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 2006  dicembre 13 Mercoledì calendario

Pappalardo Salvatore

• Villafranca Sicula (Agrigento) 23 settembre 1918, Palermo 10 dicembre 2006 • «[...] il ”cardinale di Sagunto”, il pastore che non voleva essere ricordato solo per l’omelia sulla ”Palermo espugnata” dalla mafia ”mentre a Roma si discute”. Ma Salvatore Pappalardo che nella capitale di Cosa Nostra era arrivato dall’Indonesia per un segno del destino mentre sequestravano Mauro De Mauro e si compiva il primo dei delitti eccellenti, quello del procuratore Pietro Scaglione, non potrà essere accontentato. Perché sarà impossibile scindere il suo ruolo di vescovo e cardinale a Palermo con quel monito lanciato ai funerali per la strage Dalla Chiesa e con l’impegno di liberare le gerarchie ecclesiali da complicità e disattenzioni antiche. Contrario al cliché del ”prete antimafia” e alle imposture che spesso aveva visto alimentare sulla ”palude” [...] s’è lasciato accompagnare da un tormento latente negli ultimi anni vissuti nella quiete dell’oasi di Baida, un convento come una torre che sovrasta e abbraccia la città. Era il tormento appena accennato a un’incomprensione alimentata da chi lo aveva criticato anche aspramente [...] ” riduttivo dire ”anti’ per un sacerdote. Non perché si è favore della mafia, naturalmente. Ma è un altro il metro da usare. Non si può adottare lo stesso linguaggio per il questore e per il vescovo. Noi dobbiamo analizzare il fenomeno secondo i principi pastorali, senza chiedere in prestito le parole di altri vocabolari”. [...] Esplicito il riferimento del cardinale al suo distacco da quei pezzi della Chiesa diventati all’epoca un tutt’uno con Leoluca Orlando, forse come accadde a padre Pintacuda: ”Non potevo dire né fate così, né il contrario. Dicevo: il vescovo non è per nessuno in particolare, non tiratelo da una parte e dall’altra. Oggi il Papa lo dice con autorevolezza”. Fu questa posizione a scatenare le critiche. Perfino col sospetto che fosse l’effetto di un uomo impaurito perché, in occasione di un precetto pasquale, s’era ritrovato solo nella cappella dell’Ucciardone disertata dai boss. Ma si sarebbero ricreduti quando Pappalardo guidò Papa Wojtila sotto i templi di Agrigento per il grido contro i mafiosi: ”Convertitevi! Verrà il giudizio di Dio”. Un appello e una sorta di scomunica già lanciata dal pastore di Palermo con toni ben diversi da quelli del suo predecessore, il cardinale Ruffini: ”La mafia non esiste, è un’invenzione dei comunisti”. A difenderlo da chi si cimentava nel descrivere il primo e il secondo Pappalardo intervennero anche tanti intellettuali del vecchio Partito comunista, compreso Renato Guttuso, come ricordava [...] il cardinale [...] tirando le orecchie ai cronisti: ”Mi trasformavano in un mafiologo. Certo, esprimevo un giudizio morale sulla mafia. Anche un richiamo forte agli autori di efferati delitti. Ma dovevo parlare di mafia ed antimafia quando lo volevano loro, i signori giornalisti. E dovevo dirlo come volevano loro. E mi intestardivo: io parlo quando dico io. E qualcuno tirò fuori la frottola che mi ritiravo nella ”palude di Palermo’. Appunto, frottole [...] Rivedo i delitti di quegli anni e ritrovo me stesso mentre celebro troppi funerali. A tanti disastri ho assistito? Ma è cambiata Palermo, la Sicilia non è solo mafia e antimafia”. Dovette incassare però l’ultima polemica. Per la mancata costituzione della Curia come parte civile al processo contro gli assassini di padre Puglisi. Durissimo l’allora pm Lorenzo Matassa, poi passato alla commissione Mitrokin: ”Un prete lasciato solo da vivo, e ora anche da morto”. Replicò il cardinale spiegando che ”la finalità della parte civile è incassare soldi dai boss”, che Puglisi l’avrebbero fatto santo. [...]» (Felice Cavallaro, ”Corriere della Sera” 11/12/2006) • «Era giovedì santo. E come aveva sempre fatto da quando era diventato cardinale, anche quella mattina oltrepassò il pesante portone di ferro dell’Ucciardone. Benedì il direttore e tutte le guardie, poi si incamminò verso il cortile. Grande fu la sua sorpresa quando si trovò fra i ficus e le magnolie del vecchio carcere. C’era silenzio, intorno non c’era nessuno. Per la prima volta, i boss non si inginocchiarono alla vigilia di Pasqua davanti a Sua Eminenza. Il mese era aprile, l’anno il 1983. Quel giorno si spezzò per sempre un filo fra mafia e chiesa in Sicilia. Il cardinale Salvatore Pappalardo non volle mai parlare di quella visita all’Ucciardone. Nemmeno dopo. Nemmeno quando si ritirò fra le montagne intorno a Palermo, sui picchi di Baida, in quell’oasi ”conventuale” dove ha vissuto dal 1995 [...] Arcivescovo di Palermo lo è stato per un quarto di secolo. L’uomo che dal pulpito tuonò contro la mafia - in tempi dove la chiesa siciliana tollerava i don - era arrivato nella capitale dell’isola nell’ottobre del 1970, appena un paio di settimane dopo la scomparsa del giornalista de ”L’Ora” Mauro De Mauro. Sindaco della città era Vito Ciancimino, lo scrittore Leonardo Sciascia proprio in quei giorni faceva la sua profezia sulla ”linea della palma” che risaliva dall’Africa all’Europa cinquanta centimetri l’anno: la sicilianizzazione dell’Italia. ”Io starò lungamente al balcone a guardare, cercherò di comprendere”, disse il cardinale