Stefano Montefiori, Corriere della Sera 10/1/2007, pagina 6., 10 gennaio 2007
«L’errore di noi europei Fare guerra al passato». Intervista al sociologo Zygmunt Bauman. Corriere della Sera, mercoledì 10 gennaio MILANO – Non è paradossale il fatto che viviamo in una «società liquida», secondo la sua celebre definizione, dove legami e impegni vengono sciolti e dimenticati in fretta, eppure fatti accaduti decine di anni fa influenzano ancora così tanto la vita pubblica? L’Europa è prigioniera del suo passato? «L’Europa mi sembra non tanto prigioniera, quanto in guerra con il suo passato
«L’errore di noi europei Fare guerra al passato». Intervista al sociologo Zygmunt Bauman. Corriere della Sera, mercoledì 10 gennaio MILANO – Non è paradossale il fatto che viviamo in una «società liquida», secondo la sua celebre definizione, dove legami e impegni vengono sciolti e dimenticati in fretta, eppure fatti accaduti decine di anni fa influenzano ancora così tanto la vita pubblica? L’Europa è prigioniera del suo passato? «L’Europa mi sembra non tanto prigioniera, quanto in guerra con il suo passato. Non c’è contraddizione, ma anzi sintonia con lo stile di vita che impone di sbarazzarsi di ciò che è stato, liberarsi delle sue perduranti conseguenze, dichiarare nulli i vecchi impegni». Zygmunt Bauman, 81 anni, il sociologo ebreo polacco da oltre tre decenni emigrato a Leeds, inserisce le dimissioni dell’arcivescovo Wielgus nella sua visione di una Modernità liquida (Laterza) preoccupata di distruggere il passato più che di costruire saldamente il futuro. «Un aspetto preoccupante della guerra dell’Europa con il suo passato è l’oblio del presente. Prendersela con ciò che è stato toglie urgenza a uno sguardo profondo sulle ingiustizie recenti e sulle difficoltà della vita contemporanea. Questo trasferimento di attenzione mi sembra appunto andare nel senso della moderna società "liquida": negli affari pubblici e privati, nei piani alti come al pianterreno della società, "lasciare" conta molto più che "prendere", rompere i legami è più interessante che stringerli. «Nietzsche paragonava l’atto della scelta al trovarsi sul punto di confluenza di due strade: una che viene dal passato, la seconda diretta al futuro; la prima è una zavorra della seconda; mortifica il libero arbitrio, fa "digrignare i denti" a chi deve scegliere, che resta schiavo delle azioni e decisioni precedenti. Nel moderno mondo liquido fatto di scelte continue, il rumore del "digrignare i denti" causato dal confronto con un passato ostinato e impertinente può essere avvertito ogni giorno e dappertutto... Il "passato", soprattutto se impegnativo, piace poco. Molti cercano quotidianamente di emanciparsi dalla sua stretta. Essere impegnati in un’impresa così senza speranza li rende vulnerabili. E la vulnerabilità umana è un’ottima fonte di capitale politico». Prima di Wielgus, lo scrittore tedesco Günter Grass ha cercato di liberarsi dalla stretta. Un coraggio ammirevole, o tardivo? «Sono incline a pensare che rendere pubblico quell’episodio vergognoso della sua vita (la breve militanza nelle Ss, ndr) abbia aggiunto impatto ai suoi sforzi di andare alle radici dell’infamia nazista, per metterle a nudo e impedire che possano di nuovo estendersi. Dopo tutto, la storia del figliol prodigo è uno dei più potenti e insistenti messaggi del Vangelo». L’ex ministro Otto Schily ha difeso l’arcivescovo Wielgus, dicendo che la sua collaborazione non ha fatto vittime ed è stata solo un modo per cercare di sopravvivere in un regime ostile. «Il caso Wielgus è però diverso da quello di Grass: l’arcivescovo ha cercato di nascondere il suo passato, e ha anche mentito. Per il resto, rileggiamo Italo Calvino nelle Città invisibili: l’Inferno dei viventi è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Possiamo diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Oppure cercare chi e cosa non è inferno, e dargli spazio. molto più facile, diceva Calvino, scegliere il primo modo: cercare nell’Inferno il calderone con lo zolfo appena meno bollente... Ecco perché quella strada tende a essere imboccata molto più spesso della seconda. Una dichiarazione di cooperazione con le autorità può finire per essere percepita banalmente come un’altra carta da aggiungere alla domanda di passaporto». Altri