Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2006  dicembre 13 Mercoledì calendario

L’Aida non può che essere kitsch. la Repubblica, mercoledì 13 dicembre Fare ancora delle smorfiosità perché l´Aida è così "pompier" e "kitsch" (termini ormai non solo sdoganati, ma addirittura sopravvalutati) equivale da due o tre decenni a lagnarsi perché il Duomo di Milano è troppo gotico, e il Douanier Rosseau eccessivamente naïf

L’Aida non può che essere kitsch. la Repubblica, mercoledì 13 dicembre Fare ancora delle smorfiosità perché l´Aida è così "pompier" e "kitsch" (termini ormai non solo sdoganati, ma addirittura sopravvalutati) equivale da due o tre decenni a lagnarsi perché il Duomo di Milano è troppo gotico, e il Douanier Rosseau eccessivamente naïf. E certamente le care nonne trovavano Gozzano troppo intimistico, Guttuso troppo realistico, e Marinetti troppo futurista. Ma come saranno state le incalcolabili Aide rappresentate negli innumerevoli Teatri Sociali della provincia italiana, quando non era pensabile spostarsi da una città all´altra per uno spettacolo? Lavoricchiando all´Opera del Cairo, nei primi anni Sessanta (in seguito bruciò perché era di legno), non mi pareva tanto più ampia del Sociale di Voghera. Dove un mio nonno, secondo le storie locali, aveva un palchetto accanto all´avvocato Marinetti, padre di Filippo Tommaso e non ancora trasferito da Pontecurone all´Egitto. Era l´epoca di Nasser, senza turisti e senza soldi; e così il maestro Franco Mannino, direttore d´una stagione italiana molto poveristica, mi aveva chiesto di mettergli in scena una Traviata solo coi materiali dei depositi storici. Così, con sua moglie Uberta (sorella di Luchino Visconti), portavamo i "lieti calici" avanti e indietro dal nostro albergo. Altro che i trionfi faraonici della prima Aida, su quelle stesse scene. Però, cercando sedie e tavole tra i letti di Desdemona e i troni di Filippo o Nabucco e i graffiti di Franco Rossellini, in quelle soffitte infiammabili, non si avevano sensazioni di "fasti di un´altra età". Quanti coristi e comparse e cavalli e magari dromedari e cammelli avranno mai visto in scena l´Imperatrice Eugenia e l´Imperatore Francesco Giuseppe e i Principi e il Kedivé in quelle celebrazioni? Pompe e magnificenze del più sfarzoso "gusto pompier" nel Secondo Impero tipicamente parigino si ritrovano invece superbamente rivalutate fra il Louvre e il Museo d´Orsay, i loro allestimenti, e le smisurate mostre che esaltano il "retour d´Egypte" napoleonico e lo straripare della "Egyptomania" ottocentesca. Nei bozzetti per le prime Aide alla Scala e all´Opéra Garnier, come nei favolosi costumi di Lila De Nobili ora esposti a Milano, si concentra un gigantesco turbine estetico e magari iniziatico-per-tutti fra Sardanapali e Cleopatre, orientalismi Beaux-Arts e Royal Academy, decadentismi vittoriani e dell´Impero Romano, orge babilonesi e bibliche, eroismi napoleonici di massa, massacri e stragi e miracoli cristiani in manti e drappi da affresco, soffitto, cupola. Bouguereau, Chassériau, Gérôme, Cabanel, Alma-Tadema, Edward Burne-Jones, Edwar Said... Tette e chiappe e labbra per ogni fascia e risma e livello di fruizione e utenza. Naturalmente, con profusione di sfingi, obelischi, vessilli, flabelli, avelli, gonnellini, perizomi, palmizi, incensi, corteggi. E malintesi, clemenze, segreti, vendette, rivali, fuggiaschi, duci, serti, pianti, turbanti, birbanti, rimpianti, tormenti, serpenti, lamenti, infamie, gelosie, carceri e catene. Nonché patrie oppresse, sacri lidi, fior degli anni, fatal pietre, magiche pozioni, messaggi spesso intercettati, stirpi regali sovente in esilio, travestite da tappeti a rigoni vivaci. Molti Poteri assai forti nell´Onor e nel Furor, con