nella sua prima intervista. ”L’arcivescovo diplomatico”, titolò un giornale. E comprese sino in fondo Salvatore Pappalardo. Comprese il gran cambiamento di Palermo. Nel bene e nel male. Nella Sicilia ha lasciato una traccia che non potrà mai più essere cancellata. Agrigentino di Villafranca Sicula, figlio di un maresciallo dei carabinieri, sarà sempre ricordato per la sua omelia di Sagunto. Era il 4 settembre del 1982, il giorno prima i killer della Cosa Nostra avevano ucciso il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Funerali solenni, la basilica di San Domenico gonfia di dolore e di rabbia. E il cardinale chiuse la sua omelia: ”Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici... e questa volta non è Sagunto ma Palermo, povera la nostra Palermo, povera”. Il 21 luglio del 1979 avevano ucciso il capo della squadra mobile Boris Giuliano, il 26 settembre il consigliere istruttore Cesare Terranova. L’anno dopo, il 6 gennaio, i mafiosi ammazzarono il presidente della Regione Piersanti Mattarella. A maggio fecero fuori il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, ad agosto il procuratore capo Gaetano Costa. Erano i Corleonesi di Totò Riina che stavano seminando il terrore. Una strage dopo l’altra fino alla morte del generale prefetto. stato il cardinale della ”svolta”, l’uomo di chiesa che ha cambiato la chiesa in Sicilia. I boss non gliel’hanno mai perdonata. Fu un vero ”sfregio” quella diserzione di massa all’Ucciardone, lo lasciarono solo per ordine di Giovanni Bontate ”l’avvocato”, un capo. Bisognava lanciare un segnale a quel prete che ”condannava” la mafia. Bisognava isolarlo. Da quel giorno dell’83 e con l’omelia di Sagunto la chiesa ha fatto la sua rivoluzione in Sicilia, terra di frontiera. E grido dopo grido, Pappalardo portò Giovanni Paolo II nella sua Agrigento. Era il 9 maggio del 1993, un anno dopo Capaci e quattro mesi prima dell’uccisione di don Pino Puglisi nell’inferno di Brancaccio. Il Papa nella Valle dei Templi gridò anche lui: ”Convertitevi. Mafiosi convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte”. I suoi ultimi anni a Palermo furono più silenziosi. Cominciarono a spargere i soliti veleni, voci su un ”passo indietro” del cardinale. Lui infastidito rispondeva così: ”Non posso essere sempre contro, la chiesa deve essere a favore di qualcuno e non contro”. [...]» (Attilio Bolzoni, ”la Repubblica” 13/12/2006) • «[...] resterà nella memoria di tutti come il cardinale antimafia, anche se più volte ha allontanato da sé l’immagine che i media avevano disegnato: ”Un uomo di Chiesa - ripeteva - non può essere anti. Ma, semmai, deve sforzarsi di unire e pacificare”. Quell’etichetta gli era rimasta attaccata all’indomani della tragica fine (1982) del generale Dalla Chiesa, ucciso insieme con la moglie, Emmanuela, e con l’autista, l’agente Domenico Russo. Pappalardo officiò i funerali solenni nella basilica di San Domenico e, rivolto ai rappresentanti delle massime istituzioni dello Stato, pronunciò la frase: ”Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” (’mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”). Un pesante atto d’accusa all’ignavia dei governi nella lotta alla mafia. Così Pappalardo divenne un’icona della ”resistenza” dei siciliani onesti. Ma il cardinale ebbe quasi paura del meccanismo mediatico che aveva innescato forse spinto dalla vista di quei cadaveri che aveva voluto benedire. E tacque di nuovo, come aveva fatto all’inizio del suo arrivo a Palermo (1970). Così finendo per essere accusato di ”revisionismo” sulla mafia, complice la contestazione riservatagli dai detenuti dell’Ucciardone che disertarono la messa pasquale. Poi si saprà che la contestazione era stata motivata da una ”supplica” avviata dai carcerati (chiedevano trattamento più umano) che Pappalardo aveva fatto pervenire alla magistratura senza però ottenere grandi risultati. Ma Pappalardo non fu solo ”quello di Sagunto”. Lui non amava gli strappi e il suo motto era ”Semper inerere mandatis”, la rivendicazione dell’obbedienza alle gerarchie. Amava Palermo e il popolo. Quando arrivò in città era stato Nunzio in Indonesia e diretto la Pontificia Accademia Ecclesiatica. Prima di ”Sagunto” aveva partecipato ai due Conclavi del 1978 (Giovanni Paolo I e II) ed era anche stato tra i papabili, come dimostra un ”profilo” - scritto da don Vincenzo Noto (allora giornalista di Avvenire) - custodito negli archivi dell’Osservatore Romano che lo avrebbe pubblicato nel caso Pappalardo fosse divenuto pontefice. Sentiva molto il tema della giustizia sociale e dell’etica politica: prima dell’omelia dell’82, a San Domenico, Pappalardo si era adirato con gli amministratori di Trapani mentre celebrava i funerali delle numerose vittime uccise dall’acqua e fango di una frana. E sono tanti a ricordare la nascita della ”Missione Palermo”, affidata al gesuita padre La Rosa, centro di solidarietà per i più bisognosi. Era la sua origine a portarlo a cercare il Vangelo più di ”certi atteggiamenti eclatanti”. Amava dire che ”la lotta alla mafia la Chiesa deve farla con l’amore del Vangelo, senza i proclami oggi tanto di moda”. Era figlio di un maresciallo dell’Arma di Siculiana (Agrigento) e mai avrebbe rinunciato alle sue origini. [...]» (Francesco La Licata, ”La Stampa” 13/12/2006).