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 2006  dicembre 27 Mercoledì calendario

Pulizia etnica nel cuore d’Europa. La Stampa, mercoledì 27 dicembre E’ stato sufficiente che un impiegato zelante eseguisse il compito che gli era stato affidato e clic, un’intera generazione di uomini e donne è stata «erased» - come dicono i computer - cancellata

Pulizia etnica nel cuore d’Europa. La Stampa, mercoledì 27 dicembre E’ stato sufficiente che un impiegato zelante eseguisse il compito che gli era stato affidato e clic, un’intera generazione di uomini e donne è stata «erased» - come dicono i computer - cancellata. l’altro volto dell’efficienza, quello che in Slovenia ha portato nel 1992 alla cancellazione dai registri di residenza di 18 mila persone, diventate da un giorno all’altro straniere in casa propria, non-cittadini del loro stesso paese. « una storia vecchia», rispondono oggi i funzionari del governo sloveno se gli si chiede notizie di quei 18 mila. Non se ne parla più, nei giorni dell’euforia che precedono l’ingresso nell’euro. Il massimo che si riesce a ottenere, nelle strade festanti della capitale che si prepara a ospitare premier e ministri degli Esteri degli stati membri, è qualche sguardo di sufficienza, braccia allargate, occhi alzati al cielo come a dire «pazienza». «Il primo paese ex comunista a entrare nella valuta europea» - come ripetono con orgoglio i banchieri centrali di Lubiana - non ha nessuna voglia di ritornare su quella vecchia storia. Ma la storia non è vecchia per niente: sono ancora 6 mila - in una popolazione che non arriva ai due milioni - a versare nell’incredibile situazione di «izbrisani», di cancellati dai registri della nazione. E la gran parte degli altri non si è ancora ripresa dai danni legati a oltre dieci anni di vita da clandestini. Danko Marincek nel 1992 aveva 20 anni. Stava tornando a Maribor, la città dove è nato, a nord est di Lubiana, da un viaggio in Austria dove era stato per visitare suo padre malato. Lo hanno fermato alla frontiera e gli hanno detto che il suo documento non era valido. stato trasferito in un campo di ospitalità per nomadi, e qualsiasi richiesta alla polizia di tornare a casa sua, alla sua bottega di artigiano, alla sua famiglia si scontrava contro un dato ineluttabile: la sua identità non corrispondeva a nulla. «Io non ero nulla», disse in un’intervista nel 2003, prima che di lui si perdesse qualsiasi traccia. Altri hanno scoperto di essere stati cancellati quando sono andati a rinnovare la patente, a richiedere un certificato per acquistare una casa, a sposarsi. «Allora ero molto vicino agli ambienti della presidenza - ricorda Ciril Slobec, scrittore, accademico di spicco, traduttore di Montale e di Quasimodo - e c’era una parte politica che non era convinta che la Slovenia ce la facesse a divenire indipendente. Dopo la guerra dei 10 giorni (giugno 1991, ndr), mentre la Jugoslavia affondava nel caos, un governo di destra decise: chi non si registra entro un mese sarà cancellato dalle liste di residenza». Fu un atto politico, più che burocratico: «Quei 18 mila erano percepiti come un pericolo per il neonato stato nazionale - dice ancora Slobec - Neppure i liberali osarono contraddire la destra per paura di essere accusati di tradimento». E così figli di ex ufficiali dell’esercito jugoslavo o di funzionari di origine serba, croata, bosniaca, si ritrovarono fuori, «erased», «izbrisani», cancellati. La tempesta burocratica si abbattè su quei 18 mila senza che essi neanche sapessero di essere così numerosi: ognuno si sentiva un caso particolare, figlio illegittimo di una patria improvvisamente matrigna. Ci hanno messo dieci anni prima di riunirsi in un’associazione, di uscire dal silenzio dei vinti e avere il coraggio di parlare. Dushan Vulovic non ha mollato la battaglia con la burocrazia neanche per un giorno. Dopo un anno di richieste, permessi di soggiorno temporanei, avvocati, è tornato nell’ufficio da cui era partito: «Mi dissero che dovevo fare un esame di lingua slovena, e gli risposi che essendo sloveno non avevo nessun problema, ma volevo che mettessero la richiesta per iscritto. L’impiegata si rifiutò e mi chiese il documento che era appena arrivato dalla Jugoslavia. Lo guardò e mi spiegò che siccome la Slovenia non aveva nessuna relazione diplomatica con la Serbia, quel documento non aveva nessun valore legale. Per avere quel pezzo di carta ci avevo messo un anno. Si comportarono così con tutti i cancellati, e lo fecero nel modo più ostinato e feroce possibile. Prima ti dicevano che dovevi procurarti quel documento, poi ti comunicavano che quel documento non aveva per loro nessun valore. Nel frattempo i giorni passavano e noi eravamo clandestini in terra slovena». Il padre di Dushan era un impiegato nell’armata Jugoslava, lui è nato in Slovenia e ancora combatte per vincere la sua guerra con la burocrazia: «A nessuno interessa che siamo nati qui, che qui vivono i nostri parenti, che ci sono vissuti per tutta la vita». La maggior parte degli sloveni pensa che gli «izbrisani» se la sono voluta. «Non hanno presentato la domanda di cittadinanza in tempo - dice Dmitri, piccolo commerciante - e non l’hanno chiesta perché non credevano nello stato nazionale sloveno... Certo, qualcuno ci è andato di mezzo per ignoranza, ma in Jugoslavia abbiamo perso tutti, non solo loro». Francesca Sforza