Varie, 21 dicembre 2006
DELOGU Marco
DELOGU Marco Roma 1960. Fotografo. Direttore del FotoGrafia Festival Internazionale di Roma • «[...] Ritrattista e fotogiornalista di rango [...] “[...]. La fotografia è un mezzo paradossale anche quando si presenta con le vesti della ‘normalità’. Ma è un mezzo che non può vivere all’insegna di una pretesa stra-ordinarietà e degli effetti speciali, rincorrendo eventi o pseudo-eventi che non significano niente. La fotografia merita più rispetto perché può darci emozioni profonde, farci vivere piccoli e grandi momenti della nostra vita come nessun altro medium sa fare. [...]”. Certo - ammette Delogu - un grande fotografo è sempre un visionario, possiede la dote di “vedere oltre” le apparenze comunemente accettate, non è mai un semplice riproduttore della realtà. [...]» (Massimo Di Forti, “Il Messaggero” 31/3/2008). «Sessantadue foto intense e straordinarie, di cui quindici a colori. Sei anni di lavoro, dall’autunno del 1997 alla primavera del 2003, nel carcere di Rebibbia. Un tema, la reclusione, che fa venire i brividi. E, tra i soggetti fotografati, uomini e donne la cui esistenza è stata sconvolta dal carcere: protagonisti degli anni di piombo e criminali comuni, detenuti famosi o pressocché sconosciuti, terroristi neri come Pierluigi Concutelli o di sinistra come Giorgio Pannizzari, transessuali come Pasquale Mallimaci o autori di reati minori come Nazareno Zambotti, che però ha trascorso complessivamente più di 27 anni dietro le sbarre e ha pubblicato per Einaudi un’autobiografia intitolata Perché non sono diventato un serial killer. Cattività (edizioni Punctum, 30 euro), arricchito dai testi del poeta e scrittore Edoardo Albinati, per Marco Delogu è stato un impegno emozionante, duro, difficile. Ma Delogu, direttore [...] di FotoGrafia (il Festival internazionale di Roma), autore di libri e mostre che lo hanno imposto tra i maggiori fotografi italiani (da Cardinali a Compositori, da Nature a I trenta assassini), non ama le mezze misure né, tanto meno, le cose “facili”. E ha affrontato una sfida lacerante, calandosi nell’oscurità del mondo detentivo come Giona nel ventre della balena. “Cattività” è un libro raro e inquietante. Che cosa è costato portarlo a compimento? “Ho sempre fotografato gruppi di persone le cui esperienze hanno riguardato la mia vita. Ho ritratto i cardinali grazie a un’idea di mio zio arcivescovo e i fantini del Palio di Siena per aver frequentato a lungo il mondo delle corse di cavalli, i contadini veneti ispirato dai racconti di mio nonno e i compositori di musica classica contemporanea dopo lunghi colloqui con un mio amico musicista. Negli anni 70 il carcere è stato un incubo che ha coinvolto la mia generazione impegnata in forme estreme di lotta politica. Fotografare persone unite dall’esperienza della prigione mi interessava molto. Ma soltanto quando ho cominciato a frequentare le galere ho capito la loro stranezza [...] Nel senso che la galera è un’istituzione totale ma è anche una comunità. Chi non è mai stato in carcere non può capire. Io stesso pensavo: gli ex terroristi rossi e quelli neri saranno divisi, li avranno messi chi in un braccio chi in un altro... Niente di più falso. Ormai da 20 anni a questa parte vivono tranquillamente tra di loro, perché i detenuti si dividono caso mai tra chi accetta la carcerazione senza fare compromessi con le istituzioni carcerarie e chi, invece, le cerca, parla sempre con le guardie. È questa la linea di confine, non quella tra neri e rossi [...] Tra di loro si parlano regolarmente, non c’è nessun problema. Quando ho ritrovato dietro le sbarre vecchi compagni di scuola, che erano miei avversari politici degli anni 70 e avevano fatto attentati o partecipato a omicidi, dalla strage di Bologna all’uccisione di carabinieri, non volevo assolutamente vederli. Passando davanti alle loro celle, sono stato chiamato ma ho fatto finta di niente. E i terroristi di sinistra mi hanno detto: ‘Scusa, che fai? Ti hanno chiamato, ti hanno invitato a mangiare in cella e tu non ci vai?’. ‘Certo che non ci vado, sono fascisti’, ho risposto. ‘Ma che c’entra, quelli hanno pagato, stanno in galera da 20 anni, va lì, va un po’ a mangiare con loro’. La cosa più strana è stata che i terroristi neri non mi hanno chiesto cosa succedeva fuori, nel paese. Volevano notizie delle più belle ragazze della scuola, che fine avevano fatto, come erano diventate, se erano ancora belle... [...] Giorgio Pannizzari – l’ultima persona graziata dal presidente Scalfaro, che pochi mesi dopo la grazia fu coinvolto in una rapina a Todi e in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine - passando davanti alla cella di Pierluigi Concutelli disse: ‘Pigi, prepara gli spaghetti, c’è un amico mio a pranzo’. Chiaramente era una boutade, ma rende l’idea dei rapporti che si sono creati tra rossi e neri. Il carcere ti mette di fronte a realtà che non immagineresti nemmeno [...] Se non ci sei mai entrato pensi che gli ergastolani siano peggiori di quelli che scontano pene brevi: macché, è assolutamente il contrario. Quelli che hanno pene di un anno o un anno e mezzo - in maggioranza tossicodipendenti o malati di Aids, quasi il 40 per cento dei detenuti - vivono malissimo la carcerazione. Invece, la maggior parte degli ergastolani l’accettano, si creano una quotidianità quasi ‘regolare’ ed è molto più semplice avere rapporti con loro. Io ho cominciato con i maschi, poi nel 2003 ho lavorato nei carceri femminili [...] Tra le donne non esiste quello star system carcerario maschile con detenuti politici come Adriano Sofri o Pierluigi Concutelli o criminali comuni come quelli della banda della Magliana ai quali sono stati dedicati libri e film. È interessante capire che ognuno ha una sua individualità, una storia, e non andare condizionato da pregiudizi. Più vai a mente aperta e meglio è [...] Sofri ha scritto che, se si aprissero le porte di tutte le galere, la maggior parte dei detenuti deciderebbe di restarci. Non può essere un caso il fatto che in Italia la percentuale di persone che non rientrano dai permessi sia bassissima, forse la più bassa d’Europa... Il carcere può diventare una condizione mentale. Nel film di Almodovar Légami, Antonio Banderas è un detenuto che ha una relazione con la direttrice del carcere. Quando lui sta per uscire, lei si mette a piangere... Tu pensi che la direttrice stia piangendo perché, a quel punto, non si incontreranno più come prima. Invece, no. La donna abbraccia Banderas e gli dice: ‘Stai attento la libertà è una cosa terribile’. Sono tanti i detenuti ai quali la libertà può fare più paura della galera”» (Massimo Di Forti, “il manifesto” 21/12/2006).