Domenico Quirico, La Stampa 4/1/2007, pagina 39., 4 gennaio 2007
Che fatica venerare un genio. La Stampa, giovedì 4 gennaio Se un giorno verrà in mente a qualcuno di compilare un «piccolo dizionario delle donne inquietanti» il nome di Juliette Drouet non dovrà essere assolutamente dimenticato
Che fatica venerare un genio. La Stampa, giovedì 4 gennaio Se un giorno verrà in mente a qualcuno di compilare un «piccolo dizionario delle donne inquietanti» il nome di Juliette Drouet non dovrà essere assolutamente dimenticato. La differenza è grande tra inquietante e fatale. Una donna inquietante può non essere bella. E Juliette, «testolina graziosa, morbide spalle, figura svelta e slanciata», un metro e quarantadue che solo gli abiti di scena riuscivano a far sembrare più alta, non era una bellissima. Inquietante invece è la donna la cui bellezza non sa di zucchero e la cui intelligenza è venata dall’amarognolo di un po’ di melanconia. Come lei: amante, ombra, amica, complice, copista, custode di Victor Hugo; che ci lascia sfogliare la sua conturbante speleografia biografica nella mostra ordinata nelle sale della casa museo del poeta. Dove, condannata alla pubblica clandestinità della maîtresse, entrò una sola volta! Possiamo ben capire cosa accade quella sera del 16 febbraio 1833 al teatro di Porte-Saint-Martin. Quando lui già celebre, la zazzera romanticamente leonina, immuscolito dalle zuffe moderniste dell’Ernani e da una meteorologia sentimentale perennemente in burrasca, la vide e l’amò. Era stata abbandonata, bambina, all’ospizio, dunque sfuggita agli inferi dei Miserabili grazie a un benefattore: una delle tante figlie del secolo avviate a una carriera di avventurata, a sparpagliare coraggiosamente le loro carezze tra alcove e palcoscenici. Un impasto di cupidigia e innocenza, abbandono e volubilità, calcolo e passione: diventata Juliette recitava: non benissimo. Tanto che perfino un critico un po’ vizioso che la assediava amorosamente non seppe osare oltre questo giudizio: «La signorina Drouet, così bella e fragile nei momenti di esaltazione, diventerà una stella se imparerà a recitare». «Vieni a cercarmi e questa sera oh! questa sera sarà tutto! Mi donerò a te tutta intera»: con questo biglietto di erotismo tacitiano si schiusero i prolegomeni di una delle grandi passioni del secolo. Hugo la ripagò trasfigurando l’attimo nei Miserabili, nella notte di Marius e Cosette. Passione carnalissima ma soprattutto tradotta in parole. Ventimila lettere inviate al suo poeta, una grafia inquieta che sembra voler rincorrere i sentimenti, interrotta da disegni, caricature, ritratti: un torrente di scrittura tra «Juju» e «Toto», come affettuosamente si chiamavano, la relazione adulterina più documentata della storia. Di fronte a questi grafomani capaci di far diventare romanzo qualunque fatuo accidente del sentimento, il lettore ha il rimorso e la voluttà di sentirsi un voyeur invitato a una lezione di auto-anatomia sentimentale. Mezzo secolo durò. Juliette fu amante di un genio. E null’altro. Meticolosamente impegnata alla documentazione cartacea di ogni attimo di quell’avventura e a trasmettercela in saecula saeculorum. La definiva «la mia impetuosità letteraria». Nel 1839 Victor le chiese di smettere di recitare. Lei si calò nell’adorazione-clausura del suo Dio-scrittore. Fu una vocazione barocca con i suoi trasporti, le collere, i languidi abbandoni: «O mio Dio, fai che io creda in lui dal momento che non posso cessare di amarlo». «Se il mio nome vive il tuo nome vivrà» scrisse lui. Aveva ragione. Attorno a loro, tra le barricate teatrali del Quarantotto e la Comune già sanguinosamente moderna, imperi si sfracellavano e repubbliche beccheggiavano paurosamente. Lui, legato come un forzato alla catena dell’immortalità, componeva capolavori, sceglieva per 19 anni l’esilio fragorosamente pubblicitario per far dispetto a Napoleone il Piccolo, scendeva e saliva dalle barricate e dagli scranni dei parlamenti. Lei, martire fin troppo docile, ne ordinava già guardando ai posteri il diario, comprava le matite e gli inchiostri e lo ammirava mentre nella sua sala da pranzo trasformata in atelier tracciava disegni metafisici. Nel 1851 si ritirava a Guernesey, «proscritta della devozione» a fianco del «proscritto del dovere». Che fatica amare un genio per di più interamente al servizio del suo tempo fino a soggiacere all’immagine che dello scrittore e dell’uomo il tempo andava via via formulando. «Entrare nell’eternità con te è la mia sola speranza» le scrisse Hugo, come si addiceva a chi conscio della fama e della grandezza nella sua poderosa poligrafia esigeva che gli eventi andassero a lui e gli chiedesero di autorizzarli. Ben altrimenti chiaroscurato ci appare un biglietto di lei, 8 febbraio 1881, tre anni prima della morte: «Mi sento stanca della vita e distaccata da tutto, dal bene come dal male, non desidero più niente. Sorrido senza gioia e piango senza pena. Faccio il mio dovere senza virtù e amo senza felicità». Domenico Quirico