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 2006  dicembre 30 Sabato calendario

Chieffo Claudio

• Forlì (Cesena e Forlì) 9 marzo 1945, Forlì (Cesena e Forlì) 19 agosto 2007. Cantautore • «[...] Sono passati 45 anni dalle sue prime composizioni. Tremila concerti, 113 canzoni. Molti suoi brani appartengono a tutti: Il seme, Io non sono degno, Lasciati fare, Ballata dell’uomo vecchio, La nuova Auschwitz, Ave Maria splendore del mattino…. Tanti sono stati tradotti in varie lingue e cantati in tutti i continenti. E per etichettarla si è fatto ricorso alle definizioni più diverse: autore religioso, cantautore cattolico, menestrello di Cl. Chi è Claudio Chieffo? ”Le etichette sanno di colla, appiccicano uno schema sulla persona. E ogni persona è molto più di un aggettivo. Ho sempre cercato di cantare la vita in tutte le sue manifestazioni: la gioia, il dolore, l’amicizia, l’esigenza di giustizia, la sete di felicità, il bene e il male. Mi è accaduto di incontrare una faccia della Chiesa che si chiama Cl, che a sua volta aveva il volto prima di un prete di Forlì, don Francesco Ricci, poi di un brianzolo come don Giussani. E proprio loro mi hanno educato a guardare sempre oltre la siepe, ad abbracciare il mondo. A essere, cioè, come la Chiesa: cattolici, universali, desiderosi di incontrare tutti, di cantare al cuore di ognuno [...] Uno dei ricordi più belli risale agli anni Ottanta. Ero andato a Perugia per un concerto, invitato dalla comunità di Cl. Nel pubblico c’erano anche dei musulmani, che alla fine mi chiesero di andarli a trovare. E così, a notte fonda, andai da loro e cantai alcuni brani che furono molto graditi. Facevano lo sciopero della fame contro Khomeini che era al potere da qualche anno. Ogni tanto qualcuno sveniva e lo portavano via. (Ride: ”Ma non credo fosse per le mie canzoni…”)”. Ha cantato con colleghi ”distanti” come Guccini e Ivan Della Mea. Tra i suoi amici c’è anche Giorgio Gaber. [...] ” il cantautore italiano che stimo di più per la schiettezza della sua posizione. Ha avuto il coraggio di dire in faccia al ”suo’ pubblico cose scomode e politicamente scorrette, attirandosi anche critiche e opposizioni. E in più di un’occasione mi difese con coraggio in un’epoca in cui se non cantavi col cuore rivolto a sinistra rischiavi l’impopolarità e l’emarginazione dai circuiti musicali. (Sogghigna: adesso è un po’ diverso, ma mica troppo…). Lui si diceva certo che ciò che manda avanti la ricerca umana è il dubbio. E io gli rispondevo: a parte che non capisco come fai a essere certo basandoti su un dubbio, la molla della ricerca non è il dubbio ma la domanda, perché lascia aperta la possibilità che ci sia una risposta. [...] Le mie canzoni sono arrivate in tutto il mondo prima di me. In Kazakhstan venni invitato in occasione del Giubileo del 2000, unico artista straniero. Dovevo tenere sei concerti, ne feci il doppio perché le richieste si moltiplicarono. Non dimenticherò mai quello nel gulag di Kocsun, davanti a 800 detenute comuni, primo spettacolo dentro un carcere di quel Paese. Leggevano le mie canzoni, che parlavano di libertà e felicità, tradotte nella loro lingua, e dopo un po’ si misero a battere ritmicamente con le mani sui tavolacci di legno per accompagnarmi cantando semplicemente la-la-la-la. Presto si unirono a loro anche le guardie, e alla fine del concerto mi si avvicinò la direttrice, conosciuta come atea convinta, chiedendomi di pregare perché suo figlio di 16 anni potesse trovare una buona strada”. Ha cantato anche davanti a Giovanni Paolo II, per undici volte. ” stato quasi sempre in occasione di incontri di popolo, come lui amava fare. Più che un solista che doveva farsi apprezzare per le sue qualità canore, mi sentivo la voce della gente che gli stava davanti. E lui ad ascoltare e talvolta a partecipare al canto, con quello sguardo che ti penetrava fino al cuore e ti faceva sentire abbracciato da un grande padre”. Cosa ha significato l’incontro e l’amicizia con un maestro della pittura contemporanea come Bill Congdon? ”Ho avuto la fortuna di conoscerlo quando ero giovanissimo, nel 1963. Era uno che spalancava gli orizzonti, e dipingendo le terre della Bassa lombarda, dove si era ritirato a vivere e lavorare, ti faceva intravedere l’infinito. Un giorno mi disse: se una canzone non è una finestra aperta sul Mistero, è solo il rumore del nulla. [...]”. Giussani diceva che molte sue canzoni esprimono con la musica ciò che lui affermava con le parole. Si sente onorato da un simile riconoscimento? ”Il ”Gius’ è stato maestro in umanità. Nella sua bontà mi chiamava ”il poeta’. Personalmente non ho mai avuto incarichi nel movimento di Cl, ma ho sempre cercato di seguire quello che lui mi diceva: sii te stesso fino in fondo, così aiuterai tanta gente. Spero di esserci riuscito. Gli sono grato per come ci ha guidato a scoprire Gesù presente nella realtà. [...]”» (Giorgio Paolucci, ”Avvenire” 30/12/2006).