Varie, 18 dicembre 2006
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Scalfari Simonetta
• (De Benedetti) Berlino (Germania) 1921, Roma 15 dicembre 2006. Fotoreporter. Moglie di Eugenio • «[...] Figlia unica di Maria Bignami e Giulio De Benedetti, mitico direttore de La Stampa che guidò dal 1948 al 1968, inventore della rubrica ”Specchio dei tempi», è stata la prima fotoreporter italiana. Nel 1976 con Mimmo Frassineti, Adriano Mordenti e Massimo Vergari ha creato la celebre agenzia foto-giornalistica Agf. ”Avrebbe potuto chiedere per sè una posizione privilegiata e invece volle che diventassimo quattro soci perfettamente alla pari”, ricorda [...] Frassineti. Nel 1993 Ciampi le conferì l’onorificenza di Ufficiale al Merito della Repubblica. [...] Nata nel 1921 a Berlino, dove il papà era corrispondente per La Stampa, Simonetta trascorse la giovinezza tra Torino, Londra e Lugano dove la famiglia dovette rifugiarsi per sfuggire al fascismo. In Svizzera conobbe Indro Montanelli: ”Gli cucinavo la pastasciutta e gli volevo un gran bene. E lui mi diceva sempre: saresti una delle dieci donne che avrei sposato”. Durante la guerra Simonetta imparò l’arte della fotografia. Del marito Eugenio raccontava che ”è stato un padre straordinario e un uomo generosissimo. Si diverte a fare regali, ad avere pensieri per noi”. Il padre Giulio, spiegò in un’intervista ad Alain Elkann, le aveva insegnato soprattutto due cose: ”Anzitutto che la libertà non si compera. Mai lasciarsi corrompere, per nessuna ragione. E poi mi ha insegnato come si muore”. [...]» (’Corriere della Sera” 17/12/2006) • «[...] La sua adolescenza, a Torino fra le due guerre, era stata quella di una figlia unica allevata in una famiglia di buona borghesia ebraica, accanto a genitori in vario modo insoliti. Lui, Giulio de Benedetti, era un giornalista di grande talento, ruvido e con qualche bizzarria: lo chiamavano ”ciuffettino” per una mezza frangetta grigia che gli pendeva su un lato della fronte. Veniva inoltre considerato un precoce inventore delle T-shirt (o magliette ”dolce vita”): le indossava in casa e sul lavoro. Diresse La Gazzetta del Popolo e poi – dal ”48 al ”68 – quella Stampa che con lui conobbe una vera eccellenza. Era un direttore severo. Mirava alla comprensibilità come a un bene supremo. Simonetta amava raccontare che il papà le faceva leggere, a volte, un articolo ancora in bozze per saggiarne la qualità: se piace a te, che sei una lettrice ostile ai fronzoli, sono sicuro che va bene. Nelle proprie convinzioni e abitudini, Giulio era incrollabile. In una sua tenuta suburbana, a Rivoli, compiva ogni giorno lunghi giri nei boschi. Per distendersi, diceva. Assai diversa la madre di Simonetta, Maria Bignami, figlia di un parlamentare socialista. Affabile e colta soprattutto in materia musicale – patrocinava, a Torino, l’associazione amici della musica – era imparentata con autorevoli uomini d’affari gravitanti su Milano e sulla Svizzera: un suo fratello, Enrico detto Chicco, era al vertice della Nestlè. Un cugino di Simonetta sarebbe diventato presidente della Rinascente. Una cesura atroce nella vita della giovane torinese intervenne per motivi razziali. La stretta anti-ebraica perseguita dal regime di Salò costrinse i de Benedetti a rifugiarsi in Svizzera. Simonetta non gradiva raccontare simili traversie, ma quando le capitava di leggere qualcosa sull’argomento della fuga in Svizzera, frequente di quei tempi, se ne appassionava. Mi telefonò, eccitata, quando, anni fa, recensii Un fuoruscito a Locarno, che era il diario scritto da un noto giornalista inviso al fascisti, Filippo Sacchi, durante il suo rifugio in terra elvetica: Simonetta vi si rivide giovane fuggiasca. In esilio, non perse tempo. Frequentando la bottega d’un fotografo di Lugano, iniziò a sperimentare un talento che sarebbe più tardi maturato in lei. E anche in Svizzera ebbe luogo il primo incontro con Antonio Pellizzari, rampollo di una famiglia di industriali vicentini con fabbrica ad Arzignano. Lo avrebbe sposato nel ”45. Il matrimonio non durò a lungo. Gli interessi dei coniugi non convergevano, se non per la musica: un po’ poco. Vicenza era una roccaforte del moderatismo cattolico. Simonetta raccontava che lì, al referendum istituzionale del ”46, i voti in favore della Repubblica ammontarono a poche unità: anzi – precisava, forse per paradosso – ”furono tre: il mio, quello di mio marito e quello di Mariano Rumor”. Di lì a poco, Simonetta se ne andò a vivere a Milano. Divideva un appartamento con un’amica, Vittoria, che avrebbe poi sposato un esponente della Confindustria, Morelli. Accadde che a una cena in questa casa di ragazze comparisse un giovane bancario e giornalista agli albori, Eugenio