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 2006  dicembre 13 Mercoledì calendario

Le mezze ammissioni incoerenti dello 007 e dell’amico detective. la Repubblica, mercoledì 13 dicembre ROMA - In un affare lastricato di menzogne, due abborracciate ammissioni non fanno neppure una mezza verità

Le mezze ammissioni incoerenti dello 007 e dell’amico detective. la Repubblica, mercoledì 13 dicembre ROMA - In un affare lastricato di menzogne, due abborracciate ammissioni non fanno neppure una mezza verità. Soprattutto se incompatibili. E così, in questa nuova curva dell´inchiesta Telecom-Pirelli, due dei protagonisti – l´ex direttore di divisione del Sismi, Marco Mancini, e il titolare dell´agenzia di investigazioni private "Polis d´Istinto", Emanuele Cipriani – pagano con due nuove ordinanze di custodia cautelare la scelta di dissimulare la vera natura dei rapporti tra il nostro controspionaggio militare e la security della principale azienda telefonica del Paese. E´ storia di queste ultime cinque settimane. Il 7 novembre, Emanuele Cipriani lascia il carcere di Busto Arsizio per gli arresti domiciliari nella sua casa di Firenze. Ha consegnato alla Procura di Milano il nome di Marco Mancini, potentissima spia ormai in disgrazia. Amico di una vita, ma forse non dei giorni a venire. Per molto tempo, sfidando il ridicolo, l´investigatore privato fiorentino ha provato a stingere la sostanza e la frequenza dei suoi rapporti con l´ex direttore della prima divisione del Sismi in un racconto grottesco, che suona così: «Da almeno vent´anni, ho un forte rapporto di amicizia con Mancini. Risiede in Romagna e noi ci si incontrava spesso presso il casello di Firenze Nord. Così, per comodità. Ci limitavamo a scambiarci i nostri saluti, mangiando un panino con la cotoletta». E´ una frottola che viene smontata in fretta. I tabulati telefonici dimostrano che, nell´arco di un solo anno (settembre 2003 – settembre 2004), i due arrivano a sentirsi telefonicamente anche 833 volte. Laura Giaquinta e Sara Chiaverini, ex dipendenti della "Polis", raccontano di una misteriosa fonte "Nostri mezzi" che frequenta con regolarità la "Polis", ma che tanto misteriosa non è. Perché risponde al nome di Marco Mancini, «che si accompagnava a un uomo sulla cinquantina, calvo, che si faceva chiamare Flobert (i pm lo hanno identificato in un funzionario del Sismi)» e a «cui Cipriani affidava accertamenti su soggetti e società di stanza o con interessi all´estero». Una volta a Busto Arsizio, l´immangiabile cotoletta viene ritirata in gran fretta dal nuovo tavolo che Cipriani apparecchia per i pubblici ministeri. E la nuova storia che l´investigatore privato cucina propone significative variazioni. E´ vero – dice a verbale – i miei rapporti con Mancini non erano soltanto di amicizia. Lo tormentavo telefonicamente con continue richieste di aiuto per le indagini commissionate da Telecom alla mia "Polis d´Istinto". Ed è accaduto che, talvolta, Mancini abbia accettato di darmi una mano. Nulla che abbia a che fare con indagini all´interno dei confini italiani – si preoccupa di precisare – Sempre accertamenti all´estero, cui Mancini contribuiva sfruttando le sue missioni di lavoro. Per descrivere questo secondo lavoro di uno dei più alti dirigenti del nostro controspionaggio, Cipriani, come è solito fare, ammoscia ciò che descrive in un understatement linguistico che immagina dovrebbe convincere chi lo ascolta. «Si trattava di attività di cortesia», dice. Per le quali – spiega – Mancini riceveva «un rimborso spese». Di cui mancano – va da sé – le fatture e che, comunque, «non ha superato qualche migliaio di euro, anche perché, nonostante le mie insistenze, Mancini era molto