Maurizio Molinari, La Stampa 2/1/2007, pagina 33., 2 gennaio 2007
Antonio Scarpa, il re della ricerca vale 20 miliardi di dollari. La Stampa, martedì 2 gennaio Al 6701 di Rockledge Drive di Bethesda, Maryland, in un ufficio open space non troppo diverso da quelli che ospitano il suo staff vive e lavora Antonio Scarpa, ovvero il medico nato nel 1942 a Padova e cresciuto a Venezia che sovrintende alla distribuzione annuale dei fondi per la ricerca scientifica del Center for Scientific Review
Antonio Scarpa, il re della ricerca vale 20 miliardi di dollari. La Stampa, martedì 2 gennaio Al 6701 di Rockledge Drive di Bethesda, Maryland, in un ufficio open space non troppo diverso da quelli che ospitano il suo staff vive e lavora Antonio Scarpa, ovvero il medico nato nel 1942 a Padova e cresciuto a Venezia che sovrintende alla distribuzione annuale dei fondi per la ricerca scientifica del Center for Scientific Review. La cifra totale è da capogiro e offre un’idea chiara di quanto investono gli Stati Uniti per la salute dei 300 milioni e più di abitanti: 20.206.478.806 dollari. Dalla primavera del 2005 «Tony» Scarpa ha una responsabilità unica al mondo: è in cima alla piramide delle commissioni indipendenti cui l’Istituto nazionale della Sanità (Nih) affida il compito di decidere quali ricerche mediche finanziare, negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Ogni laboratorio del Pianeta, ogni ricercatore e qualsiasi Università, può rivolgersi al Centro se è convinto di avere per le mani uno studio, un risultato, anche solo un’intuizione che potrebbe allungare o proteggere la vita. « una responsabilità che toglie il sonno - confessa Scarpa - perché si tratta di decidere su quali scoperte puntare, quali malattie combattere, in ultima analisi quali pazienti guarire». Scarpa parla a voce bassa, si presenta con quel misto di prudenza e determinazione senza il quale sarebbe impossibile sovraintendere a 500 commissioni, ognuna delle quali conta tra i 5 e i 50 componenti. Il criterio che si è dato è quello di favorire le proposte più «innovative» anche se ammette che non sempre è facile perché, anche fra gli scienziati del corpo umano, «oggi si tendere a far prevalere la conservazione»: percorrere strade già note cercando piccoli progressi anziché scommettere su sentieri ancora inesplorati. «La scienza e la ricerca negli Stati Uniti sono molto competitive - dice - scegliere è una responsabilità enorme». Scarpa viaggia in continuazione: un convegno a Praga, e poi un tour di cinque giorni in Australia, per risbarcare a Washington a un convegno Italia-Usa con il presidente di Farmindustria Sergio Dompè. A chi gli chiede in che direzione va la ricerca medica, risponde con l’analisi della salute degli americani all’inizio del XXI secolo: «La situazione è cambiata, prima in cima alle priorità c’erano le malattie del cuore e del fegato oggi c’è soprattutto l’obesità». L’urgenza è data dal peso che la sanità pubblica ha sulle casse federali: il 17% del Pil. Gestire la macchina di sostegno alla ricerca medica finanziata dagli Stati Uniti significa vagliare decine di migliaia di richieste di finanziamenti che vengono consegnate alle commissioni, totalmente indipendenti. Le decisioni tornano sul tavolo di Scarpa e il denaro arriva a destinazione. Su oltre 20 miliardi di dollari l’anno 19,9 finiscono in America, 284 milioni vengono distribuiti in tutto il Pianeta. I primi Paesi stranieri in cima alla classifica dei «grants» elargiti sono Gran Bretagna, Canada, Australia, Sud Africa, Danimarca, Israele, Olanda, Svezia. Italia al nono posto, con 7,132 milioni di dollari: 1,2 milioni più del Ghana. Educato in Italia, proveniente da una famiglia di chirurghi, studente nelle Università olandesi e israeliane, dal 1971 sbarcato in America (all’Università di Pennsylvania) Antonio Scarpa ama il suo paese di origine ma non esita ad ammettere che sul fronte della ricerca molte cose non vanno: «Perché ogni finanziamento dipende dal governo, chi ha un posto vi resta a tempo indeterminato, la distribuzione delle risorse non è competitiva». Scarpa conosce bene la polemica sui cervelli in fuga dalla Penisola e ne dà una lettura a metà strada fra scienza e vita: «In Italia c’è la certezza del posto fisso, qui tutto è incerto, prevale la competizione, bisogna lottare sempre. Chiede enormi sacrifici ma giova alla ricerca scientifica, la cui strada non dipende da nessun governo». Il modello americano insomma è duro ma garantisce risultati. I rivali più temibili? «Gli asiatici, a cominciare dalla Cina» perché «studiano qui, tornano indietro e stanno creando un modello totalmente nuovo, ma molto simile al nostro». Maurizio Molinari