ricordano che papa Wojtyla ebbe il coraggio di dire no. giusto criticare chiunque non abbia avuto la forza di agire da eroe? «Un articolo sul Corriere di lunedì paragonava l’arcivescovo Wielgus all’eroe della resistenza polacca, padre Popieluszko. Va ricordato però che Popieluszko, quando si impegnò nella sua solitaria battaglia, si lamentava dello scarso aiuto offerto dalla Chiesa... I martiri sono sempre e dappertutto una minoranza. Ecco perché noi, uomini e donne comuni, li veneriamo come santi ed erigiamo monumenti in loro memoria. lodevole (anche se fonte di tormenti e depressione) misurare su standard di santità la propria condotta. Farlo con gli altri sta invece tra l’ipocrisia e la crudeltà». Il Vaticano ha accettato le dimissioni di Wielgus, ma ha aggiunto che la Chiesa è sotto attacco, che i comunisti stanno cercando di vendicarsi. La memoria come arma? « un’arma politica (Benjamin diceva che neanche i morti sono al riparo dalla battaglia politica), e letale quando le inversioni a U della politica diventano sempre più brusche». Contro chi viene usata quest’arma oggi in Polonia? «La memoria è uno strumento nella lotta per appropriarsi del merito del crollo del regime comunista, condotta dalla nuova classe dirigente, che è fatta in larga parte di nuovi arrivati. Questo porta all’espropriazione dei meriti acquisiti dai vecchi dissidenti anti-comunisti, e più in generale al discredito di qualsiasi autorità morale e politica alternativa. Si arriva quindi a erodere almeno in parte l’enorme autorità conquistata dalla Chiesa polacca grazie alla sua indipendenza di fronte al regime comunista (Wielgus è il più celebre, ma solo uno dei tanti casi di preti accusati pubblicamente di avere aiutato i servizi segreti); ma l’uso strumentale della memoria si vede anche nelle ricorrenti e calunniose accuse di collaborazione con il regime comunista avanzate contro i veri eroi e martiri della lotta contro di esso: come Walesa, Kuron o Michnik. Contrariamente all’opinione comune, le rivoluzioni politiche non sono specializzate nell’uccidere i loro figli, ma nel parricidio! Di solito, le accuse sono poco o per nulla documentate; ma in politica il fine giustifica i mezzi, e i mezzi impiegati sono ignobili, ma efficaci; la calunnia tende a lasciare macchie resistenti a tutti i detergenti. Le autorità statali hanno accesso esclusivo a "documenti" notoriamente inaffidabili dei servizi segreti comunisti, che loro usano in modo intenso ma altamente selettivo, in base alle attuali – genuine o di comodo – divisioni politiche». L’anno scorso anche lei è finito sotto accusa. La rivista di destra polacca Ozon le ha rinfacciato la sua militanza comunista nel dopoguerra. «Sebbene io non ricopra alcuna posizione politica o pubblica in Polonia, quella rivista, nel frattempo defunta, mi ha incluso tra i destinatari di una auspicata purga a venire... Perché lo ha fatto? Forse la spiegazione viene dal titolo dell’articolo, che mi descriveva come una sorta di "padre nobile" o "guida" della "Sinistra polacca" (per lo spasso miei e della Sinistra polacca medesima). Ciò che di vero c’era nell’articolo, non l’ho mai nascosto, sin dall’inizio: non ho mai fatto segreto di essere stato per molti anni del dopoguerra un membro leale e devoto della versione polacca del partito comunista; tra l’altro, ancora mi considero e mi dichiaro socialista. Invece, le supposte "nuove" informazioni, derivate da "documenti" negli archivi della polizia segreta, mi erano totalmente sconosciute: si sono rivelate o grossolane distorsioni dei fatti, o bugie bell’e buone». Ha rimpianto di qualcosa che ha fatto in passato? «Non mi vergogno delle mie scelte di allora, perché le idee che mi spinsero a entrare nel partito erano nobili e hanno perso poco della loro attualità. Però mi dispiace di essere stato ingenuo, di non essermi accorto prima dell’enorme discrepanza tra le idee enunciate e le pratiche del partito. Ho cercato per quanto potevo di pentirmi dei miei errori dedicando il resto della mia vita a mettere a nudo le "tentazioni totalitarie" di tutti i colori e sfumature, e cercando di capire e rivelare le trappole tese all’"umanità degli umani" dai grandi progetti di "nuovi ordini". In un certo senso sono grato a quella breve esperienza: mi ha aperto gli occhi». Stefano Montefiori