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 2006  dicembre 09 Sabato calendario

Aziende italiane a Bucarest assumono cinesi. Il Sole-24 Ore, 9 dicembre 2006 Bucarest. L’hanno chiamata Europa, con raro tempismo, già tre lustri fa

Aziende italiane a Bucarest assumono cinesi. Il Sole-24 Ore, 9 dicembre 2006 Bucarest. L’hanno chiamata Europa, con raro tempismo, già tre lustri fa. È la favela cino-rumena nata su uno zoccolo di polvere e rifiuti nell’area Fundeni-Colentina, poco fuori Bucarest. Ufficialmente, ci vivono tremila cinesi o poco più. Visitare Europa è illuminante per analizzare le correnti sottomarine del mercato del lavoro dell’Unione europea a 27. Una bassa distesa di baracche fatiscenti in lamiera, lontane parvenze degli hutong, i quartieri antichi di Pechino, chiusi alla vista dei mezzi in transito, ma brulicanti di carrelli, bici, merci, affari. Qui si traffica in tutto, dai rottami al money transfer. A fianco, giusto dall’altro lato della ferrovia, in poche settimane è spuntata Dragon Rocul, il Dragone rosso, centro commerciale cino-rumeno, business da 100 milioni di euro, su ottanta ettari, 120mila metri quadri coperti, otto lotti divisi in trecento negozi, capolinea delle merci cinesi in arrivo dalle banchine del porto di Costanza, sul mar Nero. Dragon Rocul, di fatto il più grande ingrosso europeo di prodotti made in China, nasce dal "matrimonio" tra Jiang Xin Jie, 34 anni, ex ambulante di pantaloni, a Bucarest dal 1994, e Nicolae Dumitru, re delle costruzioni, patron della Niro group. Un’intesa impastata di pragmatismo: il Governo non dà i soldi per le infrastrutture? Bene, la strada di accesso al Centro all’ingrosso ce la si fa da soli. Dragon rocul dà la cifra della rampante classe imprenditoriale cinese ormai radicata in Romania. Luci e ombre. Insieme a Marius Tirui, giovane imprenditore di Bucarest, ci siamo fatti largo tra decorazioni natalizie e lanterne rosse, Babbi Natale e ceffi della security, abbiamo chiesto se ci sono ancora spazi liberi. La risposta, rude, è stata che Dragon è full. Via, andare. Questa Europa corre il rischio, con la sua riserva di immigrati clandestini, di far da serbatoio per le braccia che mancano alla Romania. Perchè il mercato del lavoro rumeno è ridotto a letto asciutto di un fiume in secca. Quindici anni fa il fabbisogno di edili era di 600mila, ora ce ne sono 360mila. Secondo il primo ministro Tariceanu il deficit è del 40-50 per cento. Marco Manganaro qui ha creato le premesse per la nascita di Obiettivo Lavoro Europe, società per la ricerca e selezione di lavoratori "estero su estero". Ricorda: "Con Obiettivo lavoro spa abbiamo portato edili qualificati in Italia. Adesso tocca al mercato locale". "Con l’aiuto di una banca stiamo mettendo a punto un fondo per l’autoimprenditorialità di chi rientra", rivela il presidente, Alessandro Ramazza. Daniele Mancini, ambasciatore italiano a Bucarest, osserva: "Sta passando, gradatamente, la fase dei lavoratori intesi come vuoti a perdere, la Romania prende atto delle risorse umane". La diaspora di due milioni di rumeni tra Spagna e, soprattutto, Italia, ha desertificato il Paese, costringendo il Governo a regolarizzare (e a far assumere) operai cinesi, pena la fuga delle fabbriche straniere. Una beffa in più per i 500mila vicini moldavi che chiedono, col cappello in mano, la cittadinanza rumena. Il loro futuro assomiglierà al presente: lavoro sì, ma transfrontaliero. Un rischio molto tangibile, quello della fuga. Che fa paura. Bisogna utilizzare i 15 miliardi di euro di fondi strutturali europei destinati alle infrastrutture che dal 1° gennaio faranno di Bucarest un immenso cantiere. Aziende di Galati, Focsani, Oradea, Sf.Gheorghe già alzano bandiera bianca. Mancano operai, capomastri, geometri. A Bacau la storia delle operaie tessili cinesi portate lì a lavorare dalla Wear company è rimbalzata sull’emittente Pro Tv, sulle pagine di Gandul e Cotidianul. Antonello Gamba, titolare della Wear company, va giù piatto: "Le rumene in questa fabbrica non vengono, le cinesi sì. Che c’è di strano?". Ne ha assunte 250 per tre anni, guadagnano otto volte più della Cina. Vivono e lavorano in un capannone. Presto saranno mille. Il Governo rumeno ha lanciato una campagna di informazione per gli immigrati sulle opportunità del Paese. Un Comitato interministeriale è all’opera. Ma per Catlin Speriatu, dirigente di una società edile "i rumeni vogliono lo stesso stipendio dell’estero. Impossibile. Così dei 10mila permessi per stranieri, ne sono stati utilizzati 2.500". "Non possiamo drenare solo risorse" ha ammonito il ministro degli Interni Giuliano Amato (in arrivo a Bucarest il 18 gennaio) durante il convegno organizzato da Tito Boeri per la Fondazione de Benedetti sui nuovi ingressi Ue. Però a Torino, seconda città per presenza rumena dopo Roma, dice Stefano Molina della Fondazione Agnelli, "statisticamente non c’è un quartiere senza rumeni. Sono trentamila. A Porta Palazzo, la Chiesa ortodossa trabocca di fedeli. Dal 1° gennaio potranno votare alle amministrative e chiedere la cittadinanza in tempi dimezzati". Non tutti, ovviamente, hanno un lavoro. Nè lo troveranno grazie all’assenza di moratoria. Cosa succede, allora, ai rumeni? La Caritas Ambrosiana di don Roberto Davanzo collabora con AproAbele, onlus di Bucarest. Dice Maricica Ciodaru, la responsabile: "I miei connazionali vogliono tutto e subito. Sognano ad occhi aperti. E anche quando tornano a casa sconfitti, raccontano di meravigliose e inesistenti realtà". Rita Fatiguso