Raetha Corsini, Vanity Fair 21/12/06 pagina 217., 21 dicembre 2006
Sergio Staino, 66 anni, soffre da anni di una miopia fortissima ormai degenerata in semicecità: «Di recente ho infilato le mani in un vassoio di panna perché pensavo fossero dei fazzolettini
Sergio Staino, 66 anni, soffre da anni di una miopia fortissima ormai degenerata in semicecità: «Di recente ho infilato le mani in un vassoio di panna perché pensavo fossero dei fazzolettini. Me ne capitano di cose buffe, ma ironizzo: se mi intristissi perderei gli amici». Quando nel 1978 si ruppe la prima retina, la prese malissimo. «Pensavo che non avrei mai più potuto fare uno schizzo. Ma il cervello è una macchina meravigliosa: prima di tutto ricorda com’è vedere. Si è adattato al nuovo livello di informazioni che gli potevo dare, eliminando le storture e rendendo più chiari i concetti. Prima facevo disegni troppo sicuri, troppo standard. Con la miopia degenerativa il tratto è diventato più insicuro, ma più distintivo e aperto. Dopo un anno e mezzo è nato Bobo: una rivalsa contro una sorte ingrata: diventare un grande disegnatore dopo aver perso la vista». Oggi capta immagini confuse e sovrapposte: «Percepisco lo spazio ma non vedo scalini, colonne, porte, e i volti sono appannati». Nel lavoro l’aiuta la tecnologia: «Disegno con il touch screen, toccando il monitor, e al computer posso ingrandire tutto. Poi c’è mio figlio Michele, 26 anni, che si occupa dell’editing, colora le vignette, gestisce il sito anche se nella vita fa il musicista jazz». Per Staino il disegno «è serenità, ritorno al ventre materno»: «E’ stata la mia mamma a darmi il dono: fin da piccino ridisegnava con me i libri di fiabe. Da grande, per stare bene, prendevo in mano una matita».