Corriere della Sera 03/01/2007, pag.35 Matteo Collura, 3 gennaio 2007
Il vero volto di Napoleone, la foto che non c’è. Corriere della Sera 3 gennaio 2007. Non credo si possa stabilire con ragionevole approssimazione quanti libri siano stati pubblicati su Napoleone, o quanti quadri, stampe, miniature, busti che lo ritraggono esistano al mondo
Il vero volto di Napoleone, la foto che non c’è. Corriere della Sera 3 gennaio 2007. Non credo si possa stabilire con ragionevole approssimazione quanti libri siano stati pubblicati su Napoleone, o quanti quadri, stampe, miniature, busti che lo ritraggono esistano al mondo. Se si è collezionisti di oggetti napoleonici si è condannati alla frustrazione: da qualche parte spunterà sempre un cimelio, una reliquia di cui altri potranno godere. Eppure, di quest’uomo che dopo Gesù Cristo è forse il personaggio iconograficamente più rappresentato, manca un ritratto fotografico. Manca e i collezionisti più efferati gli danno la caccia. Del resto, l’Imperatore dei francesi morì nel 1821, quando già da alcuni anni si lavorava alla messa a punto del processo fotografico (nel 1816 Niepce aveva ottenuto un’immagine su un foglio di carta su cui erano stati applicati cloruro d’argento e acido nitrico, e di lì a poco Daguerre avrebbe fatto la straordinaria invenzione). Manca quel ritratto, ma c’è: ci deve essere. E difatti per un soffio esso sarebbe sfuggito a un eccentrico collezionista (pittore, fotografo, editore, entomologo dilettante) che ne seguiva le labili tracce guidato da un diario manoscritto lasciato da un entomologo francese che fu con Napoleone a Waterloo e che avrebbe avuto il privilegio di visitare l’Esule nel suo esilio a Sant’Elena. raccontato tutto in un libro appena pubblicato, Memorie. Un entomologo al seguito di Napoleone, di Maurice Rémond, a cura di Giovanni Fassio (Fiorina Edizioni di Varzi, pagine 155, e12, www.fiorinaedizioni.it). Fu uno straordinario avventuriero l’entomologo Rémond, nato a Semur- en-Auxois nel 1792 e morto presumibilmente nel 1861, ma bisogna ammettere che, anche se questo in cui ci è dato vivere non è più tempo di romantiche scorrerie, il nostro coevo Fassio in quanto a spirito d’avventura non scherza. Il libro da lui curato risulta carico di suspense sia nella parte in cui è riprodotto il diario dell’entomologo francese, sia in quella in cui Fassio racconta le peripezie che dovette affrontare per mettere le mani sul cartoncino più prezioso che si possa immaginare. Magnifica sempre, la scrittura. Di notevole efficacia la descrizione della battaglia di Waterloo, cui Rémond, come lo stendhaliano Fabrizio del Dongo, assiste standone al margine; gustosi i quadretti in cui Napoleone, nel suo forzato ritiro di Sant’Elena, conversa con il visitatore giunto nell’isola ufficialmente per andare alla ricerca di insetti sconosciuti, in realtà per realizzare un ritratto fotografico dell’illustre esiliato. Ed eccolo lì, «il più grande dei francesi di ogni tempo», con il bicorno in capo, la sciabola di Marengo ben in vista, la divisa di colonnello dei cacciatori a cavallo (un peccato quegli alamari non poter essere ammirati nel loro splendore dorato…). Lo sguardo però risulta offuscato dalle allora inevitabili deformazioni in un’immagine fotografica; deformazioni al limite del sacrilegio per Maurice Rémond, il quale il 16 giugno 1815 aveva annotato: «Oggi ho potuto vedere il suo sguardo, duro e grigio come il quarzo…». Inutile dire che quello era lo sguardo di Napoleone a Waterloo. Pur con i suoi difetti, il ritratto piacque a Napoleone, il quale anzi lo volle inviare segretamente al figlio, «prigioniero» a Vienna («Abbiamo pensato», disse l’imperatore, il quale negli appunti di Rémond usa sempre la prima persona plurale, «che se l’esperimento riuscirà, il nostro ritratto dovrà giungere nelle mani del re di Roma, di nostro figlio»). Nascosta in uno stivale dell’entomologo, una lettera di Napoleone recante l’immagine fotografica varcò, dunque, l’Oceano e approdò in Europa. Missione compiuta, ma dove finì quel prezioso cartoncino? Qui il racconto di Giovanni Fassio diventa un thriller con una spasmodica seduta d’asta a Moulins, in Francia, dove erano finalmente saltati fuori dodici fotografie di cui una in dagherrotipia e alcuni negativi, la cui provenienza era da collegare all’entomologo Rémond, sconosciuto ai più, ma diventato un’ossessione per Fassio. bella questa storia; ed è bello il libro che Giovanni Fassio ne ha ricavato. O meglio: il verisimile che è riuscito a montare. E uso questo termine, verisimile, perché così Fassio racconta che Napoleone abbia definito la fotografia. Una chiave, questa, che mi ha portato a indagare sul calligramma che chiude il volume: un pesce con in capo il tricorno di Napoleone e la coda a formare le lettere M e R, le iniziali di Maurice Rémond. Guardato allo specchio, quel pesce svela tutto. Anche l’autorevole parere – questo sì autentico – del professore francese Alain Pigeard, esperto di storia militare napoleonica, le cui correzioni al testo fattogli avere preventivamente da Fassio, nel volume sono ingegnosamente diventate credibilissime note. Resta da dire che questo intrigante gioco letterario è stato scritto a quattro mani da Giovanni Fassio (genovese d’origine con domicilio a Varzi: è lui l’editore del libro) e da un suo amico, il milanese Giovanni Biancardi, l’estroso filologo che nella finzione letteraria ha tradotto il diario di Rémond vergato in latino, come usavano fare un tempo gli entomologi. Verisimile, appunto. Matteo Collura