Fonti varie, 11 dicembre 2006
Anno III - Centoquarantasettesima settimanaDal 4 all’11 dicembre 2006Pezzo di merda La settimana scorsa è risuonata due volte pubblicamente l’espressione ”pezzo di merda”
Anno III - Centoquarantasettesima settimana
Dal 4 all’11 dicembre 2006
Pezzo di merda La settimana scorsa è risuonata due volte pubblicamente l’espressione ”pezzo di merda”. Giovedì 7 dicembre, Nicola De Martino - appena incoronato Papà dell’Anno dall’Associazione Figli Negati per via della lotta sostenuta contro la moglie che gli ha impedito per tredici anni di vedere il figlio – ha tentato di richiamare l’attenzione generale sul problema dei padri a cui le madri sottraggono la prole dandosi fuoco in diretta tv, durante la trasmissione 10 minuti di Raidue. Il conduttore Maurizio Martinelli gli è saltato addosso e, variamente strattonandolo per fermarlo (con successo), gli ha gridato appunto: "Pezzo di merda!". Domenica scorsa poi Romano Prodi s’è recato col suo seguito a far visita al Motor Show di Bologna e qui è stato accolto da un gruppo di scalmanati che gli ha gridato "buffone", "vattene via", "bastardo", "scemo" e in coro, ancora una volta, "pezzo di merda". Prodi ha tentato di far spallucce e di dire che si trattava di quaranta maleducati. Ma, a dire il vero, è stato costretto a restar chiuso in una saletta riservata per una ventina di minuti. Ha poi lamentato il clima che c’è nel Paese, sostenuto in questo da altre dichiarazioni indignate di esponenti del centro-sinistra. Di questo clima, tuttavia, il centro-sinistra porta una responsabilità pesante: contro Berlusconi, nella scorsa legislatura, lo schieramento politico che oggi sostiene Prodi accettò con grande soddisfazione che il presidente del Consiglio italiano venisse insultato dagli intellettuali francesi a Parigi, dai politici della Ue al Parlamento europeo, da svariati scalmanati in altre parte d’Italia, non ultimo il tizio che pensò fosse giusto tirargli in testa un treppiede (colpendolo).
Fischi In quello stesso giovedì 7 dicembre i tre capi sindacali – Epifani, Angeletti e Bonanni, cioè Cgil, Cisl e Uil – sono andati a parlare allo reparto Carrozzerie di Mirafiori (Torino). Duemila operai, non particolarmente incazzati, all’inizio. Erano presenti giornalisti e telecamere anche perché i tre capi sindacali non entravano in fabbrica da 26 anni (la maggioranza assoluta degli iscritti a Cgil-Cisl-Uil è fatta di gente che sta in pensione, in tutta la sua storia poi gli operai di Mirafiori non hanno mai superato la quota del 20 per cento di iscritti). Epifani a un certo punto dice: "Sulla storia delle liquidazioni, che dal 1° gennaio le aziende dovranno versare all’Inps, è sbagliato parlare di ”scippo”". Lo interrompe una voce: "Se mancano i soldi, chi paga?". Epifani: "L’Inps". Operaio: "E se i soldi non li ha?". Epifani: "Sull’Inps c’è la garanzia dello Stato". A un tratto, fischi da tutta la sala. Epifani, imbarazzato: "Non scherziamo". Operai dalla sala: "Toccate i soldi vostri non quelli degli altri. Vogliamo il referendum!". Grida, controdissenso di quelli che sono d’accordo col sindacato. Prende la parola l’operaio Vincenzo Tripodi: "Guglielmo, di’ la verità. Questa non può essere e non è la finanziaria dei lavoratori. Non capisco più la Cgil. Se ci fanno venire qui sei giorni la settimana ci tolgono della vita. L’orario di lavoro non deve essere merce di scambio coi padroni". Ogni volta dalla sala si sentono dei: "Bravo!", accompagnati da applausi e ovazioni. Per i dirigenti del sindacato continuano invece i fischi.
