Corriere della Sera 20/12/2006, pag.41 Stefano Bucci, 20 dicembre 2006
Annie e Susan, l’amore allo specchio. Corriere della Sera 20 dicembre 2006. A nnie, un po’ come l’Alice di Lewis Carroll, si guarda allo specchio ma non sorride
Annie e Susan, l’amore allo specchio. Corriere della Sera 20 dicembre 2006. A nnie, un po’ come l’Alice di Lewis Carroll, si guarda allo specchio ma non sorride. Impossibile, d’altra parte, anche soltanto pretenderlo: da pochi mesi ha perso, in drammatica sequenza, prima la compagna con cui ha condiviso (pur senza mai ammetterlo pubblicamente) quindici anni della propria vita e poi, sei settimane più tardi, l’amatissimo padre. Il suo è un dolore talmente grande che nemmeno la nascita delle due gemelle Susan e Samuelle (che, assieme all’altra figlia Sarah, rappresentano il frutto di quella passione «non convenzionale») è riuscita a lenire. Davanti a quello specchio immaginario (che poi altro non è che l’obbiettivo di una Mamiya 645 o di una Contax T2) non c’è però una donna qualsiasi. C’è Annie (Anna-Lou) Leibovitz, forse la fotografa più celebre del mondo, quella che ha immortalato John Lennon (con Yoko Ono) il giorno prima che il Beatle venisse ucciso e Demi Moore nuda con il pancione, Bill Clinton e George W. Bush, William Burroughs e Joan Didion, Nicole Kidman e Patty Smith. Nemmeno la sua amante è una persona qualsiasi. Susan Sontag: la «scrittrice simbolo della sinistra americana», l’autrice di saggi-culto come Malattia come metafora e di romanzi controversi come L’amante del vulcano, «la raffinata intellettuale dalla cultura cosmopolita che ha saputo raccontare in modo tagliente la vita socio-culturale contemporanea». Sono loro, Annie e Susan, le incontrastate protagoniste di A photographer’s life (pp. 480, $75) la biografia della Leibovitz appena pubblicata da Random House. Una biografia (corredata da un’omonima mostra aperta fino al 21 gennaio al Brooklyn Museum di New York) che ha fatto immediatamente scalpore per quelle immagini che raccontano gli ultimi giorni della Sontag (gli interventi chirurgici, la chemioterapia, il ricovero in ospedale, l’agonia) e, soprattutto, per quelle della scrittrice sul suo letto di morte (è il dicembre del 2004): irriconoscibile, ma finalmente sorridente; senza trucco, ma con un bellissimo abito di Miyake comprato a Milano («aveva trascorso i suoi ultimi mesi in ospedale: è stato umiliante, era come se avesse perso l’anima. Ho scelto quei vestiti perché Susan li amava tanto»). Eppure più delle immagini (crude, strazianti, eppur bellissime), sono le parole (raccolte nella brevissima introduzione) a colpire nel segno: quelle con cui, per la prima volta, Annie racconta una storia d’amore molto privata tra due donne molto pubbliche. «Susan si lamentava sempre che non facessi mai abbastanza fotografie dei nostri momenti più intimi. Quando è morta, ho scavato nei cassetti per cercarne qualcuna da inserire nel libretto che volevo regalare agli amici dopo il funerale. A photographer’s life è nato così. Anche se in verità molte di queste immagini erano destinate ad un nostro ideale "libro della bellezza" che avrebbe dovuto raccogliere tutto quello ci interessava, ci attraeva, che giustificava un nostro viaggio». Per questo ci sono le Piramidi, la lunga spiaggia di Southampton (rifugio eccellente degli intellettuali newyorkesi), il Messico, Berlino, Kyoto, Cuba, Bilbao, Sussinghurst e Neuschwanstein. Oltre a tanta Italia (spesso vista attraverso la camera di un albergo extralusso): il Gritti di Venezia, il Santo Spirito di Milano, il Quisisana di Capri. Tra quelle pagine, tutto parla di Annie e Susan («è come se lei fosse ancora qui accanto a me e stesse dicendomi quello che devo cercare nelle cose»). A proposito della fotografia che apre il volume (Susan davanti alle rovine di Petra), la Leibovitz dice: «Mi fa pensare a quanto Susan ci manchi. Era così curiosa, con un incredibile appetito per le novità e per l’avventura. Amava l’arte, l’architettura, i viaggi, le sorprese, le scoperte». Frammenti di una vita a due, insomma. Spesso banali. «Volevamo una casa a Parigi. Perché Susan ci aveva vissuto negli anni Sessanta e perché per scrivere lei doveva sempre andar via da New York. Avevamo chiesto all’agenzia di trovarcene una con l’ascensore, Susan aveva appena iniziato la chemioterapia ed era ancora molto debole. Ce ne proposero una sul Quai des Grands Augustins, al secondo piano, affacciata sulla Senna. C’erano solo scale, pensavamo fosse inutile visitarla. Ma quando aprimmo la porta, ci guardammo negli occhi e ci dicemmo: sarà questa la nostra casa». I ritratti delle celebrities (da Vanessa Redgrave a Philip Johnson) sembrano quasi «corpi estranei»: «Susan sapeva tutto. Ma voleva sapere sempre di più, voleva scoprire sempre qualcosa di nuovo in quello che già conosceva. E se eri fortunato, eri accanto a lei, quando questo accadeva». Molto di quello che c’è nel libro è eccezionale (a cominciare dalla nascita delle tre figlie), ma rimane comunque sempre un fatto privato. Tra Annie e Susan: «Dopo la sua morte, ho pianto per un mese intero. Ma questo libro èriuscito a farmi superare il dolore. Adesso lo so: è quanto di più vicino alla mia anima abbia mai fatto». Stefano Bucci