Corriere della Sera 15/12/2006, Sergio Romano, 15 dicembre 2006
Biografia di ErnestoTeodoro Moneta
Moneta, il Premio Nobel che amava la patria e la pace. Corriere della Sera 15 dicembre 2006. Tra tutti i premi, il Nobel è senza dubbio il più famoso e quello della pace, forse, il più ambito. Chi lo riceve oggi ha una fama mondiale assicurata ed entra a buon diritto tra i personaggi più famosi del pianeta. Evidentemente però vale sempre il detto: «nemo propheta in patria est». Mi chiedo infatti quanti di noi ricordino a memoria il nome dell’unico italiano ad averlo vinto: Ernesto Teodoro Moneta. Poche nella penisola sono le opere a lui intitolate e solo per caso passeggiando nei giardini di via Palestro a Milano mi sono recentemente imbattuto proprio nel suo monumento che porta un epitaffio alquanto articolato: «Garibaldino, Pensatore, Pubblicista, Apostolo della pace fra libere genti». Mi piacerebbe se riuscisse a delineare la figura di uno degli italiani più famosi all’estero nei primi anni del Novecento e di cui oggi si è completamente persa memoria. Oscar Magrassi Caro Magrassi, il monumento di Moneta passò attraverso vicende che vale forse la pena di ricordare. Venne inaugurato pochi anni dopo la sua morte (1918), ma sparì in un magazzino del Comune quando alcuni fascisti milanesi vollero togliere di mezzo l’immagine di un uomo che, come «apostolo della pace», rischiava di essere un cattivo esempio per la gioventù del regime. La decisione si rivelò provvidenziale perché il monumento, se fosse rimasto dov’era, sarebbe stato probabilmente distrutto da un bombardamento, nell’estate del 1943. Moneta, per la verità, fu un pacifista singolare e, come lo definiscono i biografi del Nobel nel sito della Fondazione, «un nazionalista internazionalista». Sembra che il suo orrore per la guerra risalga alla rivoluzione milanese delle Cinque giornate nel 1848, quando assistette alla lunga agonia di tre austriaci, colpiti da una scarica di fucileria. Ma partecipò con Garibaldi alle campagne della seconda guerra d’indipendenza, dal 1859 al 1860, e, più brevemente, a quella del 1866. Garibaldino, mazziniano, aiutante di campo del generale Sirtori, era convinto che l’Italia avesse il diritto di realizzare le sue aspirazioni nazionali, ma fu sempre critico del militarismo, del patriottismo aggressivo, della propaganda antiaustriaca o antifrancese che circolava negli ambienti del nazionalismo italiano. Fu questa la linea del Secolo, il quotidiano dei democratici milanesi, nei molti anni (dal 1867 al 1895) in cui Moneta ne fu direttore. L’impegno internazionale per la pace risale soprattutto all’ultimo decennio dell’Ottocento. Pubblicò un Almanacco annuale, «L’Amico della pace», e una grande opera in quattro volumi intitolata «La guerra, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX». Fu rappresentante dell’Italia nella commissione del Bureau International de la Paix, fondato nel 1892. Incoraggiò il lavoro della Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale, fondò la Società internazionale per la pace e la giustizia, promosse la costruzione di un Padiglione della pace all’Esposizione internazionale di Milano del 1906, divenne una delle figure più note e stimate dei molti congressi internazionali che si tennero in Europa tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Fu questa la ragione per cui i giurati di Oslo, nel 1907, decisero di conferire a lui e a un grande internazionalista francese, Louis Renault, un premo congiunto. Ma il Nobel non gli impedì di approvare, quattro anni dopo, la spedizione italiana in Libia e nel 1915 l’intervento dell’Italia nella Grande guerra. A un pacifista di stretta osservanza questi due aspetti della vita di Ernesto Teodoro Moneta possono sembrare inconciliabili. Ma è utile ricordare, caro Magrassi, che i giurati di Oslo hanno premiato altre personalità apparentemente contraddittorie. Nel 1906 dettero il premio a Theodore Roosevelt per la sua parte di mediatore nelle trattative di pace fra la Russia e il Giappone; ma otto anni prima Roosevelt aveva auspicato la guerra contro la Spagna e vi aveva partecipato al comando di un reggimento. Nel 1973 premiarono Henry Kissinger e il vietnamita Le Duc Tho, vale a dire due uomini che si erano duramente combattuti sino agli accordi di pace del 1972. Nel 1978 premiarono il presidente egiziano Anwar Al Sadat e il Premier israeliano Menachem Begin; ma il primo aveva sferrato la guerra del Kippur e il secondo era stato, alla fine della seconda guerra mondiale, dirigente di una delle principali organizzazioni del terrorismo ebraico. E nel 1994, infine, premiarono Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin: tre uomini che avevano più volte attraversato, durante la loro vita, il confine tra la guerra e la pace. Sergio Romano