La Stampa 04/01/2007, pag.37 Sandro Cappelletto, 4 gennaio 2007
Toscanini, un artista al comando. La Stampa 4 Gennaio 2007. Siate democratici nella vita e aristocratici nell’arte»
Toscanini, un artista al comando. La Stampa 4 Gennaio 2007. Siate democratici nella vita e aristocratici nell’arte». Ci sarà bene una ragione profonda, non riconducibile soltanto alla sua eccellenza tecnica, se la figura di Arturo Toscanini continua a emozionare e coinvolgere. Un musicista assoluto e un uomo nobile, che nell’esercizio del mestiere come negli indirizzi morali dati alla propria vita, seppe fare scelte nette, perseguite con coerenza. Fosse stato soltanto un grande direttore d’orchestra, il mezzo secolo dalla sua scomparsa - Riverdale, New York, 16 gennaio 1957 - non verrebbe celebrato con tale intensità di iniziative e di diffuso affetto. Sulla vocazione, non si poteva sbagliare: ha solo 9 anni quando il padre, un ex garibaldino, sarto e appassionato di lirica, lo iscrive al Conservatorio di Parma, la sua città, padana e francese, sanguigna e raffinata. La musica comincia presto a dargli da mangiare: è il 1886, lui ha 19 anni ed è in Brasile con un’orchestra italiana di giro, quando prima di una recita di Aida a Rio de Janeiro il direttore viene protestato e i colleghi lo sospingono sul podio. Il debutto è un trionfo, la carriera è cominciata. Torna in Italia, il teatro Carignano di Torino - città allora disposta a puntare sui talenti giovani, anche se forestieri - lo ingaggia per Edmea, la nuova opera di Alfredo Catalani, compositore di vita breve, ma a lungo caro alla memoria del direttore. «Verdi era ammirato dalla prontezza di percezione di Toscanini»: così il critico Giuseppe Depanis racconta l’incontro a Genova «tra il vecchio maestro e il giovane direttore», che anni prima si era fatto assumere come violoncellista per poter suonare in orchestra alla creazione di Otello. Il «vecchio» Verdi e il giovane Puccini: è Toscanini a dirigere la prima di Bohème; trent’anni esatti più tardi, nel 1926 alla Scala, sarà lui a far nascere l’incompiuta Turandot. L’attenzone al repertorio operistico italiano del tempo convive con una profonda adesione verso le nuove esperienze del teatro musicale europeo. In un paese dominato dal melodramma, lui difende le ragioni della musica sinfonica e della modernità: se è stato grande nel Falstaff (l’esemplare concertazione) e in Otello (travolgente il Temporale), la felicità dinamica nell’Allegretto della Settima, il tragico rimpianto negli ultimi accordi della Marcia funebre dell’Eroica di Beethoven rimangono altri vertici interpretativi, assieme alla sua qualità peculiare: ottenere dall’orchestra un perfetto «insieme». Suonare acoltando e ascoltandosi. Trattava gli orchestrali con espressioni di una tale violenza - il bercio tellurico durante le prove di Traviata: «Carri, suonate come dei carri!» - che oggi varrebbero a qualunque maestro una fulminea lettera di protesta dei delegati sindacali. Però lo amavano: per il carisma evidente e perché era stato lui, negli anni del primo dopoguerra, a usare il suo potere d’artista per convincere i politici che i musicisti dovevano godere dei diritti degli altri lavoratori. La disciplina che esigeva era ferrea e veniva naturale. Per capirci bene: con lui Roberto Alagna non avrebbe neppure potutto immaginare di permettersi la scenata allestita di recente alla Scala. Molto si è sfogata la leggenda della sua fedeltà alla partitura. Nessun interprete è fedele: mentre restituisce, traduce e traducendo tradisce. La questione è altra: quando Toscanini cominciò a salire sul podio, si andava all’opera, soprattutto in Italia, per ascoltare gli estri dei cantanti. La musica scritta non era ritenuta vincolante. Toscanini fece questa rivoluzione: in primo luogo vengono le intenzioni dell’autore. E quindi, anche, silenzio e luci spente in sala, niente «ciàcole». Nel 1908 viene chiamato al Metropolitan di New York e da allora gli Stati Uniti diventano la sua seconda nazione. La prima, dopo l’episodio di Bologna del 14 maggio 1931, quando «venni aggredito, ingiuriato e colpito ripetutamente al viso da una masnada inqualificable». Si era rifiutato di eseguire l’inno fascista Giovinezza prima di un concerto dedicato alla memoria di Giuseppe Martucci. Gli sembrava una richiesta pretestuosa, mediocre. Gli ritirano il passaporto, la casa, il telefono e la famiglia sono messi sotto controllo. Chiama Mussolini «il Gran Delinquente». Si trasferisce a New York, rinuncia al festival wagneriano di Bayreuth dopo la vittoria di Hitler, a quello di Salisburgo dopo la sottomissione dell’Austria alla Germania nazista. Nel ”37 dirige i primi concerti della Filarmonica di Palestina, formata da profughi europei di religione ebraica. Nello stesso anno viene creata per lui a New York l’Orchestra sinfonia della Nbc. Infaticabile, sale su quel podio fino al ”54: centinaia di concerti per la radio e di dischi, in uno dei primi ampi progetti di diffusione di massa della musica classica. Riappare in Italia in un altro mese di maggio, nel ”46, per il concerto inaugurale della Scala ricostruita. Non ci sono parole per raccontare l’amore che i milanesi gli seppero dimostrare. Come a un padre perduto che ritornava nel momento perfetto. Che ancora ritorna. Sandro Cappelletto