Varie, 28 dicembre 2006
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Agostino Rocco
• Genova 3 giugno 1931, Genova 24 dicembre 2006 • «Il manager di quattro campioni del mondo (Arcari, Oliva, Massimiliano Duran e Galvano), di 14 europei e 20 italiani [...] Una milizia iniziata nel 1956, dirigente nella palestra Dario Bensi di Genova, sfociata qualche anno dopo nel ruolo di manager, col fratello Aldo e Mario Oberti primi amministrati. Poi l’inarrestabile ascesa con Bruno Arcari: nasce un binomio inscindibile dal 1964 al ’78, che lo porta ai vertici assoluti. Manager e atleta percorrono tutte le tappe di una carriera inimitabile, tricolore, europeo e mondiale. La grinta del campione e quella del procuratore fotografano il carattere duro e tenace dei due: introversi e orgogliosi, allergici alla pubblicità, demandano tutto ai fatti, ai risultati. Per vedere all’opera l’austriaco Orsolics, rivale per l’Europeo, fanno il viaggio in auto da Genova a Vienna e ritorno in un giorno a una notte. Rocco firma un contratto con la Fernet Branca che durerà vent’anni. È la forza finanziaria di una scuderia che prima con la Itos e poi con Rodolfo Sabbatini, domina il mercato organizzativo di Roma, col Mondiale (il 31 gennaio 1970) di Arcari che batte l’ostico filippino Pedro Adigue e poi con Patrizio Oliva, che dopo una fantastica carriera nei dilettanti, conquista tutti i traguardi da professionista, fino alla corona iridata a Montecarlo (il 15 marzo 1986) contro l’argentino Ubaldo Sacco. A loro si uniranno successivamente Max Duran (massimi leggeri) e Mario Galvano (supermedi) nel ’90. [...] un manager che spesso entra in rotta di collisione con la politica federale, sempre e comunque per il bene dei pugili. Storico il nastro adesivo alla bocca, per restare in silenzio all’angolo. Il suo rapporto con gli atleti è molto stretto: chiede a tutti il massimo, ma offre sempre il meglio. Nino La Rocca sotto la sua guida arriva al tentativo mondiale, poi la mancanza di disciplina che Agostino predica con tutti, ne dissolve figura e carriera. Severo dal cuore d’oro, tende la mano ai tanti che dalla boxe chiedono il riscatto sociale. Sotto la sua guida passano oltre 400 pugili, pochissimi coloro che chiuderanno il rapporto di amicizia da ex. [...]» (Rocky Giuliano, “La Gazzetta dello Sport” 27/12/2006) • «[...] diceva di essere laureato all’Università del marciapiede. I suoi incitamenti, il suo inconfondibile accento e quel linguaggio così colorito, pieno di consapevoli sgrammaticature, sono stati la colonna sonora di trent’anni di boxe italiana. Poi il manager burbero ma buono, che per tutti era semplicemente Rocco, era sparito di scena in punta di piedi. La sua ultima apparizione risaliva al 9 agosto 1997 all’angolo europeo di Davide Ciarlante, ma era già un’altra boxe, quella in cui il sanguigno manager genovese non si riconosceva più. [...] aveva guidato quattro pugili al Mondiale ma la sua impronta morale si riconosceva soprattutto negli allievi più umili che frequentavano la mitica Villa Flora, un po’ carcere e un po’ fucina di talenti. Lui, che si considerava mezzo napoletano per la città che l’aveva accolto negli anni più duri dell’infanzia, era per tutti un padre: per Freddy Cruz, dominicano che era diventato il suo factotum, come per Nino La Rocca, al quale riuscì perfino a bloccare il conto in banca. Se Umberto Branchini era il cardinale, Rocco era il sacerdote della Noble art: ora è davvero un’altra boxe» (Fausto Narducci, “La Gazzetta dello Sport” 28/12/2006) • «Non veniva dalla boxe, ma aveva la faccia giusta. Un po’ rugosa e storta. Quella che vedi nei film all’angolo del ring, ma al centro della vita. Sapeva che il quadrato non è un bel posto, ci arrivi se non te la passi bene, non è uno sport dove puoi sprecare fiato. Parlava in genovese, con la sua voce roca. Potevi essere a Las Vegas, se sentivi un’imprecazione in dialetto, tra bende, guantoni, mani fasciate, era la sua. [...] Era il manager dei campioni, aveva seguito all’angolo più di 4000 incontri, molti più di One Million Dollar Baby. La sua era una boxe artigianale, con i piedi ancorati al tappeto, con i trucchi di chi cerca un varco. Sapeva valutare gli avversari, cercava di conoscerli. Quattro tra i suoi pugili, Bruno Arcari, Massimiliano Duran, Patrizio Oliva e Mauro Galvano, hanno conquistato il titolo mondiale, 23 l’europeo e 42 quello italiano. Arcari ha parlato per tutti: “Per me è stato un