Dario Fertilio, Corriere della Sera 14/12/2006, pagina 51., 14 dicembre 2006
Le Grandi Bugie. Corriere della Sera, giovedì 14 dicembre Spagna, anno 1936: fu guerra o film dell’orrore? Sentite come il giornalista americano Jay Allan descrisse un’esecuzione di massa perpetrata dai "neri": «Uomini e donne in fila con le braccia alzate nell’arena
Le Grandi Bugie. Corriere della Sera, giovedì 14 dicembre Spagna, anno 1936: fu guerra o film dell’orrore? Sentite come il giornalista americano Jay Allan descrisse un’esecuzione di massa perpetrata dai "neri": «Uomini e donne in fila con le braccia alzate nell’arena... Alle quattro del mattino le mitragliatrici dei franchisti incominciano a sparare. Spareranno per dodici ore filate. Milleottocento persone furono falciate laggiù. Alla fine il sangue era alto un palmo. C’è molto più sangue di quanto si penserebbe, in milleottocento corpi umani». Ed ecco un reportage dello storico Hugh Thomas, dedicato alle carneficine commesse dai "rossi": «Ottocento persone vennero gettate nel pozzo della miniera e il momento della morte veniva salutato con applausi come si trattasse del momento della verità in una corrida». E, con un tocco pulp: «Un crocifisso venne introdotto a forza nella bocca della madre di cinque gesuiti». Cronache, evidentemente, poco realistiche; eppure abbastanza verosimili da sconvolgere il mondo. Infatti scatenarono fantasie e accesero entusiasmi duraturi, segnando il percorso di vite intere (il futuro Che Guevara scoprì da bambino la causa rivoluzionaria seguendo sulla carta geografica l’andamento di quelle battaglie, dalla sperduta località argentina in cui viveva con i genitori). Quei reportage trasformarono il conflitto civile fra repubblicani e insorti in un dramma corale, ideologico e umano, qualcosa di "più bello", e in apparenza "più vero" della guerra effettivamente combattuta sul campo. La stoffa di chi la descrisse non mancava di certo. Fra il ’36 e il ’39 si ritrovarono sul suolo spagnolo le firme più prestigiose del giornalismo mondiale, da Malraux a Hemingway, da Koestler a Dos Passos, da Ehrenburg a Orwell: logico che elevassero i campi di battaglia ad affreschi letterari degni dei posteri. Tuttavia, denuncia lo storico Arrigo Petacco, «Tutti si impegnarono con passione, e con passione mentirono. Facevano anche a gara a chi mentiva di più». E così il suo saggio sulla guerra civile spagnola, Viva la muerte! (Mondadori, 207 pagine, e 18) si trasforma in un atto d’accusa alla categoria, spesso mitizzata ma a volte anche demonizzata, degli inviati di guerra. Non si tratta, certo, della prima denuncia di questo genere. Per documentarsi sul castello di esagerazioni e menzogne che ogni volta viene eretto sul campo di battaglia, un testo fondamentale rimane Il Dio della guerra di Phillip Knightley (edito da Garzanti) che racconta l’irresistibile invasione delle bugie nelle corrispondenze di guerra dalla Cina al Vietnam. Senza dimenticare le celebri autocritiche di un Arthur Koestler ( Dialogo con la morte), o di un Michail Koltsov ( Diario della guerra di Spagna) che svelano come funzionasse «dietro le quinte» la fabbrica sovietica delle menzogne. Quanto alla disinformazione made in Usa, un classico rimane il Noam Chomsky de La Quinta libertà (Eleuthera), dove sono elencate tutte le interessate notizie del diavolo messe in circolazione dai media e dai commentatori occidentali pregiudizialmente favorevoli alle strategie militari di Washington. Certo, riconosce Petacco, la guerra di Spagna offrì un terreno eccezionalmente favorevole alle bugie. Per qualcuno la lotta in corso era «tra fascismo e democrazia», per altri «tra comunismo e civiltà»: ognuno dunque poteva sentirsi autorizzato a mentire con le migliori intenzioni. Peccato che nel campo della "democrazia" militassero i comunisti di Stalin, e in quello della "civiltà" gli inviati di Hitler e Mussolini. Si sa del resto di che cosa è capace la propaganda; però, i