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 2006  dicembre 17 Domenica calendario

La donna che inventò la sedia più bella del mondo. La Stampa 17 dicembre 2006. La donna è sdraiata sulla chaise longue: le gambe inguainate nelle calze nere, la gonna spiegazzata, la testa reclinata di lato

La donna che inventò la sedia più bella del mondo. La Stampa 17 dicembre 2006. La donna è sdraiata sulla chaise longue: le gambe inguainate nelle calze nere, la gonna spiegazzata, la testa reclinata di lato. Charlotte Perriand si riposa sulla seduta che ha progettato con Le Corbusier e Pierre Jeanneret nel 1928, un anno dopo il suo arrivo nell’atélier di rue de Sèvres. Ha 25 anni, un portamento elegante, capelli tagliati alla maschietta, un sorriso smagliante ed è già una creatrice. Per lungo tempo questa donna volitiva, testarda durissima, è rimasta in ombra presso il grande pubblico, schiacciata dalla fama di «Corbu», uno che ha lasciato una traccia indelebile sul nostro modo di abitare e di vivere. Charlotte è certamente una delle grandi donne del Novecento, personaggio ricco e complesso come emerge dall’autobiografia Io, Charlotte (Laterza, pagg. 514, euro 22), uscita in Francia nel ”98, un anno prima della sua scomparsa (Una vie de création). Nata a Parigi da una coppia di lavoratori di sartoria nel ”26, dopo aver frequentato una scuola di arti decorative, va nelle studio dell’architetto con la cartella di disegni. Corbu l’accoglie freddo: «Cosa desidera?» «Lavorare con lei». Dà una rapida occhiata ai lavori e risponde: «Qui non ricamiamo cuscini». Nonostante la risposta maschilista, la prende con sé. Resterà dieci anni sua collaboratrice stretta, vera anima dello studio per l’architettura degli interni, l’arredamento delle case che Corbu progetta con Pierre. Intanto si è sposata, per poi divorziare dopo poco. Del marito non dice nulla o quasi. Quello che emerge da queste pagine appassionate è il bisogno di indipendenza, l’orgoglio e la forza, la passione per il lavoro. Consapevole della propria diversità, presenta al «Salon d’Automne» del ”29 proposte innovative per scaffali, sedie e tavoli insieme ai due architetti e scrive orgogliosamente: «avevamo messo le pantofole alla porta». Ma appena Corbu le scrive una lettera lamentandosi di lei e del cugino, innamorato di Charlotte, lascia lo studio e si mette in proprio. Nel frattempo ha viaggiato in lungo e in largo, Mosca e Berlino, Atene; ha partecipato ai congressi del Ciam fondato da Corbu, ha anche circumnavigato in canoa le Baleari. Pierre diventa suo accompagnatore fisso. Nelle foto la si vede a torso nudo, di schiena, mentre alza le braccia in cima ad una montagna innevata. Nel 1940, tre anni dopo la separazione da Corbu, e dopo un periodo di frequentazione di Fernand Léger, ha l’occasione di recarsi in Giappone, invitata come consigliera di design industriale dal ministero del Commercio. Sarà la svolta della sua vita, sia personale che professionale. come se Charlotte fosse già predisposta per assorbire l’idea dello spazio di quella civiltà. Visita le province e progetta versioni in bambù e legno dei propri mobili modernisti costruiti a Parigi con i tubolari di metallo. partita allo scoppio della guerra su una nave - due mesi di viaggio - ma è colta da Pearl Harbor mentre si trova in trasferta in Indocina. Nel ”42, dopo lezioni, incontri con studenti, professori e artigiani giapponesi, si trasferisce ad Hanoi, zona controllata dai francesi. Qui conosce Jacques Martin, un ufficiale di marina, e lo sposa l’anno dopo. Nel bel mezzo della guerra nasce Pernette, la figlia. Le pagine dedicate a quel periodo convulso sono incredibili, con Charlotte che cura la figlia più volte ammalata, vero diario e romanzo d’epoca: gran donna, dal «cuore solido», come dice lei stessa. Il ritorno a Parigi e la nuova collaborazione con Corbu per l’Unité d’Abitation di Marsiglia. Due innovazioni: la cucina-bar integrata al soggiorno e la donna non più relegata in cucina, in fondo a un corridoio, a nord, come una schiava. Nel ”53, riassumendo la sua idea dell’architettura d’interni, scrive: «Qual è l’elemento fondamentale dell’arredo domestico? Tutto ciò che permette di riporre gli oggetti». La rivoluzione di Charlotte è una di quelle silenziose, che modificano in profondità i modi del vivere: il contenuto come criterio orientante della progettazione, i muri attrezzati, il sistema modulare per riporre le cose, le porte scorrevoli degli armadi. Come si è visto nella sua grande mostra del 2005 al Centre Pompidou, Charlotte non è un’arredatrice e neppure una designer; il suo lavoro contiene un aspetto artistico che si evidenzia nei disegni e nei progetti, oltre che nel gusto. Il suo minimalismo ha lasciato un segno in tutta la produzione contemporanea di mobili. La sua filosofia si riassume in due sole frasi: «Il vuoto è onnipotente perché può contenere tutto. Negli anni del dopoguerra Charlotte si sposta avanti e indietro per il mondo, raggiunge il marito che lavora in Brasile, sta a Parigi, va a Londra, lavora per Air France, mette mano a un grande progetto di architetture per la villeggiatura montana. Una vita piena, vissuta con «occhi luminosi e spalle dritte», come ha detto Renzo Piano, dedicata alla minuzia esecutiva, qualità che manca oggi a molti architetti, ma anche al suo amato Corbu. La vita, ha scritto, vale la pena di essere vissuta solo in piedi sulle proprie gambe. Marco Belpoliti