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 2007  gennaio 11 Giovedì calendario

Così muore la mia montagna. la Repubblica, giovedì 11 gennaio Adamello. Nove gennaio, quota 2600 metri, ore cinque del mattino, temperatura due gradi

Così muore la mia montagna. la Repubblica, giovedì 11 gennaio Adamello. Nove gennaio, quota 2600 metri, ore cinque del mattino, temperatura due gradi. Sopra il rifugio Mandrone, ai piedi del ghiacciaio Pian di Neve – uno dei più grandi d´Europa - le cascate sono tutte sveglie. L´anfiteatro tuona sotto le stelle, il Sarca in piena serpeggia nella pietraia, raccoglie l´acqua di fusione prima di precipitare in Val Genova, e diventare Lago di Garda, Mincio, Po. La montagna ha la febbre. Aveva sempre taciuto, nelle notti d´inverno. Il gelo acuto la chiudeva in una morsa di silenzio. Ora è finita. La massa bianca che incombe non luccica più di neve fresca, ma riluce, nuda e traslucida come uno scudo. Alcuni seracchi sono aperti. Camosci ci volano accanto nel buio, come un soffio di anime perse; solo i carboni ardenti delle pupille svelano la traiettoria del branco sulla morena. Fausto De Stefani scavalca un torrente dopo l´altro, la pila frontale crea un´aureola attorno al suo barbone. Dopo aver scalato tutti gli Ottomila della Terra, dopo essere sopravvissuto alla tormenta dell´Himalaya, al congelamento e all´amputazione delle dita dei piedi, ora scopre l´inferno in casa. Alpinista di livello mondiale, accademico del Club Alpino e presidente di Mountain Wilderness, sono anni che sta monitorando la peste climatica della montagna, ma mai - dice - avrebbe creduto di assistere in diretta a un simile evento biblico. Il ghiacciaio sulla Nord dell´Adamello è scomparso, quello della Lobbia si è staccato dal rifugio, il Pian di Neve è arretrato di un chilometro e si è abbassato di un centinaio di metri. «Tutto ti avviene sotto gli occhi, a una velocità superiore al previsto. Di questo passo non avremo più ghiacciai in quindici anni sulle Alpi. E il nostro sistema idrico salterà in aria». Ma in De Stefani non è lo sconforto che si agita. la rabbia, il disgusto per la politica che fa finta di niente. «C´è qualcosa di profondamente immorale in tutto questo. Ed è che si continua a far man bassa del bene comune come se fosse inesauribile. L´acqua pubblica sta sparendo, ma la si pompa per innevare artificialmente le piste; con soldi pubblici si aprono cantieri per costruire mega-impianti a quote a rischio; e poi, quando la neve non arriva, si chiedono altri soldi pubblici, invocando la calamità naturale. Non può continuare». Salendo verso l´Adamello, lungo la Val Trompia affogata nei miasmi dell´industria padana, in vecchi impianti di risalita verso Collio e il Passo del Maniva sono ancora lì, fermi da vent´anni, arrugginiti e storti come vecchi ramponi nella gobba di una balena. Nessuno li toglie, perché costa troppo. Ma servono, almeno, a segnare la vecchia linea del fronte, la ritirata dell´inverno. Lo stesso in Valsassina o a Novezza sul Baldo e in cento altri posti. Archeologia industriale. «In Svizzera è proibito da anni costruire impianti sotto i 1800 metri. Da noi si fa finta di niente. Si progettano piste a quote ridicole e su pendenze ridicole. Sul Baldo, a Novessina, hanno costruito seggiovie che non funzionano nemmeno con la neve artificiale. Una dilapidazione inconcepibile di soldi e risorse. Non era meglio darli ai malgari quei soldi, per tenere in vita la montagna? Il Club Alpino dovrebbe gridare più forte contro queste storture». Da quando il clima è impazzito, De Stefani ha cambiato le abitudini. Si sposta in prevalenza di notte, come un Tuareg nel deserto. Di giorno la montagna invernale non è più la stessa. «Il 4 gennaio in Marmolada era tutto un rombare di elicotteri che portavano sciatori in quota. E poi motoslitte su e giù, prive di assicurazione e persino di immatricolazione, che spadroneggiavano. un insulto di chi cerca un legame leale con la natura. L´umiliazione della montagna, l´annientamento della qualità dell´esperienza…». A Fondo, in Val di Non, sempre il 4 gennaio, c´è stata la marcia annuale con le racchette da neve, la cosiddetta Ciaspolada. Era nata anni fa, come alternativa ruspante al totalitarismo dello sci industrial-mediatico. Oggi la neve artificiale è arrivata anche lì. Quindicimila metri cubi, portati con i camion. E i concorrenti, a migliaia, erano lì a saltare come ridicole papere su un tracciato finto, dove avrebbero fatto meglio ad andare con i soli scarponi. « cambiato tutto. Vie che hanno fatto la storia dell´alpinismo sono sparite o diventate impraticabili. Per esempio quelle sul Mont Blanc de Tacul, le Courtes, le Droites; oppure la Nord del Montefalcone sull´Adamello, o il couloir del Monte Nero sulla Presanella. Ne vogliamo tenere conto? E invece no, ci si ostina a proporre lo sci estivo in Italia. Tritare il ghiaccio per renderlo sciabile per qualche fighettone è irresponsabile. No, no, no». Sorge l´alba dalla Val Rendena, ha il colore rosa-pastello dei tropici. Non sembra gennaio, ma aprile. In basso le marmotte sono ancora sveglie, fischiano in pieno giorno. Il tasso, la puzzola e la faina sono ancora in circolazione. In pianura le cinciallegre sono impazzite e il merlo prepara già il nido. Nelle basse Prealpi i meli sono fioriti con due mesi di anticipo. La bocca del ghiacciaio perde acqua grigia a tutta forza, l´emorragia è inarrestabile. «Dicono che la natura si vendica - ghigna Fausto - ma quale natura? La natura si riprende solo ciò che è suo. Siamo noi che massacriamo il territorio. Non posso più tacere. Si fanno cose scellerate. Si costruiscono cattedrali nel deserto. Il collegamento tra il Cansiglio e Piancavallo in Friuli. Il carosello da Pinzolo a Madonna di Campiglio, nel bel mezzo di un parco naturale di importanza comunitaria. Uno schifo». «Vent´anni fa per cose del genere ci sarebbe stata la rivoluzione. Oggi tutti tacciono. La gente è diventata inerte. rimasta solo la paura, e quella sì che la senti. Quando Alex Zanotelli è andato in Trentino a parlare della crisi idrica, le sale erano strapiene. La gente sa che con l´acqua non si scherza. Ha mangiato la foglia. Ha capito che qualcuno vuol privatizzare l´acqua, e quel qualcuno sta sopra la politica e la governa come vuole. Destra o sinistra, stessa cosa». «Nessuno ha il coraggio di dire che non si può continuare facendo finta che le risorse siano inesauribili, nessuno spiega che basta il cinque per cento di acqua in meno e i contadini del Mincio restano in braghe di tela. Si continua come niente fosse, si pompa acqua potabile per bagnare il mais. immorale». Mostra la testa del ghiacciaio illuminato dal primo sole. «Senza di questo cambierà tutto, da qui alle foci del Po. Dobbiamo pensarci subito». Paolo Rumiz