Corriere della Sera 18/12/2006, pag.22 Dino Martirano, 18 dicembre 2006
«Un francobollo in ricordo di Pinelli? Sì, ma non si uccida ancora Calabresi». Corriere della Sera 18 dicembre 2006
«Un francobollo in ricordo di Pinelli? Sì, ma non si uccida ancora Calabresi». Corriere della Sera 18 dicembre 2006. Roma. «Se ora vogliono far emettere un francobollo in memoria dell’anarchico Giuseppe Pinelli facciano pure perché tutti, anche a distanza di anni, hanno diritto a una commemorazione. Ma se questo dovesse servire per cavalcare di nuovo la tesi dell’omicidio volontario di Pinelli, allora sono dei pazzi che vanno fuori strada. Perché sarebbe come uccidere una seconda volta il commissario Luigi Calabresi, il quale, tra l’altro, non era neanche presente nella stanza della questura dalla cui finestra cadde Pinelli. Attenzione». Trentasette anni dopo quel terribile 12 dicembre del 1969 alla Banca nazionale dell’Agricoltura di Milano (una bomba causò 17 morti e tantissimi feriti), il senatore Gerardo D’Ambrosio (Ulivo) è costretto a vestire di nuovo i panni del giovane giudice istruttore cui fu affidato in seconda battuta, insieme ai pm Fiasconaro e Alessandrini, un’indagine assai scomoda. Quella che portò all’esclusione della pista anarchica, battuta fin dal primo momento dalla polizia, e all’individuazione della cellula nera di Freda e Ventura per l’esecuzione dell’attentato di piazza Fontana. Ma D’Ambrosio prosciolse i poliziotti e il carabiniere (amnistiati, invece, per l’arresto illegale) accusati di aver fatto volare giù dalla finestra della questura l’anarchico Pinelli. E per quell’archiviazione il giovane giudice si ritrovò molte scritte sui muri di Milano: «"D’Ambrosio fascista", dicevano. Lo scrissero anche sui quaderni di mia figlia». D’Ambrosio ricorda tutto di quell’inchiesta. «Facemmo mille accertamenti, cercammo tutti i riscontri possibili ma gli indizi, che portavano all’omicidio volontario di Pinelli, vennero meno uno dopo l’altro: il punto di caduta che era vicino al muro, il ritardo dell’ambulanza che invece arrivò in pochi minuti, la puntura di un ago che era frutto di un’endovena fatta al pronto soccorso e non di una dose di scopolamina, il "siero della verità", iniettata in questura come si era detto senza verificare. E lo dimostra una foto del Corriere d’Informazione ». L’ex giudice istruttore, dunque, adesso accoglie con stupore le dichiarazioni del presidente della Camera Fausto Bertinotti («Pinelli è la diciassettesima vittima di piazza Fontana») e la proposta di «Liberazione», l’organo ufficiale del Prc, di «dedicare almeno un francobollo all’anarchico Pinelli». D’Ambrosio è scettico: «Se qualcuno parla di diciassettesima vittima di piazza Fontana, allora si potrebbe dire che il commissario Calabresi (assassinato a Milano nel 1972 da militanti di Lotta Continua, ndr) è stata la diciottesima vittima... ». Trentasette anni dopo, D’Ambrosio non cambia convincimento. E mette in fila le prove mancanti, ovvero gli indizi che secondo la denuncia della vedova Pinelli avrebbero dovuto portare a provare l’omicidio volontario del marito: «Pinelli, dopo 3 giorni passati in questura, dove mangiò poco tra un interrogatorio e l’altro, probabilmente si sentì male e si accartocciò sulla ringhiera della finestra che era alta appena 90 centimetri». La polizia disse che Pinelli si era suicidato, gli anarchici e l’estrema sinistra parlarono di volo dalla finestra «facilitato» dai poliziotti. La sentenza di archiviazione di D’Ambrosio, poi, citò il famoso «malore attivo» di Pinelli: «Probabilmente in quelle condizioni di debolezza aprì la finestra ed ebbe una vertigine, che poi causò la caduta». Ma ancora oggi «Liberazione» cita quella sentenza come un mostro giuridico: «Le parole "malore attivo" non significano niente nè in italiano né nel gergo dei medici né in quello dei giudici. Tredici professori di fisica dimostrarono che Pinelli era stato gettato fuori dalla finestra...». A quel ricordo, D’Ambrosio sorride: «La loro tesi, ovvero il punto di caduta del corpo individuato calcolando la media aritmetica delle distanze dal muro fornite dai vari testimoni, fu pubblicata da "Panorama". Bene, qualche mese dopo mi venne a trovare in ufficio uno di quei professori, era un siciliano, che si volle scusare con me per aver condiviso un un metodo di calcolo tanto sballato». La conclusione di D’Ambrosio è amara: «Eravamo i giudici che erano riusciti a togliere ogni definitivo dubbio sugli anarchici autori della strage di piazza Fontana. E, guardate, che io ho rischiato la pelle per queste cose mentre il povero Alessandrini ce l’ha rimessa la vita...». Correva l’anno 1969: «E’ vero. La primissima istruttoria fu condotta con le regole del vecchio rito che portò, per esempio, all’esclusione del perito di parte durante l’autopsia sul corpo di Pinelli. Ma poi arrivammo noi, giovani magistrati che non guardavamo in faccia la polizia e il potere, che bussavamo con le mani e i piedi a tutte le porte chiuse. Se dicevamo che non c’erano certezze per provare la tesi dell’omicidio volontario di Pinelli, eravamo dei fascisti. Invece, quando sostenemmo che non erano stati gli anarchici a mettere le bombe, allora eravamo comunisti. Questa è l’Italia. Però io invito tutti coloro che hanno ancora dei dubbi ad andarsi a rileggere gli atti giudiziari». Dino Martirano