Scalfari. Da parte sua, Simonetta coltivava la passione saggiata in Svizzera, fino a diventare – lavorando per L’Europeo, sul quale scriveva lo stesso Scalfari, e per Epoca – una delle prime donne fotoreporter di quei tempi. L’incontro con Scalfari sarà per la vita. Quando nasce Enrica, la primogenita di Eugenio e Simonetta, non può chiamarsi subito Scalfari. Bisognerà aspettare che Pellizzari ”disconosca” la paternità. I due intanto si sposano in Inghilterra. Nel novembre del ”55 era uscito L’Espresso. Del nuovo settimanale Scalfari era il direttore amministrativo. Ma ne era anche il vice-direttore, accanto ad Arrigo Benedetti. L’ambiente romano si confaceva senza difficoltà alla sua giovane moglie. Capita ancora oggi, a volte, quando ci si trova fra vecchi amici, di impegnarsi a scoprire ”chi ha conosciuto per primo chi”. In questi discorsi Simonetta entra di diritto. Nel condurre il gioco, uno come Alberto Arbasino ha in mano una carta decisiva: ricorda Simonetta, vestita da damigella d’onore, nel ”46, al matrimonio di una sua cugina milanese, Marisa Cerri, che si tenne a Locate Triulzio, in una tenuta di famiglia dello stesso Arbasino. Simonetta e Alberto hanno continuato per decenni a scherzare su quell’evento mondano. ”Era molto prima che tu conoscessi Eugenio”, si vantava lui. ”I tuoi parenti ti indicavano dicendo: ”Quell’Alberto lì è una vera peste’”, controbatteva lei. Dalla metà degli anni Cinquanta, nelle serate della Capitale, Simonetta era dunque entrata di slancio. Da allora [...] la sua presenza è stata continua. Per molti anni le principali occasioni d’incontro sono state il 14 luglio - anniversario della presa della Bastiglia - nella casa di campagna degli Scalfari a Velletri e il compleanno di Simonetta nel loro appartamento romano di via Nomentana. Gli amici di Eugenio non si distinguevano dai suoi. Dei tempi di Torino le restava una compagna di scuola molto amata, Carla Lanza, poi maritata Borrelli e fattasi anche lei romana. [...] Nel lavoro che definitivamente si scelse, Simonetta era concreta, efficiente. Con le figlie ormai uscite dall’infanzia, tornandole la vecchia passione delle fotografie, entrò dapprima in società con Litty Lefevre nel centro di produzione Team, poi, nel ”76 aprì in proprio l’Agf, agenzia giornalistica fotografica, ora diretta dalla sua primogenita, Enrica. Ciò che più le piaceva era dar vita a reportage che diventavano libri. Temi consueti: la documentazione industriale e le escursioni geografiche. Un volume del 1981, intitolato Caorso ed edito per l’Ansaldo nel 1981, contiene l’attenta descrizione di quella centrale nucleare. Più folte le corrispondenze di viaggio, compiute in genere per la Finmeccanica: risale all’82 Yemen del Nord con testo di Moravia; nel ”92 Ad ovest di Omaha seguirà l’itinerario delle antiche ferrovie americane, mentre tre anni più tardi s’intitolerà Muda del drago un libro sulla Cina. Stampato, come tutti gli altri, in due diverse edizioni, italiana e inglese. Con Simonetta, che firmava queste opere come art director, si accordavano finanziatori, autori dei testi, grafici, fotografi. Nelle varie sedi dell’Agf - prima in via Capo d’Africa, poi in via Cimarosa e infine al Salario - giravano spesso personaggi di gran nome. La ”committente” e manager li associava alle sue imprese senza ombra di snobismo. Ne era del tutto immune. Aveva soltanto subìto, per vocazione, eredità e pratica quotidiana, il contagio del giornalismo. Risale al 1995 un libro che ha, in più degli altri, una valenza autobiografica. In copertina c’è scritto Il mio giardino. il giardino di Velletri. Per anni, l’autrice-padrona di casa vi è andata piantando camelie, ortensie e soprattutto rose - centinaia di rose a cespuglio, di varietà e colori diversi - e lì racconta quest’avventura: l’unica, forse, capace di inorgoglirla. Rossella Sleiter ha scritto l´introduzione. Impaginatore è Massimo Bucchi. In società, mai Simonetta parlava di lavoro. La si vedeva sprizzare gioia quando giocava con il nipotino Simone - il figlio della secondogenita, Donata, e di Ettore Viola [...] fino a pochi anni fa si era data a viaggiare per mete lontane, in compagnia di una coppia di amici. Thailandia, Hong Kong, Sudafrica, Las Vegas, Florida, California, i Caraibi, i Parchi nazionali d’America. A Miami li raggiunse un uragano. In un porticciolo greco Simonetta cadde su una passerella lacerandosi un ginocchio. La ricucì un veterinario. Le notizie di Simonetta – le penultime – non discordano con l’immagine autoironica che ci resta di lei. ”Al mio funerale”, suggeriva alle amiche, ”mettetevi dei bei vestiti colorati. Stappate magari uno champagne. Niente piagnistei”» (Nello Ajello, ”la Repubblica” 18/12/2006).