Pacs I cattolici del centro-sinistra sono molto arrabbiati col resto dello schieramento perché Prodi s’è impegnato a presentare entro il 31 gennaio un disegno di legge sulle coppie di fatto che riguarderà anche i gay. La questione ha provocato una reazione molto forte del Vaticano: sabato 9 dicembre l’Osservatore romano ha fatto in prima pagina il titolo: "Natale 2006: sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana". La risposta più clamorosa alle gerarchie ecclesiastiche è venuta dal Manifesto: dalle finestre della redazione qualcuno ha tirato sulla macchina del papa che passava per via Tomacelli (Roma) volantini in cui veniva riprodotta la celebre prima pagina del giorno dell’elezione (foto di Ratzinger e titolo: ”Pastore tedesco”) con l’aggiunta della frase: ”Lasciaci in Pacs”. Generalmente dagli esponenti del centro-sinistra si stigmatizza l’intrusione della Chiesa. Però in Spagna, contro i Pacs di Zapatero, la Chiesa ha a suo tempo organizzato addirittura una manifestazione da un milione di persone, con i cardinali in prima fila, senza che si sentissero lamentele particolari sulle pretese interferenze.
Mediobanca Ci sono movimenti intorno alle Assicurazioni Generali – la più grande compagnia d’Europa – e di conseguenza intorno a Mediobanca, il suo principale azionista (con meno del 15 per cento). E’ roba complicata che tentiamo di riassumere così: Generali, controllate da Mediobanca, sono l’azionista di maggioranza di SantIntesa, il gruppo risultante dalla fusione della Banca San Paolo e di Banca Intesa. Il gruppo di SantIntesa è guidato dal bresciano Giovanni Bazoli, che lo ha costruito con le sue mani – si potrebbe dire – dal niente. Bazoli, in Santintesa, non vuole naturalmente Generali tra i piedi. Siccome il consiglio d’amministrazione di Generali sarà rinnovato la prossima primavera, amici di Bazoli stanno comprando quote significative (il due per cento) della società: il finanziere Zaleski, la De Agostini. Bazoli è prodiano e tutta l’operazione di fusione tra San Paolo e Banca Intesa è stata politicamente attribuita a Prodi. Perciò adesso che i banchieri di Prodi si apprestano ad avanzare ancora, i diessini sono molto allarmati. D’Alema ha dato un’intervista al Sole 24 Ore in cui sostiene che ”si deve difendere l’italianità di Generali”. L’italianità non è c’entra niente e D’Alema, secondo lo stile di tutti i politici, voleva solo mandare un messaggio in codice agli alleati. Gli alleati però sembra facciano finta di non sentire.
Pinochet Domenica scorsa Pinochet, il famoso ex dittatore cileno, è morto d’infarto (il secondo in pochi giorni), all’età di 91 anni. Subito nelle strade di Santiago ci sono state manifestazioni e scontri tra i suoi nemici e quelli che lo rimpiangono. Il giudizio su come ha trasformato il Paese (e oggi quella cilena è la più moderna ed efficiente tra le democrazie sudamericane) è inficiato dal colpo di stato iniziale, col drammatico suicidio di Salvador Allende (11 settembre 1973) e la successiva repressione che costò al Cile tremila morti. Nell’ottobre del 98, trovandosi a Londra in visita e senza esser più presidente, Pînochet venne arrestato per ordine del giudice spagnolo Baltasar Garzón. Da allora lui e i suoi familiari hanno passato parecchio tempo in galera e perso una parte delle grandi ricchezze accumulate durante la dittatura, frutto soprattutto di corruzione. L’unica personalità politica che ha ufficialmente espresso grande dolore per la sua morte è Margaret Thatcher.
Rapiti Tre funzionari dell’Eni sono stati rapiti lo scorso 7 dicembre in Nigeria e, mentre scriviamo, sono ancora prigionieri. Si chiamano Francesco Arena, Cosma Russo e Roberto Dieghi. Con loro c’è anche un libanese, Imad S. Abed. I sequestratori appartengono al Mend, un’organizzazione di guerriglia che opera nel Delta del Niger e vuole avere più peso politico nel Paese: il 95 per cento del petrolio nigeriano (la Nigeria è l’ottavo esportatore al mondo) è estratto nella loro zona. Il ritorno economico offerto dal governo centrale e dalle multinazioni non è neanche lontanamente proporzionale a quel 95 per cento. I rapitori chiedono la liberazione dei loro capi in carcere e la garanzia che rappresentanti del Delta entreranno nel prossimo governo. La prossima primavera si svolgeranno in Nigeria le elezioni presidenziali. Domenica scorsa è uscita fuori la storia che vorrebbero un riscatto: ma la cifra richiesta – un milione di naira, cioè 5.600 euro – appare ridicola persino in un paese in cui il reddito pro capite non supera il dollaro al giorno.
Anno III -