Ferdinando Salleo, la Repubblica 9/1/2007, pagina 20., 9 gennaio 2007
Storia dei motti americani
La vera storia del motto americano. la Repubblica, martedì 9 gennaio Sarà certamente vero, come ha detto Regis Debray in un incontro alla Facoltà di Filosofia dell´Università San Raffaele di Milano (la Repubblica, 7 gennaio 2007), che il motto E pluribus unum mostra che gli americani compresero subito l´ispirazione a unirsi nell´invocazione di un Dio unico e allontanarono così "il pericolo di una guerra di tutti contro tutti". Certo è però che in questa interpretazione il destino della citazione latina resa famosa dai biglietti di banca è andato molto al di là delle intenzioni dei Padri Fondatori quando, all´alba della sua nascita, disegnarono il Gran sigillo degli Stati Uniti, lo stemma della nuova repubblica i cui simboli sono adornati da tre citazioni virgiliane. E quella che conterrebbe l´invocazione al Dio unico è la più umile delle tre, forse la più avventurosa, sicuramente la più in vista. Mentre infatti le altre due (Novus ordo seclorum e Annuit coeptis) che figurano sul verso dello stemma hanno le nobili credenziali delle Egloghe e delle Georgiche da cui provengono con qualche adattamento grammaticale per l´occasione, E pluribus unum che figura sul recto assieme all´aquila e ai fulmini viene da un contestato poemetto del vate mantovano, "Moretum", a lungo discusso se appartenente al canone virgiliano, rimaneggiamento di opera altrui o addirittura apocrifo, oggi generalmente iscritto con qualche avvertenza tra le operette minori. Il motto appariva già sotto una mano che stringeva un mazzo di fiori sulla copertina del volume annuale che rilegava un mensile di vario argomento, come era allora comune, piuttosto diffuso nel mondo anglosassone, il "Gentleman´s Magazine". "Moretum", ossia l´insalata o l´impasto di condimento, è il titolo di un curioso componimento poetico, di tono umoristicamente georgico, attorno ad un contadino, Symilus, che prepara il suo pasto prima di aggiogare i buoi e disporsi all´aratura. Dall´orto, che l´autore descrive in gustoso dettaglio con le sue verdure e gli odori, il buon Symilus prende gli ingredienti necessari – l´aglio, la ruta, il prezzemolo, il coriandro – li pulisce e li pesta nel mortaio, aggiunge il sale e il formaggio stagionato e impasta il moretum, mentre una schiava prepara il pane. Si chiede qui il poeta quale sia il colore di questo companatico e conclude in tono ironicamente semi-eroico che i componenti, mischiati energicamente, perdono le proprie forze. Il moretum non è più verde per via del latte, né bianco a causa delle erbe: color est e pluribus unus. Attraverso il "giornale del gentiluomo" o direttamente dalla fonte antica – ancorché spesso autodidatti, i Padri Fondatori erano versati nelle lettere classiche, come del resto provano le altre due citazioni di Virgilio, belle e appropriate – il motto venne adottato dalle tre personalità della repubblica nascente incaricate di disegnare lo stemma, nientemeno che Franklin, Jefferson e Adams. E lo ritennero per significare l´unità, non facile all´inizio, che volevano creare tra le tredici colonie americane e il rapporto che vedevano instaurarsi con quella che sarà l´Unione. L´intruglio maleodorante dell´ignaro Symilus entrava nella Storia, civile, politica e persino monetaria, forse dalla porta dell´orto, ma per diventare simbolo del federalismo e del rapporto tra poteri locali e potere centrale e oggi, chissà, del rapporto del deismo con la pace sociale. Ferdinando Salleo