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 2006  dicembre 20 Mercoledì calendario

BIONDI

BIONDI Mario (Mario Ranno) Catania 28 gennaio 1971. Cantante • «[...] è un soggetto artistico strano. Con un imprinting vocale che porterebbe dritto al mondo dei Peddlers, al rhythmn’b’blues ”più carne e sangue” e che invece devia verso soluzioni più smilze e eleganti. Racconta: ”Da venti anni lavoro nella musica. Come turnista sono stato nei dischi di Gianni Bella o Mingardi; ho fatto anche molto piano bar. Nel frattempo scrivevo, accorgendomi che stavo andando verso il soul Usa anni Ottanta, quello di Luther Vandross, James Ingram o anche Bill Withers. Il fatto è che tutti continuavano a dirmi, ”Con quella voce dovresti fare subito un disco’. Il disco è arrivato, attraversato da cover (anche Bill Withers e Al Kooper) e originali [...] All’interno c’è anche This Is what You Are (peraltro già incisa da Biondi nel progetto Was A Bee), il suo brano più noto, strasuonato da network radio e tv. Ma soprattutto c’è il suono dell’High Five Quintet, un mondo di soul jazz con sbandate latin e quella voce che regge tutto. Oggi in Italia nessuno canta come Biondi, con un timbro ”a fisarmonica”, in grado di auto-orientarsi a seconda dei brani. Che seppur vicino alla malinconia di Bill Withers, alla sensuale profondità di Isaac Hayes o Barry White riesce comunque a mantenere un sorprendente livello di originalità. E di ironia. Perché Biondi sa che i maestri sono inarrivabili e quando il confronto è escluso, tutto è possibile. Fin qui però era facile, le influenze si annusano, stanno sopra e sotto la pelle dell’artista, in un disco che non fa mai acqua perché ritagliato su misura. Il gioco è dopo, è confliggere con rock, soul, swing, sganciarsi dai mondi e dalle influenze con cui si è cresciuti. rieseguire i Sex Pistols, in chiave High Five e con quella voce, e farceli piacere comunque. Sempre giocando, come la Schema ha insegnato negli anni delle prime raccolte e del debutto di Nicola Conte, prima di avvitarsi su un ”jazz jazz” troppo ossequioso nei confronti di padri e ideatori Usa. Implicitamente lo riconosce anche Biondi: ”Sono contento di Handful of Soul, avevo paura di relazionarmi a un ambiente troppo jazz, e invece è stata una combinazione di jazz e High Five”. Un’ultima considerazione: Mario Biondi è frutto di questo spirito del tempo, di un ribellismo indie rock che si è estinto aprendo varchi a stili (il crooning, ad esempio) e rielaborazioni anche eversive del passato. Lasciando però anche il campo ai tanti Michael Bublé da classifica e alle conseguenti normalizzazioni pop che questi hanno sollecitato. Il rischio è di cascarci dentro, l’antidoto è la stessa ricerca che ha portato ai Peddlers e che può diventare sempre più estrema, magari intercettando anche campionamenti e nuova elettronica; ma soprattutto continuando a meravigliare. […]» (Francesco Adinolfi, ”il Messaggero” 20/12/2006).