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 2006  dicembre 13 Mercoledì calendario

Menghistu Haile

• Mariam Walayata (Etiopia) 1937 • «[...] il dittatore rosso che ha governato l’Etiopia dal 1977 al 1991 [...] Nel 1974 il Negus Neghesti (cioè il re dei re) d’Etiopia, Hailè Selassie, viene rovesciato da un colpo di Stato militare, le cui intenzioni iniziali sono quelle di modernizzare un Paese, fermo al Medioevo. Un Medioevo di splendore: l’Etiopia era l’unico Stato africano che poteva considerarsi tale e nel XIX secolo scambiava ambasciatori con i Paesi europei. Ma pur sempre un Medioevo dove la società era divisa in caste e dove il potere era tutto nelle mani dei nobili e della Chiesa Ortodossa. Ma ben preso i miliari golpisti si dividono, anche su come gestire la rivolta eritrea, che dal 1962 insanguina la provincia del nord. Così da una congiura di palazzo, durante la quale vengono assassinati i generali che fino a quel momento avevano gestito il potere della giunta militare (il Derg), emerge come leader il colonnello Mengistu, il quale chiede e ottiene il sostegno dell’Unione Sovietica che invia ingenti quantitativi di armi e un numero imprecisato di istruttori militari. Lo aiutano a respingere l’invasione di truppe somale che avevano invaso il sud (l’Ogaden). In Etiopia comincia la crudele e feroce repressione di ogni dissenso. Centinaia di studenti e di intellettuali che avevano creduto in un reale cambiamento della società vengono trucidati in pochi giorni. Il ”Terrore rosso” (come passerà alla storia) non risparmia operai, contadini, commercianti. Basta un semplice sospetto per cadere sotto il pugno di ferro della polizia politica del Derg. Ne fanno le spese soprattutto i militanti dell’EPRP (Ethiopian People Revolutionary Party), il gruppo che per primo aveva appoggiato la rivolta contro Hailè Selassie. Nel Tigrai era nato due anni prima (nel 1975) il TPLF (Tigray People Liberation Front) guidato da Meles Zenawi, l’attuale leader etiopico, che combatte il Derg da posizioni filoalbanesi (l’Albania di allora del dittatore Enver Oxha). L’atteggiamento italiano verso il dittatore, che dopo aver sterminato l’opposizione, guida il Paese con il pugno di ferro, è benevolo. Il nostro governo (pur essendo Mengistu schierato dichiaratamente schierato con l’Unione Sovietica in piena guerra fredda) non gli lesina gli aiuti e alla fine degli anni ”80 viene gratificato con il più dispendioso progetto di cooperazione mai finanziato da Roma: 800 miliardi di lire (gestiti dal Fai, il Fondo Aiuti Italiani di Francesco Forte) destinati al Tana Beles. Il progetto agroindustriale è faraonico e per realizzarlo viene sbancata un’intera foresta di bambù e la popolazione locale, gli shangilla, vengono deportati a migliaia di chilometri di distanza. Oggi non resta più niente. La caduta del muro di Berlino segna anche la fine dei dittatori africani filosovietici. Il 22 maggio 1991 i tigrini e gli eritrei entrano ad Addis Abeba e ad Asmara. Mengistu pochi giorni prima è costretto a fuggire. [...]» (Massimo A. Alberizzi, ”Corriere della Sera” 13/12/2006) • «[…] Un tribunale di Addis Abeba, dopo dodici anni di dibattimento in contumacia, lo ha riconosciuto colpevole di genocidio insieme a una coorte di coimputati. [...] vive in esilio, nascosto dietro le alte e ben sorvegliate mura di una residenza di lusso ad Harare, capitale dello Zimbabwe. Vi si rifugiò nel 1991, il giorno in cui, sconfitto dalla ribellione armata del Tigrai, scappò dal suo Paese. Da allora non si è fatto quasi mai vedere né sentire e ancor meno negli anni recenti, dopo che nel ”96, mentre era a passeggio, due eritrei attentarono alla sua vita. Per il resto, può considerarsi al sicuro. Il presidente-dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe, gli è legato da un profondo debito di gratitudine, perché Menghistu lo aiutò nei tempi lontani della guerriglia. Un’estradizione è del tutto improbabile. Eppure quell’uomo, che resse l’Etiopia con pugno di ferro, fu direttamente responsabile di eccidi spaventosi, scatenò una furibonda repressione dei nemici politici facendo letteralmente scorrere fiumi di sangue nelle vie di Addis Abeba, usò le carestie come arma di governo e rovesciò sugli eritrei valanghe di bombe, è anche, davvero, un’ombra del passato. Appartiene a un mondo scomparso. Il suo regime marxista, sorretto dall’Unione Sovietica con mezzi militari, finanziari, diplomatici, crollò all’indomani della fine della guerra fredda. I suoi amici politici italiani, che procurarono al suo Paese affamato ingenti aiuti umanitari, sono scomparsi anch’essi. Il processo, trascinatosi per un tempo lunghissimo, si è concluso nell’indifferenza generale. In aula c’erano soltanto i parenti stretti degli altri imputati che, a differenza del principale accusato, sono detenuti nelle carceri etiopiche (molti di essi, peraltro, sono morti negli anni intercorsi). L’intera situazione del Corno d’Africa è cambiata: l’Etiopia, che sotto Menghistu fu un bastione africano del campo comunista, è oggi un buon alleato degli Stati Uniti nella guerra globale al terrorismo islamico. Protetto insieme ai familiari dietro la cinta di muratura e filo spinato della sua villa nella zona di Gunhill, ad Harare, Menghistu Haile Mariam tornerà presto nel dimenticatoio. Continuerà ad invecchiare sulle verdi colline dello Zimbabwe; un giorno, non sappiamo quanto lontano, avremo notizia della sua morte. Chi non dimenticherà saranno i familiari delle decine di migliaia di vittime del ”terrore rosso”, come venne chiamata la spaventosa ondata di massacri che si rovesciò sull’Etiopia per assicurare il potere di quell’uomo. Fu nel 1974 che un gruppo di giovani ufficiali abbatté il potere dell’ultimo imperatore abissino, Haile Selassie. Per un po’ governarono insieme; poi Menghistu emerse come primus inter pares e nel ”77 decise che era il giunto il tempo di annichilire ogni dissenso. Per lunghi mesi le notti di Addis Abeba risuonarono di grida e di spari, all’alba i cadaveri giacevano a decine per le vie. Le mura delle carceri soffocavano le urla dei torturati. Il Paese si riempì di fosse comuni. Al processo i medici forensi hanno riferito che molti vennero uccisi per strangolamento e gettati nella terra. Altri venivano fucilati in massa e ai familiari andati a reclamarne il cadavere gli aguzzini chiedevano di rimborsare il costo dei proiettili. Tutto questo è agli atti del processo ma sono storie che nessuno ha più voglia di sentire. Oggi incombono altre paure, altri terrori e a quei morti africani si addice il silenzio» (Pietro Veronese, ”la Repubblica” 13/12/2006)