giornalisti onesti avrebbero dovuto soltanto preoccuparsi di informare i lettori. Invece, ad esempio, il già nominato Arthur Koestler, futuro campione dell’ anticomunismo con il romanzo Buio a mezzogiorno (ma allora agente del Comintern infiltrato in un’agenzia giornalistica britannica) prendeva tranquillamente ordini dal comunista tedesco Willi Muenzenberg, il quale spesso cestinava i suoi pezzi gridando: «Troppo blando! Troppo obiettivo. Racconta che i fascisti schiacciano i prigionieri con i carri armati, che li bruciano con la benzina... Dagli addosso! Fa restare il mondo senza fiato». Per spiegarsi meglio, Muenzenberg mostrò un giorno a Koestler il ritaglio di un giornale tedesco. Il testo diceva: «La milizia rossa distribuisce ai compagni dei buoni del valore di una peseta. Ogni buono dà diritto a uno stupro. A Malaga, la vedova di un franchista è stata trovata sventrata nella sua abitazione. Attorno al cadavere erano sparsi 64 buoni...». Dopo aver letto, Muenzenberg concluse: «Impara, compagno. Questo è giornalismo. Questa è propaganda». Può darsi che questi siano stati casi limite, ma resta il fatto che alla fabbrica delle menzogne non seppe sottrarsi quasi nessuno. Certo non il celebre Hemingway che – ricorda Petacco – «a due mesi dalla vittoria franchista dava ancora per certa una vittoria repubblicana». E, cosa più grave, «benché fosse a conoscenza degli imprigionamenti e delle esecuzioni alle quali i comunisti sottoponevano gli anarchici e i socialisti, non ne fece mai cenno nei suoi articoli. Anche nel suo libro più famoso, Per chi suona la campana, denunciò l’aggressione franchista sorvolando sulle violenze commesse dall’altra parte». Eppure quel romanzo fu un trionfo mondiale, che diffuse nell’immaginario collettivo una visione "romantica" della guerra spagnola, alla Gary Cooper e Ingrid Bergman. Raccontare bene le bugie, allora, è meglio che ritrarre obiettivamente i fatti? L’unica eccezione importante, in Spagna, fu forse quella del grande George Orwell. Ma per il resto abbondano gli esempi poco edificanti: la strage di Guernica provocata dai tedeschi e attribuita da certi corrispondenti embedded ai bombardamenti repubblicani; la celebre fotografia di Robert Capa con il miliziano che cade a braccia aperte sul fronte di Cordova (purtroppo quel fulminante «istante della morte» secondo alcuni sarebbe stato un falso). Naturale poi, che la maggioranza dei corrispondenti sul fronte spagnolo parteggiasse per i repubblicani: dopotutto i giornalisti appartengono di solito alla categoria degli «intellettuali progressisti» attratti dal «nuovo che avanza». Vadano al banco degli imputati, insomma, i corrispondenti di guerra. Troppo «calda» la loro materia, troppo inquinato dalla politica e dall’ideologia il loro lavoro. Del resto, chi volesse tracciare la genealogia delle cronache di guerra "aggiustate", dovrebbe forse risalire a Giulio Cesare, o a Senofonte, o addirittura a Omero. O ancora... meno nobilmente, a quell’astuto interprete abissino di nome Wazir Ali Bey, che durante la guerra coloniale combattuta dall’Italia – con superiorità militare schiacciante – riuscì a vendere ai corrispondenti stranieri notizie «esclusive» sul fatto che le nostre truppe le stessero buscando. Altre volte, come nel caso della «gloriosa ritirata di Dunkerque», il patriottismo dei corrispondenti di guerra coprì con un velo eroico la realtà delle diserzioni, ubriachezze e violenze che avvennero tra le truppe franco-inglesi allo sbando. Ma doveva essere, e lo diventò, «lo spirito di Dunkerque», il mito della ritirata vincente di Sua Maestà. Tutti colpevoli, allora, i corrispondenti di guerra, o tutti innocenti? Di certo la notorietà e il successo non accompagnano sempre la verità. Come ricordò un giorno il giornalista francese Lucien Bodard, autore di resoconti alquanto romanzeschi sulla rivoluzione a Santo Domingo: «Cari colleghi, avrò sempre più lettori di voi». Dario Fertilio