L’Espresso 12/12/2006, Luca Piana, 12 dicembre 2006
Il medico in redazione. L’Espresso 12 dicembre 2006. Anche un re ogni tanto deve rendere omaggio. E Giuseppe Rotelli, condottiero di un impero tutto lombardo negli ospedali privati, il giorno dopo il suo ingresso tra i grandi azionisti del quotidiano milanese ”Corriere della Sera” si è dovuto inchinare due volte
Il medico in redazione. L’Espresso 12 dicembre 2006. Anche un re ogni tanto deve rendere omaggio. E Giuseppe Rotelli, condottiero di un impero tutto lombardo negli ospedali privati, il giorno dopo il suo ingresso tra i grandi azionisti del quotidiano milanese ”Corriere della Sera” si è dovuto inchinare due volte. «Per me il ”Corriere” è sempre stato un mito, una grande istituzione culturale e finanziaria», ha detto in una delle numerose interviste che lui, un tempo super riservato imprenditore, ha concesso per spiegare i motivi del suo debutto, con il 5 per cento dei diritti di voto, nella storica casa editrice Rcs. Il secondo tributo, altrettanto rituale per ogni neofita, è stato pagato all’autonomia del giornale: «Ritengo che il mio ingresso sia un servizio reso all’indipendenza del ”Corriere”». Al di là delle formule convenzionali, l’operazione Rcs per Rotelli è la prima uscita in grande stile nel mondo della finanza. A 61 anni, sposato con tre figli, residenza a Montecarlo e vita fra la Costa Azzurra e Milano, era noto finora solo agli addetti ai lavori. La maggior parte dei suoi clienti, infatti, non l’hanno mai nemmeno sentito nominare. Grazie a una legge voluta dieci anni fa dal presidente lombardo Roberto Formigoni, si recano però tutti i giorni con la semplice ricetta della mutua nei suoi 15 ospedali convenzionati, come farebbero in una normale struttura pubblica. Nella sanità lombarda, infatti, vale la parità assoluta fra pubblico e privato: i cittadini si fanno curare dove vogliono e la Regione rimborsa tutti nella stessa misura. Un lusso al quale chi paga le tasse contribuisce con una speciale addizionale regionale sull’Irpef, introdotta nel 2001, e che suscita ampi dibattiti. Una cosa è certa: i privati, in Lombardia più che altrove, hanno fatto boom. A differenza di altri, Rotelli non si è però inventato medico nell’era formigoniana. Se avesse voluto, avrebbe avuto la strada spianata fin da giovane, visto che il padre era tra i fondatori di due diverse cliniche, la prima a Pavia e la seconda alle porte di Milano, quel Policlinico San Donato che oggi dà il nome al gruppo. Rotelli all’inizio sceglie però una strada diversa. Si laurea in legge e nel 1972 entra alla Regione Lombardia. Stringe rapporti; inanella cariche; ottiene una seconda laurea in medicina e una cattedra universitaria; diventa presidente del Comitato per la Programmazione Sanitaria, un posto dal quale, recita la biografia ufficiale, collabora «alla redazione di molte leggi in materia di sanità». Interpellato da ”L’espresso”, nega però che vi fosse premeditazione nell’occuparsi dal versante politico del campo in cui la famiglia aveva i propri interessi: «Avevo», dice, «un temperamento diverso da mio padre e le nostre carriere sono state separate a lungo. Quando nel 1980 ebbe un’ischemia, dovetti scegliere se vendere tutto o cambiare professione». Inizia allora un percorso che nel 2005 porta il gruppo a ricavi per 649 milioni, con un utile di 20, il primo dopo anni di vacche magre per il peso degli investimenti effettuati. Al di là dei riferimenti politici, craxiani un tempo, formigoniani oggi, con la tendenza a essere «equivicino» a tutte le parti, per usare la definizione della ”Stampa”, in questi anni Rotelli ha incrociato numerosi esponenti di primo piano del mondo della finanza. Fra gli alleati, il più importante è probabilmente la famiglia