordon Brown. Infatti a Londra già operano parecchi sportelli islamici, sia occidentali sia asiatici, e l’attività si sta facendo frenetica. anche la corsa per ottenere il rilascio del diploma di ”Shari’ah broker”: del resto, secondo il Financial Times si è da tempo aperta la caccia a "personalità dal carisma tale da far pesare le loro parole come "fatwa", così da rassicurare i fedeli circa la conformità dei prodotti finanziari proposti alle regole della religione musulmana".
In Svizzera, dove nel campionato della finanza islamica giocano da tempo protagonisti come Cupola Asset Management, Dar Al Maal Al Islami Trust, Faisal Finance, Pan Islamic Consultancy Services Istishara, Pictet & Cie, nel novembre del 2006 si è assistito al lancio del Sukuk Sanad Fund, un fondo con una componente obbligazionaria pari al 75 per cento, gestito dalla Encore Fund Management Company. un fondo targato isole Cayman ed è aperto anche a investitori non musulmani: "Potrebbe ben presto essere domiciliato in Bahrain, così da risultare accessibile a un maggior numero di investitori", anticipa a "L’espresso" John A. Sandwick, managing director della Encore Management. E a Parigi, dal 25 al 27 luglio prossimi, si terrà una tre giorni dal titolo illuminante: "Islamic Banking and Finance: Principles, Products, Strategic Challenges & Innovation".
In Italia un tentativo di agganciare il boom della finanza islamica stenta a decollare. l:offerta potrebbe funzionare nel nostro Paese? Da un punto di vista formale non ci sono ostacoli: "La Banca d’Italía", spiegano in via Nazionale, "non nutre alcuna preclusione in merito: ciò che conta è l’adesione al Testo Unico Bancario del 1993 e al Testo Unico della Finanza". Per Fatima Edouhabi, esperta di finanza islamica di stanza in Italia, la situazione si potrebbe sbloccare avviando una o più società di gestione del risparmio in grado di promuovere il venture capital che, insieme al microcredito, è lo "strumento di impiego più vicino alle richieste della Shari’ah". Edouhabi ha allo studio un progetto incentrato su una società "strettamente legata a uno o più istituti di credito, meglio ancora a una cordata di istituti italiani e mediorientali, o comunque esteri ". Ciò consentirebbe, dice l’esperta, "di soddisfare le esigenze di imprenditori e cittadini di fede islamica, che al momento non hanno strumenti adeguati per investire i propri capitali, e anche di svecchiare il sistema del credito italiano". Per Edouhabi questa strada eviterebbe anche la costituzione di una banca islamica a se stante, che lei considera "un probabile ostacolo al processo di integrazione dei cittadini di fede musulmana". La cordata mista favorirebbe "una maggiore interazione tra il sistema finanziario italiano e quelli del mondo arabo". Che targa avrà il primo sportello islamico made in Italy? Una domanda che potrebbe avere la sua risposta già nel 2007.
Stefania Elena Carnemolla