varie, 7 gennaio 2007
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Petraeus David
• Cornwall on Hudson (Stati Uniti) 7 novembre 1952. Generale. Dal settembre 2011 capo della Cia, l’agenzia d’intelligence americana. Già capo di tutte le forze Usa in Medio Oriente, nel giugno 2010 fu nominato capo delle forze alleate in Afghanistan • «“Stiamo tentando di convincere la gente, che cosa hai fatto oggi per contribuire alla vittoria?”. Era questa l’insegna che campeggiava in bella vista, a metà del 2003, all’entrata del quartier generale della 101° divisione aerotrasportata di Mosul, svelando il carattere e la strategia del comandante David Petraeus ovvero il generale a cui George W. Bush ha affidato la guida del contingente in Iraq. Sono tre le ragioni per cui Bush ed il nuovo ministro della Difesa, Robert Gates lo hanno scelto. La prima ha a che vedere proprio con l’insegna di Mosul perché Petraeus la volle affiggere per indicare un approccio al dopoguerra che Thomas Ricks nel libro Fiasco ha descritto come “la convinzione che il campo non è il territorio ma il cuore della popolazione”. Negli stessi mesi in cui a Tikrit il generale Ray Odierno usava il pugno di ferro, a Mosul Petraeus tentava di seguire un’altra strada ovvero conquistare “menti e cuori degli iracheni” mettendo in pratica quando aveva scritto nella tesi del dottorato all’Università di Princeton sulle conseguenze della guerra in Vietnam. Contrario alla debaathificazione voluta dal governatore Paul Bremer e determinato ad usare gli ufficiali “in maniera creativa” per normalizzare la città, Petraeus si è visto riconoscere dall’Army War College il merito di aver gestito “economia ed affari politici” meglio di ogni altro parigrado in Iraq. Un risultato possibile grazie alla capacità di usare i militari a fini civili ed anche ad una miscela personale di grinta e buone maniere che mise in mostra quando convinse il titolare di una banca di Mosul ad usare i depositi di fondi pubblici per pagare gli impiegati statali. Il secondo motivo della designazione di Petraeus [...] ha a che vedere con suo il ritorno a Baghdad - dal maggio 2004 al settembre 2006 - come responsabile dell’addestramento dell’esercito e della polizia irachena. Quando arrivò non aveva che pochi battaglioni, indisciplinati e male armati, ma applicando riuscì ad arruolare, istruire ed armare oltre 197 mila uomini. Proprio dall’efficienza di questi soldati dipende oggi la stabilità del governo iracheno, la possibilità di scongiurare la guerra civile e dunque anche l’eventuale inizio del ritiro delle truppe americane. Fra i 197 mila soldati di Baghdad non tutti sono affidabili, molti hanno disertato per arruolarsi nelle milizie ed altri ancora si dedicano a traffici illeciti. Toccherà a Petraeus trovare i rimedi, ricorrendo a tattiche e messaggi simili a quelli che negli ultimi mesi insegnava agli allievi dell’Accademia militare di Ft. Leavenworth, in Kansas. Si tratta di una missione che appare quasi impossibile: non solo le violenze etniche divampano, il governo di Baghdad traballa e le infiltrazioni iraniane si moltiplicano ma l’esecuzione di Saddam sta mobilitando i sunniti ed a Washington i disaccordi fra Casa Bianca e Congresso rischiano di paralizzare i fondi. Molti si sarebbero tirati indietro ma Petraeus sa di trovarsi in prossimità di una sfida che richiama il motto delle “Aquile Urlanti” della 101° divisione aerotrasportata: “Rendezvous with Destiny” (Appuntamento con il destino). È questa determinazione personale, da militare di razza, il terzo motivo della scelta di Bush e Gates. Fu Petraeus a guidare le “Screaming Eagles” in un’avanzata dal Kuwait a Baghdad entrata nei manuali per velocità ed efficacia, dimostrando in azione una tenacia della quale al Pentagono molti dubitavano, accusandolo di essersi fatto strada solo come “portaborse di generali famosi”. Chi lo critica afferma che anche a Mosul riuscì a scongiurare la guerra fra sunniti e curdi ricorrendo ad intrighi al limite della corruzione ma lui non si è mai curato dei detrattori. Ed ora l’appuntamento con il destino gli offre l’occasione di dimostrare che gli studi fatti a Princeton sugli errori commessi in Vietnam posso davvero aiutare l’America a uscire vincitrice da Baghdad» (Maurizio Molinari, “La Stampa” 6/1/2007).