di Pietro Strazzera, commercialista che figura in stretti rapporti con gran parte della Milano bene e che viene considerato tra i principali investitori privati sulla Borsa di Milano. Più complicati gli intrecci con i Ligresti. Nel 2000 il gruppo San Donato consolidò il proprio ruolo nella sanità lombarda acquistando da Antonino Ligresti, reduce dalla tragedia del rogo dell’ospedale Galeazzi dove morirono 11 persone, tre strutture convenzionate e due cliniche private di buon nome, la Madonnina e la Città di Milano. Proprio nella società Madonnina Spa che controlla le due cliniche, le uniche del gruppo che accolgono solo pazienti paganti, resta però una quota di minoranza (il 7,3) la cui proprietà è celata dietro lo schermo di una fiduciaria. Stando alle indiscrezioni, dietro vi sarebbe ancora Salvatore Ligresti, fratello più noto di Antonino e proprietario della Sai Fondiaria. Non si può dire che la convivenza nella Madonnina sia però facile. La società risente del cattivo andamento della Città di Milano e della concorrenza dei reparti paganti nelle strutture pubbliche; all’ultima assemblea, convocata per l’approvazione del bilancio 2005, i legali della fiduciaria hanno sollevato numerose contestazioni e bocciato il consiglio d’amministrazione. Dietro le critiche vi potrebbe forse anche essere un tentativo di fare pressioni su Rotelli per indurlo a vendere. «Ho molte manifestazioni d’interesse ma sono compratore di ospedali, in Italia e all’estero, non venditore», dichiara lui. Un occhio sulla Città di Milano l’avrebbe messo anche l’ex sindaco socialista Carlo Tognoli, oggi capo della Fondazione che gestisce il confinante Ospedale Maggiore, per collocarvi i medici del pubblico quando svolgono l’attività privata. «Ma il mio mestiere non è quello dell’affittacamere. Se si vuole creare un legame, le strade sono diverse, a cominciare da una convenzione», dice Rotelli. Si torna così al cuore vero dei suoi affari, gli ospedali, dove paga la Regione e incassa lui. Antonio Marchini, segretario milanese della Cgil per la sanità privata, mette in luce uno dei fattori di questo business: «Sono cinque anni che non riusciamo a ottenere un contratto integrativo per gli ospedali del gruppo», spiega, rilevando come gran parte del personale lavori con contratti a tempo: «Molti infermieri arrivano dall’Est Europa e hanno più timori quando si tratta di prendere posizione». Alla maggiore libertà sul fronte dei costi rispetto al pubblico, si è aggiunta negli anni del governo Berlusconi una nuova fonte di risorse, utile per fronteggiare i tetti di spesa che la Regione è stata costretta a imporre. Al pari di altri ospedali privati, le due strutture di punta del gruppo, il San Donato e il Galeazzi, hanno assunto lo status di ”Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico”, che permette loro di accedere ai fondi ministeriali per la ricerca. La manica larga adottata in questo campo dalla Regione, che dà il via libera all’iter, ha suscitato diverse critiche nel mondo accademico. Dice Pier Mannuccio Mannucci, docente alla Statale di Milano e uno dei ricercatori italiani più citati a livello internazionale: «Molti privati sono stati ammessi ai fondi sulla base della fiducia: spesso potevano vantare un’apprezzabile attività clinica, ma non avevano alcuna tradizione nella ricerca. Magari si sono attrezzati in seguito, assumendo direttori scientifici di fama. Nessun ospedale pubblico, però, ha ottenuto nulla ex ante». Nel caso del San Donato, la pratica è andata avanti alla velocità della luce. La domanda è stata presentata in Regione il 20 gennaio 2005. Dopo soli 26 giorni Formigoni ha trasmesso la pratica al ministero. «La Regione ci conosce da anni», osserva Rotelli. Santa burocrazia. Luca Piana