Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  dicembre 14 Giovedì calendario

Mussi, l’amico che fu. La Stampa, giovedì 14 dicembre Il suo pregio, ma in politica spesso è un difetto, è che è meglio rinunciare a un amico che a una buona battuta

Mussi, l’amico che fu. La Stampa, giovedì 14 dicembre Il suo pregio, ma in politica spesso è un difetto, è che è meglio rinunciare a un amico che a una buona battuta. Un po’ come D’Alema al quale è stato legato da un’amicizia profonda e lunga, venticinque anni. Poi sono subentrate rotture politiche che spesso sono anche umane, e da allora amici non sono più. Fabio Mussi, attuale ministro dell’Università e della ricerca, nato a Piombino nel 1948, è ormai ufficialmente un potenziale segretario che però potenziale resterà a meno di rivoluzioni impreviste e francamente imprevedibili. Comunque lui si è candidato alla segreteria dei Ds, contro Piero Fassino e il progetto di Partito democratico. Dunque, al congresso della prossima primavera, si voterà per Fassino o per Mussi, con il primo che parte con l’80 per cento dei consensi e il secondo che deve risalire dal 20. Sarà una battaglia impari ma che potrà dimostrare la forza (o la debolezza) di quelli che si oppongono alla nuova svolta. Un po’ come accadde cinque anni fa a Pesaro, con la minoranza di Cofferati, Salvi e dello stesso Mussi che allora preferì ripararsi dietro un personaggio dalla storia e dal nome autorevoli, Giovanni Berlinguer. Che però fu sconfitto dal tandem Fassino-D’Alema. Gli sconfitti di allora oggi ci riprovano, capeggiati da Mussi. Il quale comincia la sua attività politica a 17 anni, nel ”65, quando si iscrive al Pci truccando la sua data di nascita di un anno. Due anni dopo si incontra con D’Alema sulle scale della Normale di Pisa, erano appena arrivati, avevano ancora le valigie in mano. Che posarono rapidamente perché lì fuori era in corso un violento scontro con i fascisti, i due si buttarono nella mischia e pare pure che ebbero la meglio. Così nasce la loro amicizia, «eravamo fratelli gemelli», che resiste fino alle dimissioni di Occhetto dalla segreteria del Pds dopo la sconfitta del ”94. Dimissioni che Mussi giudicò indotte, troppo indotte da D’Alema, e questo non gli piacque. Inoltre lui si schierò apertamente con Veltroni, «ma il primo a cui lo dissi – racconta oggi – fu proprio Massimo. E lui non la prese bene, non diede in escandescenze, non è il suo stile. Ma non la prese affatto bene». Un paio di anni dopo, l’Ulivo va al governo e tra D’Alema e Prodi (e Veltroni) sono subito scintille: Ulivo o partito, Partito o Ulivo, Mussi sta con l’Ulivo, D’Alema no. L’amicizia si sfalda mentre si rafforza quella con Veltroni, «oggi il mio migliore amico». La storia è anche un paradosso: dieci anni fa Mussi e Veltroni volevano l’Ulivo e D’Alema il Partito della sinistra, oggi D’Alema e Veltroni vogliono il Partito dell’Ulivo e Mussi quello della sinistra, però Mussi e D’Alema non sono più amici mentre Mussi e Veltroni sì. Miracoli della politica. Uomo colto, ma i suoi detrattori si limitano a un «dotto», ha studiato di tutto e di più, conosce bene il tedesco e la sua tesi di laurea fu appunto su Adorno. Fu vicedirettore di Rinascita negli Anni Settanta («alzavo il telefono e chiamavo Sartre, Hobsbawm, Kundera: era fantastico»). Nel Pci si considerava «un comunista libertario», e infatti fu uno dei tre del Comitato centrale, nel quale era entrato giovanissimo e grazie a una modifica dello Statuto, che votò contro la radiazione del «manifesto». Scoprì presto l’ambientalismo, i diritti civili, il femminismo, «e i compagni mi guardavano con una qualche diffidenza, ero uno strano, bizzarro». Tanto bizzarro che nel ”79, da responsabile della stampa e propaganda, si inventò i primi manifesti elettorali 6x3 e gli spot in televisione. Le elezioni però andarono malissimo, il Pci scese sotto il 30 per cento perdendo più di tre punti. Lui non resistette alla battuta: «La pubblicità era ottima, il prodotto invendibile». E di battute ce ne sono centinaia, come quella sugli intellettuali che si opponevano alla svolta di Occhetto: «Il Pci per molti è un bambolotto di pezza». Gli è capitato spesso in Parlamento di costringere il Presidente a sospendere la seduta, per esempio quando rispondendo a Berlusconi che si era dichiarato perseguitato dai comunisti, provocò tumulti citando Totò: «Cavaliere, ma ci facci il piacere, ci facci». Non sempre però apprezza le battute su di lui, come quella che gli fece un compagno di partito dopo averlo visto proiettato sul mega-schermo: «Fabio, sembravi proprio Hitler». Mussi si sforzò di sorridere ma non ci riuscì. Non lo sarà, ma se per un miracolo diventasse segretario che farebbe Mussi? «Aria, aria, aria. Ormai il partito è sempre più autoreferenziale, un ceto politico conformista e pure animato da una certa doppiezza: se li prendi da parte ti dicono che ”sto Partito democratico è un’avventura senza senso, ma poi si allineano sempre col segretario». E invece dell’avventura, il segretario Mussi cosa propone a un Partito che da anni non riesce a schiodare dal 17 per cento o giù di lì? «Forse prendiamo il 17 per cento perché siamo fatti così». Fatti come? «Fatti male». Riccardo Barenghi