Note: [1] Claudio Del Frate, Giusi Fasano, Corriere della Sera 12/12; Sara Bracchetti, la Repubblica 12/12; Emilio Randacio, la Repubblica 12/12; Fabio Poletti, La Stampa 13/12; [2] G. Gua., Corriere della Sera 13/12; [3] Claudio Del Frate, Giusi Fasano, , 16 dicembre 2006
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 18 DICEMBRE 2006
Sono più o meno le 20 e 30 di lunedì 11 dicembre. Michele Molteni, un volontario dei vigili del fuoco che vive nel centro storico di Erba, provincia di Como, vede del fumo che esce dalla cascina ristrutturata al numero 25 di via Diaz e corre a chiamare i colleghi. I pompieri che in pochi minuti arrivano sul posto, pensano a un rogo accidentale. Cambiano idea quando vedono due volontari del 118 di Lario soccorso che escono dall’appartamento sgomenti: «In casa è un disastro, sangue ovunque». Per Raffaella Castagna (29 anni), il figlio Youssef Marzouk (2), la mamma Paola Galli (55) non c’è più niente da fare. morta anche la vicina di casa Valeria Cherubini (50), mentre il marito Mario Frigerio (60), è in gravi condizioni ma ancora vivo. Non c’è traccia invece di Azouz Marzouk, marito della Castagna e padre di Youssef. [1]
Azouz Marzouk è un piccolo spacciatore di droga. Nato il 28 aprile 1980 a Zaghouan (Tunisia), ha sposato Raffaella il 24 marzo 2003 (rito civile). Tra il 2004 e il 2005 è stato denunciato prima per percosse (il processo è in corso davanti al giudice di pace di Erba), poi per minacce e lesioni personali. Lo spaccio di droga l’ha fatto finire in carcere due volte: il 18 febbraio e il 16 aprile 2005. In cella ha trascorso due brevissimi periodi di pochi giorni finché ha subito due condanne definitive a 4 anni e un mese di reclusione. In galera dalla fine dell’anno scorso, a maggio ha chiesto la detenzione domiciliare per poter accudire il suo bambino, visto che la moglie lavora e che la suocera è malata. «Mi comporterò bene», ha assicurato al giudice di sorveglianza di Milano, che però ha rigettato la richiesta. Poi, ad agosto, è arrivato l’indulto. [2]
Nessuno ha dubbi: l’assassino è Azouz. Una delle tante cronache pubblicate sui giornali di martedì: «Un bambino che nessuno voleva fosse suo figlio, una donna che nessuno voleva fosse sua moglie, una suocera che lo detestava e dei vicini di casa che lui riteneva impiccioni. Li ha ammazzati tutti». [3] A qualcuno il fatto di cronaca nera sembra francamente esagerato. Carlo Fruttero: «Vediamo: l’antico, tranquillo borgo lombardo, il facoltoso commerciante amico di tutti, e questa figlia di sicuro amata che si laurea in psicologia e poi immancabilmente ”si attiva nel sociale”, frequenta un centro di recupero per disadattati e delinquenti, incontra il tunisino con precedenti, si intesta a volerlo redimere, addirittura sposare. (’Ma è un pochissimo di buono!” ”Papà, io lo amo!”). Nasce il bambino, il tunisino va dentro (’Te l’avevo detto!”), esce con l’indulto (’Ah questi politici!”), assilla, minaccia, si fa cacciare di casa, ritorna, pianti, scene, promesse, forse botte, denunce ai carabinieri. E poi ecco l’incendio, i pompieri, la scoperta del massacro». [4]
Tra i tanti che martedì leggono e commentano quelle cronache, ci sono i passeggeri di un volo Alitalia da Tunisi a Milano. Francesco Sinatra, 50 anni, di Lissone: «Abbiamo preso il giornale e ci siamo messi a leggere. Stavamo commentando ad alta voce le notizie quando un giovane vestito con i jeans ci ha interrotti: ci ha detto che era suo, il nome che compariva in tutti quegli articoli, ma che lui non aveva ucciso nessuno». Salvatore Cuglieri, imprenditore milanese: «Ha ripetuto più volte che lui era estraneo ai fatti e che prima di imbarcarsi era passato dall’ambasciata». Alle 21,34, quando l’aereo è atterrato a Malpensa, ad attendere Azouz c’era una volante della polizia. [5]
A scagionare Azouz aveva già pensato il suocero: «Mi ha chiamato dal numero di casa tunisino». [6] Paolo Moretti: «Carlo Castagna è il proprietario di una catena di esercizi commerciali che a Como e a Erba sono qualcosa di più che semplici negozi di mobili. Negozi che fanno tendenza. Il primo era stato fondato dal papà di Carlo. E presto era diventato un punto di riferimento per gli amanti del design. Delle forme particolari applicate all’arredamento. Una tappa obbligata, soprattutto per le giovani coppie che volevano arredare casa con uno stile diverso. Un modo di pensare l’arredamento che era subito piaciuto, e al primo negozio aperto anni fa, sull’onda del successo, erano seguiti altri due punti vendita: uno ancora a Erba, l’altro a Como. Raffaella Castagna era una dei tre figli di Carlo: due maschi e lei, unica femmina». [7]
