Varie, 18 dicembre 2006
MANCINI
Marco Castel San Pietro
Terme (Bologna) 1960. Numero
due del Sismi arrestato il
5 luglio (con l’accusa di aver collaborato
con gli americani che il
17 febbraio 2003 in via Conte
Verde a Milano rapirono l’Imam
Abu Omar, indagato per terrorismo
internazionale) e di nuovo
il 12 dicembre (accusato di essere
la mente di un’associazione
per delinquere finalizzata «alla
raccolta illegale e sistematica di
informazioni riservatissime» su
società estere concorrenti di Telecom
e Pirelli) • «La storia di
Mancini, a prima vista, assomiglia
a quelle storie americane,
con l’agente che diventa sceriffo
della città. Lui parte dal basso.
Agli inizi degli anni 80 era un
brigadiere dei carabinieri, come
il suo ”gemello”, l’amico
Giuliano Tavaroli, poi diventato
responsabile della sicurezza Telecom
(carica lasciata pochi mesi
fa in seguito ad un’indagine
sulle intercettazioni). Lavorano
nella squadra del famoso Bonaventura
nella lotta alle Br. Sono
bravi - dicono i colleghi - e vogliono
fare carriera in fretta.
Mancini a compiere il primo
salto. Entra nel Sismi - attorno
all’84, ufficio di Bologna - e ritrova
Bonaventura, nel frattempo
diventato responsabile della
nuova Divisione anti-crimine.
All’ombra dell’ufficiale Mancini
cresce, smania e non abbandona
mai il rapporto di ferro con
Tavaroli. L’ex brigadiere attende
il momento propizio. Che arriva
quando Bonaventura lascia
la carica di capo della Prima Divisione,
la più importante del
Sismi, quella che si occupa del
controspionaggio. La carica passa
ad un altro ufficiale dei carabinieri,
Gustavo Pignero, arrestato
nel blitz di del 5 luglio, un
veterano. Ha partecipato - nel 74
- all’infiltrazione tra le Br del famoso
Frate Mitra. Al Sismi sostengono
che da quel momento
Mancini crea il suo team eliminando
i fedelissimi di Bonaventura
e ”controllando” Pignero.
Di fatto prepara il terreno per
un nuovo balzo. infatti responsabile
del centro di Bologna e di
tutto il Nord Italia. Una posizione
strategica. Mancini rinsalda i
rapporti con gli americani della
Cia - una cooperazione che va
avanti da anni - grazie anche all’emergenza
terrorismo post 11
settembre. La sua strada procede
in parallelo a quella di Tavaroli.
Poco dietro, più discosto,
c’è Emanuele Cipriani, amico fidato
e titolare di un’agenzia di
investigazioni, finito nell’indagine
sulle intercettazioni. Girano
voci di dossier su personaggi,
spionaggio, fiumi di denaro.
questo misterioso mondo che fa
da cornice alla preparazione -
nella primavera 2002 - del rapimento
di Abu Omar. Mancini
forse vuole dimostrare agli americani
di essere un buon partner.
E la Cia gradisce: un coinvolgimento
italiano è l’ideale
per costringere Roma a tacere.
Nell’agosto 2003, pochi mesi dopo
il sequestro dell’imam, Mancini
conquista la guida della
Prima Divisione mentre Pignero
diventa capo reparto. A Forte
Braschi, la sede dell’intelligence,
sostengono che l’ascesa è dovuta
all’intercessione della Cia.
L’allora capo dell’agenzia Usa,
George Tenet, avrebbe scritto
una lettera per sostenere la promozione.
Verità o leggenda,
Mancini è davvero il numero
uno. Quando gira per i corridoi
del comando lo segue la ”formazione
a cuneo”. Mancini davanti,
quasi sempre vestito casual,
gli altri dietro. La guerra in Iraq
alza le quotazioni della Divisione.
Gli 007 vigilano sul contingente,
recuperano ostaggi, pagano
riscatti generosi, piangono il
sacrificio di Calipari» (Guido
Olimpio).