tantissime ancelle e schiave generalmente discinte: «bei tettìn, bei ciappètt». Ecco lì documentate (come i Preraffaelliti e i castelli di re Ludwig per Walt Disney) le mille fonti di quegli stupendi "kolossal" di Hollywood ove Cleopatra dice «mi sento romantica stasera», Giulio Cesare mette i cubetti di ghiaccio nei drink, e il braciere della pitonessa offre visioni montate come i telegiornali. Ma piuttosto, sui bozzetti e costumi "Secondo Impero" si scoprono squisiti dettagli nei monili e ricami, assolutamente invisibili dal pubblico, però minimi ingredienti nel sontuoso effetto complessivo, come i ghigni dei mostricini e i sandali dei legionari in cima alle guglie gotiche o alla Colonna Traiana. E nel frattempo, il sommo erudito Baltrusaitis andava riconoscendo significative o enigmatiche vestigia egizie sotto Notre-Dame a Parigi e St. Paul a Londra (e sotto la piramide al Louvre, chissà?), nei culti dei Druidi (attenzione alla Norma!), mentre gli Appennini sarebbero consacrati al dio Api, che essendo un toro denomina ovviamente Taurinus, cioè Torino, sede non per nulla dell´importante Museo Egizio e dell´intrigante Gran Madre di Dio. ... Mentre, nel nostro piccolo, guardando i défilés di Isis e Osiris (col loro Api) pittati dal Pintoricchio negli Appartamenti Borgia in Vaticano, ovviamente si riconoscevano le passerelle e i fans della "Wandissima" Osiris. (Prevedibile tema per prossime ricerche "post-graduate" e convegni "di culto")... Nei decenni scorsi, i protagonisti delle Aide alla Scala erano per lo più De Sabata, Votto, Gavazzeni, Abbado, Maazel, con le Callas, Tebaldi, Stella, Gencer, Price, Caballé, e l´eccellente Maria Chiara che fu la "nostra" Violetta quella volta al Cairo. E i signori Del Monaco, Di Stefano, Bergonzi, Domingo, Pavarotti; e Amneris praticamente protagoniste, come la Barbieri, la Simionato, la Cossotto, la Dimitrova, in dischi tuttora consultabili. E allestimenti giustamente e regolarmente mirabolanti, dovuti per lo più a Benois, Enriquez, Zuffi, Pizzi, Ronconi; e soprattutto il definitivo capolavoro storico di Zeffirelli con Lila De Nobili, negli anni Sessanta. In seguito, quando si chiedevano consigli egizi, mi limitavo a ricordare (con Mario Ceroli e Sylvano Bussotti, per la Fenice) le sale buie e deserte al Museo del Cairo, con ombre d´animali sacri grossi e piccoli: tori, gatti, gufi, cani, falchi, serpi, sciacalli, eccetera, come silhouettes di legno da imballaggio in movimento lineare o girevole con diverse velocità... (Per dissacrare Wagner o far provocazioni su Mozart si è visto di peggio). Ma forse è futile ricordare tuttora che l´Aida è (dalla nascita) soprattutto una cerimonia celebrativa: di se stessa, e del pubblico che si autocelebra per il concetto (rinomatissimo in filosofia) di esser-ci. Dunque, "esistere, esistere, esistere!", per il mero fatto di esser-lì, soprattutto nel foyer. Ora, proprio lì nel foyer, la memoria storica delle "prime alla Scala" fa rapidi paragoni. Prima della televisione, nessun politico sarebbe venuto su da Roma, e nessun sarto avrebbe invitato i suoi "buyers" americani o giapponesi per il solo gusto di festeggiare Sant´Ambrogio ascoltando La battaglia di Legnano o L´amico Fritz o Poliuto, con poi un risotto senza craxiani né creativi né stilisti né mediatori mediatici. Naturalmente si usava applaudire o fischiare secondo la qualità della performance: un normale «buu» dopo ogni stecca, non certo inaudito prima dei battimano automatici ad ogni «boh» o «bah» in tv. Anche se passò poi alla storia quel leggendario Wozzeck del 1952, quando nientemeno che Dimitri Mitropoulos fermò l´opera e si volse al pubblico in tumulto con un «lasciateci lavorare» che immediatamente zittì i milanesi devoti al