rigoroso nel non indicare un centesimo in più delle spese sostenute». Le «attività di cortesia» - a sentire Cipriani – vanno avanti per almeno due anni, dal 2002 al 2004, e convincono Mancini, in nome di una antica amicizia e di un onesto rimborso spese, a sbattersi in giro per il Medioriente, a ficcare il naso per conto della "Polis d´Istinto" financo in Iran. Naturalmente, in cambio della gratitudine di Cipriani, e di una mano che, almeno in due occasioni, lo stesso Cipriani rende al Sismi. Una prima volta a Bologna, quando si finge intermediario per smascherare un tentativo di riciclaggio di denaro libico. Una seconda volta – e questa è una assoluta novità – in Canada. Operazione – aggiunge – che gli «provoca una qualche preoccupazione, perché all´interno dei confini di un Paese alleato». Ma che non risale né a ieri, né all´altroieri. Ma al tempo in cui a dirigere la prima divisione del Sismi era il colonnello Umberto Bonaventura, ufficiale dei carabinieri e già capo dell´Antiterrosimo dell´Arma negli anni in cui nella caserma di via Moscova i giovani Giuliano Tavaroli e Marco Mancini vestivano l´uniforme da brigadieri. Ora, non è dato sapere se di questa storia raccontata dall´«amico» Cipriani, Marco Mancini abbia saputo o meno prima di ieri. Sta di fatto che, il 28 novembre, accompagnato dai suoi legali, l´ex dirigente del Sismi si presenta di fronte ai pubblici ministeri Fabio Napoleone e Nicola Piacente, per rendere dichiarazioni spontanee. Mancini sa di essere indagato dal 5 luglio (quando, al momento del suo arresto per la vicenda Abu Omar, gli è stato notificato un avviso di garanzia per la vicenda Telecom in cui lo si accusa di associazione a delinquere finalizzata alla rivelazione di segreti di ufficio). Avverte l´urgenza di abbozzare i contorni di una difesa prima che sia troppo tardi. I pubblici ministeri lo informano che non ritengono di dovergli rivolgere alcuna domanda. Lui parlerà per tre ore filate. Riferisce che «il Sismi ha avuto rapporti istituzionali con Giuliano Tavaroli ed Emanuele Cipriani». Che i due, insomma, hanno avuto parte attiva in «operazioni di controspionaggio all´estero», che lui ritiene «coperte da segreto di Stato». Aggiunge che la «collaborazione» è stata gestita anche da «altri funzionari e dirigenti del Servizio». Che non è stata inaugurata dalla direzione Pollari, ma è risalente nel tempo. Almeno ai giorni in cui la prima divisione era comandata dal colonnello Bonaventura (metà anni ´90), ufficiale ormai deceduto e dunque non più in grado di confermare o smentire. Giura di non aver preso un soldo né da Cipriani, né da Tavaroli. Di non aver fatto con loro commercio di informazioni riservate, tabulati telefonici o dossier. Ma di averli «usati» come strumenti di intelligence e, dunque, di averli dovuti talvolta mettere al corrente di informazioni «non necessariamente vere». Si dice pronto a superare l´obbligo del silenzio imposto dal segreto di Stato soltanto se i pubblici ministeri gli muoveranno delle contestazioni specifiche. Chiede e ottiene dai suoi avvocati che, il 29 novembre, la direzione del Sismi venga investita formalmente da una richiesta in cui si invita il Servizio a confermare o meno il segreto sulle attività di Tavaroli e Cipriani (il Sismi non ha ancora dato risposta). Il racconto di Mancini – come si vede – non incrocia in un solo punto la storia di Cipriani (fatta eccezione per il riferimento al Sismi di Bonaventura) e non lo salva dal carcere. Al contrario, lo pone oggi di fronte a una scelta. Decidere di liberarsi autonomamente dal "segreto" e parlare. O aspettare che si consumi l´ultimo giorno dei sei mesi previsti dalla legge in una cella del carcere di Pavia. Carlo Bonini