Bionda, un viso dolce su un corpo abbondante, abiti sobri che non spingevano alla seduzione: questa era Raffaella. Susanna Marzolla: «Studi in psicologia, fin quasi alla laurea; un lavoro in una cooperativa di assistenza ai bambini down; un modo di stare con gli amici ancora tracciato di perbenismo provinciale; nessuna storia sentimentale ”importante”; unico segno di indipendenza l’appartamento in una cascina ristrutturata, messo su con l’aiuto della famiglia: questa la sua vita fino ai ventisei anni. Quando incontra per caso Azouz, il suo Principe Azzurro: bello, elegante, uno che ci sa fare e anche se di quattro anni più giovane appare assai più esperto di vita, e di vita amorosa. Sembra quasi impossibile, ma la scintilla scocca. E le grane di Azouz, il suo frequentare ambienti malfamati fanno scattare in questa giovane donna innamorata, e profondamente credente, anche quell’altra scintilla: io ti salverò, ti riporterò sulla retta via. Una strada impervia dove Raffaella trova come sostegno, unico ma saldissimo, sua madre Paola: in nome di un Amore assoluto, benchè d’altro tipo, non lascerà mai sola sua figlia. E tantomeno il suo adorato nipotino». [8]
Raffaella è stata ammazzata con dodici coltellate sul busto e un colpo in testa. Emilio Randacio: «La madre, invece, ha ricevuto due coltellate al collo. Il piccolo Youssef disteso sul divano, è stato colpito con un solo colpo alla gola. Per un bambino di 2 anni e 3 mesi, è bastato questo. La vicina di casa, Valeria Frigerio, per concludere la drammatica ricostruzione, con due colpi al ventre. stata rinvenuta sul ballatoio della sua mansarda con una sciarpa intorno alla bocca, come se il commando temesse che la donna agonizzante potesse invocare aiuto ad alta voce». [9] Valeria e suo marito Mario (l’unico superstite) avevano portato fuori il cane (morto soffocato nell’incendio). Marco Imarisio: «Stavano rientrando, l’uomo aveva già messo la chiave nella toppa. Valeria non ha potuto fare a meno di guardare gli assassini, ci ha sbattuto contro». [10] Secondo la testimonianza di Mario, l’arma usata per la strage è una mannaia. [11]
Scagionato Azouz, si è pensato alla vendetta per uno sgarro di droga. [12] Castagna: «Quando mi ha telefonato da Tunisi gli ho chiesto se aveva qualche conto in sospeso da pagare. E lui piangendo mi ha ripetuto: ”No, assolutamente no signor Carlo...”». [12] Nel 2003 il papà di Raffaella aveva prima cercato di impedire il matrimonio chiedendo al suo amico Giorgio Meroni, consigliere comunale con delega alla celebrazioni delle unioni civili, di trovare «una gabola» per rimandare il tutto. [13] Poi aveva ordinato: «Se lei ha deciso così, con noi ha chiuso» («le lacrime della madre erano un fiume in piena»). Con la nascita del nipotino però era arrivata la pace, e per Natale era prevista una piccola festa con i consuoceri: «Lui si era reso conto che in mia figlia poteva trovare tanti valori, che poteva migliorarsi con lei. Mia moglie mi diceva: non bisogna mai smettere di essere genitori». [14]
Raffaella era pronta a seguire il marito in Tunisia (e lo farà adesso da morta insieme al figlio, grazie a una decisione del padre che in paese ha suscitato qualche malumore). Azouz: «Volevamo costruire un ostello per gli studenti. Cercavamo la concessione del governo. Un palazzo grande, cinque piani, tante stanze». I soldi per costruirlo dove li avrebbe presi? «Avremmo chiesto un mutuo in banca, avevamo certi amici che ci avrebbero aiutato». [15] La Stampa: «Per la ragazza una scelta felice. Almeno così racconta una delle più care amiche di Raffaella, che spiega anche come la giovane madre soffrisse non per le turbolenze di Marzouk ma per le incomprensioni in famiglia. Dei fratelli soprattutto che, dice la signora, ”non avevano più voluto vederla. Le avevano tolto il saluto per questa sua storia con Azouz. Quando la incontravano fingevano che non esistesse e certo non erano contenti che lei volesse andare a vivere a Tunisi, magari dopo aver abbracciato la religione musulmana”». [16]
Molti dettagli fanno pensare che i killer conoscessero bene il luogo della strage. La Repubblica: «Il commando aveva molti ostacoli da superare con il serio rischio di essere visto dalle tante finestre che si affacciano sul piazzale. Il primo cancello, quello che dà sul cortile interno, era rotto da qualche giorno. Bastava spingerlo, insomma e i killer lo sapevano. Ma per accedere alla porta delle scale, qui era necessario citofonare. A chi ha aperto il portone Raffaella Castagna alle 8 di sera, sapendo di essere sola in casa con il figlioletto e la madre? Si pensa a qualcuno che possa avere speso un nome di cui Raffaella si fidava, a tal punto da portare la donna ad aprire senza esitazioni». [17]
«Sono sempre più convinto che Raffaella, il suo bambino e sua madre, siano stati uccisi da una mano amica... Molto amica» ha detto alla Stampa un ufficiale dei carabinieri di Como: «Per questo i carabinieri hanno imboccato una strada che non comprende più soltanto il mondo, le amicizie e la famiglia di Marzouk, ma anche il mondo, le amicizie e la famiglia di Raffaella. Controllando il suo ambiente di lavoro, una comunità per malati psichiatrici a Magreglio, i suoi interessi, perfino le eventuali eredità, i suoi progetti. Perché chi ha massacrato suocera, moglie, e soprattutto il figlioletto di Azouz, vedendo in questo angioletto non un bimbo inerme ma un’ostacolo per la propria vita, da travolgere, lo ha fatto con odio profondo. Un sentimento pulsante che non ha nulla a che vedere con le vendette della malavita o i regolamenti di conti, ma attiene più alla sfera delle passioni deviate, della violenza che trasmuta in follia, della gelosia, del possesso. questo che la scena del delitto, dello sterminio, racconta agli occhi attenti e disincantati degli investigatori». [18]