culto del "lavurà". Vecchie storie: le cronache ripeterono che vi fu battaglia contro la dodecafonia d´Alban Berg. Ma quale "cafonìa"? Le ho ben sentite, le damazze innamorate fans del baritono Tito Gobbi: «Vergogna! Vergogna! Vestì un inscì bel omm cumm on barbùn!». I discepoli di Eco e Barthes sanno invece da gran tempo che nella comunicazione c´è un messaggio che va dall´emittente al ricevente. E questo destinatario, fruitore e utente, poi decodifica e modifica («Roma per toma, fischi per fiaschi») qualunque libro o quadro o musica. Dunque, un campo o ventaglio di tante possibilità interpretative: si avanza la figura del "co-autore", senza il quale i testi defungono o giacciono. Ma la rappresentazione di un´opera è già una tipica interpretazione. Normalmente si vedono pletore di Salomè e Turandot e Brunildi che sono abbiette zingare o porcellone in nudo integrale fra parà in mimetica, Thyssen e Krupp in mezza-sera, spietate SS in caratteristici pastrani di cuoio, zuzzerelloni simbolisti di Gustave Moreau, infermiere o carceriere cattivissime con detenuti o mattoidi cliccabili su qualche www. festival. E chissà cosa diventa la famosa "ricezione", quando una maggioranza di "fruitori dell´evento" – non già tenuta a distinguere fra Don Giovanni e Pagliacci e Teatro di Bali – improvvisamente si trova a dovere "interpretare un´interpretazione". Altra musica, quando un identico pubblico celebrativo si trovava alle "prime della Wanda", e usciva canticchiando «Sentimentaaal». Ecco perché i veri intenditori della lirica, esperti nei "distinguo" fra un Cappuccilli e un Grundheber e un Guelfi (né più né meno che i tifosi di calcio sulle radio libere) man mano si trasferirono dalle "prime" tutte politici e gioielli alle "seconde", o al mitico "Turno A", fra tutta una sobrietà di gonne scozzesi e twin set e filini di perle, oltre alle competenze ereditarie sui doppi sensi nelle «foreste imbalsamate». Tanto tempo fa, nell´epoca di Visconti e Fellini, pareva spiritosissimo ripetere «la vera eleganza è mai abbastanza», e «adoooro il lusso, purché sfrenato». Ma proprio queste buffe massime appaiono rivalutate – dopo lotte e lutti ormai inutili – sotto il coperchio di «io non me ne intendo, però in complesso m´è piaciuta», che riunisce qui adesso il centrodestra e il centrosinistra, statisti e dirigenti locali e in trasferta, emiri del petrolio e boiardi che si chiamano «presidente» a centinaia, loggionisti popolani e calciatori "star" e divette "in" al posto delle storiche salumiere e formaggiaie ricoperte di gemme senza prezzo, o dei conformisti dissacratori che amano ogni Escuriale o Walhalla dentro un cesso politically correct... Allora, se questa Aida celebrativa è perfettamente correct perché così nasce e così va fatta, a quanti importa sul serio se la scena è frontale e non trasversa, e non è oro o argento tutto ciò che luce, e invece del corteo c´è un comizio di imbranati, e i cantanti d´oggi sono così così, e la pazza folla applaude più la voce del ballerino che il sedere del tenore, o viceversa? L´audience decodifica: «Bella serata, ma vuoi mettere con la partita?». E i soliti esteti: riecco per una volta il sempre rimpianto "style Pie Douze" quel divino look faraonico saggiamente preservato fino a Papa Pacelli in San Pietro, e poi deplorevolmente azzerato dal triste Papa Montini, con gli effetti che oggidì si riscontrano. (Ma sta ora cascando anche la regola di «The Show Must Go On»? Cosa accadrebbe se un divo rock abbandonasse il palco per far dispetto al pubblico? E se per il celebre abbandono della Norma a una "prima" romana, la Callas stessa fosse uscita un attimo per far le sue scuse dolenti al pubblico di gala, non l´avrebbero coperta d´applausi?). Alberto Arbasino