padre, anche se faceva il burbero. Non sarei mai diventato campione senza di lui”. Rocco era di origini napoletane, ma si era ambientato bene in quell’atmosfera da “Genova per noi”, se doveva scegliere un amico preferiva uno capace di cucinare la lasagne al pesto, se doveva valutare un avversario sceglieva le parole giuste. Di Monzon diceva: “Cova rabbia da ogni poro, picchia da far paura”. Nessun poeta avrebbe potuto trovare immagine migliore. Amava la boxe di Ali, pensava che Marciano fosse meglio di Tyson. Era furbo e diffidente, Rocco. Viveva a Quinto. Come tutti quelli costretti a cavarsela in un dopoguerra “dove si faceva ancora la fame”, non aveva dimenticato bombe, paure, incertezze. Era entrato in palestra per caso, perché la madre lo aveva mandato a riprendere il fratello Aldo. “Dovevo convincerlo a lasciar perdere i guantoni, invece ne divenni il procuratore”. Aveva visto Duilio Loi ed era rimasto folgorato dal talento. Divenne manager nel ’60, ma continuò fino al ’69 a guidare il filobus, suo vero mestiere. Prima era stato camionista in una fabbrica di stucco. “Smisi dopo un viaggio a Vienna per vedere Orsolics di cui dicevano meraviglie. Finita la riunione, ritornai in Italia, ma sbagliai strada, quando raggiunsi Genova era ora del mio turno alla guida del bus. Ero annebbiato dal sonno, non so come feci ad arrivare alla fine, così decisi che avrei fatto solo il manager”. Il suo primo pugile fu Mario Oberti che combatteva con il parrucchino, fino a quando un avversario non glielo fece cadere. Poi seguì la carriera di Arcari che firmò il contratto solo per amicizia, dopo che in autostrada gli toccò scendere dalla macchina di Rocco, che aveva subito un guasto, e spingere. Bruno disputò 101 incontri, 5 sconfitte, due per ferita. Rocco cercò di proteggere le sopracciglia fragili del suo campione, ma non si dava pace per tutti quei tagli, più di cinquanta. Consultò chirurghi e specialisti, non c’era niente da fare. Allora decise che doveva conoscere tutto sugli avversari, prima di accettarli. Soprattutto quando Franco Colella con la testa spaccò il sopracciglio ad Arcari, al suo debutto da professionista. L’altro vinse alla quinta ripresa e stampò sul bigliettino da visita “Vincitore di Arcari”. Figurarsi: Bruno per Rocco era come un figlio. Però nel ’70 di ritorno da Roma, dopo la conquista del titolo mondiale superleggeri Wbc contro il filippino Pedro Adigue, 15 riprese senza respiro, quando Bruno gli disse: “Mai più incontri così”, lui gli rispose “Mi sa che te ne toccheranno altri”. Erano soci in un distributore di benzina sull’autostrada Genova-Roma allo svincolo di Sestri Levante dove si poteva fare il pieno con Bruno Arcari alle pompe. Rocco sapeva che la boxe è un gioco al risparmio, luce e buio, con troppe sirene che t’invitano a sperperare. S’inventò la collaborazione (durata 20 anni) con la Fernet Branca, fu lui a convincerli che la boxe per uno sponsor poteva essere un buon investimento, soprattutto per il ritorno televisivo. Nel ’73 per il mondiale di Arcari contro Joergen Hansen chiese di essere pagato in contanti e l’organizzatore gli diede 60 mila dollari in biglietti da un dollaro. Ecco perché custodiva così gelosamente la sua valigia. Si portava dietro anche i pani di piombo se affrontava pugili che avevano problemi di peso. Aveva amarezze e scottature, perché dall’angolo la vista non si appanna. A bruciare di più era la sconfitta di Alfio Righetti nel ’77 a Las Vegas contro Leon Spinks. Ricordava: “Alfio nel secondo round mise groggy l’americano, era il momento di finirlo, invece si mise a guardare l’effetto che fa e perse ai punti. Se vinceva aveva la possibilità di guadagnare 5 milioni di dollari contro Mohammad Ali ormai al tramonto”. Rocco restò lucido anche quando Patrizio Oliva perse il mondiale contro Coggi. Si addolorò, ma disse la verità: “Se l’è voluta. Non è più concentrato, è distratto da altre cose. È intelligente, si è costruito il fisico giorno per giorno, ma non è nato per fare la boxe”. Rocco fece da padre anche a Nino La Rocca e lo portò alla sfida mondiale contro Curry. Nino era spendaccione, Rocco evitò danni con la doppia firma, altrimenti il pugile non poteva ritirare i soldi. Non è un caso che a piangere di più al funerale sia proprio stato Nino che nella palestra di Rocco aveva trovato un modo di salvarsi, una porta girevole, non ci avesse bevuto troppo su» (Emanuela Audisio, “la Repubblica” 27/12/2006).