Panorama 14/12/2006, Goffredo Fofi, 14 dicembre 2006
007 con licenza di uccidere i corvacci. Panorama 14 dicembre 2006. Con questo sono, se non erro, 22 i film ispirati al personaggio di James Bond, creazione letteraria di uno scrittore mediocre, di cui pian piano ci siamo dimenticati, come è successo altre volte, a favore della sua creatura, ma soprattutto perché i film hanno soppiantato i romanzi, sono più divertenti dei romanzi
007 con licenza di uccidere i corvacci. Panorama 14 dicembre 2006. Con questo sono, se non erro, 22 i film ispirati al personaggio di James Bond, creazione letteraria di uno scrittore mediocre, di cui pian piano ci siamo dimenticati, come è successo altre volte, a favore della sua creatura, ma soprattutto perché i film hanno soppiantato i romanzi, sono più divertenti dei romanzi. Ventidue e il ventiduesimo è dei più persuasivi, per chi ancora riesce ad appassionarsi ai prodotti di una mass culture ripetitiva, ossessiva. Oggi più che le indicazioni del pubblico contano gli studi di mercato, le indagini degli addetti ai lavori. La forza di James Bond su tanti altri prodotti destinati all’enorme pubblico del globo, o della sua parte meglio stante, è ormai nella sua anzianità: 22 film, nessun altro eroe del cinema è durato altrettanto, più di quarant’anni!, e tutti sono stati kolossal costati tantissimo e che hanno incassato, quasi tutti, molto di più di quanto siano costati. L’ultimo, sorpresa!, è il più azzardato e uno dei meglio riusciti, perché è un film tutto al presente, dentro i miti del nostro atroce presente. A patto di amare questo tipo di film, e di sapervi ritrovare il gusto antico del romanzo a puntate, del fumetto seriale, dei Fantomas o Pearl White o Nick Carter del cinema muto, verificando le costanti e le varianti di un intero secolo. Casino royaleè tratto dal primo romanzo della serie scritto da Ian Fleming ed è diretto da Martin Campbell, che già quattro Bond addietro aveva con Goldeneye affrontato di petto la questione Bond riuscendo a darci un film degno del primo, Agente 007 licenza di uccidere, e con Pierce Brosnan che si rifaceva vistosamente ai modi del primo Sean Connery. Casino royalenon solo è degno di Goldeneye e di Goldfingero Thunderball, ma sa anche darci un Bond fisicamente inedito, nuovo, efficacissimo quanto diverso dal modello Connery-Brosnan. questa la scommessa maggiore del film e gli autori l’hanno vinta. Un antipatico-simpatico nella schiera dei duri dello schermo, più Kirk Douglas che Sean Connery, più brutto che bello, più muscoloso che elegante, più impostato che con stile, e fin troppo ariano, e biondo, e si direbbe perfino con qualcosa di tedesco, secondo le convenzioni cinematografiche del passato. Nei film di ieri la maschera di Daniel Craig sarebbe stata perfetta per un graduato della Wermacht più che per un eroe dalla parte del bene, o di ciò che il Foreign office può considerare il bene. Daniel Craig potrà durare sullo schermo, credo, anche più al centro della scena più densa di Casino royale), il rimando a modelli letterari e cinematografici lontani, dal gotico al decadente, frammisti a una postmodernità da videogiochi che si fa ridondante nelle lunghissime scene di azione destinate al pubblico dei film a inseguimento e a effetti speciali venuti in uso negli anni Ottanta, l’edonismo esibito dei protagonisti, i supercattivi come Bond, e così via. Ma cosa c’è di cambiato, infine? I cattivi: la splendida galleria dei malvagi continua, ed è meridionale ma non araba, e Le Chiffre, il più presente di loro, è albanese, la sua «qualità» è una certa sadica e incerta normalità, di mercenario e intermediario finanziario; la scena di tortura è assai hard, trattandosi di botte sui testicoli di Bond, nudo e legato su una sedia liberata dal fondo. Le donne sono due, una generica, la più bella, la prima, e una specifica, quella che si sacrifica, alta funzionaria di banca (il denaro, sempre, anche quando si tratta di sentimenti). Bond ha un fisico da rivista di fitness oggi in voga; il giro del mondo dell’avventura si conclude in una Venezia di facili crolli e di acquatiche agonie; i computer e i telefonini sono i gadget indispensabili, anzi fondamentali; il capo di Bond è una donna, umana nei limiti del ruolo, Judi Dench; non c’è più una segretaria addetta a Bond, quella delle puritane battute a doppio senso; la storia d’amore è molto più cupa e più romantica del solito; il finale è più aperto e più allusivo: il terrorismo e i suoi manovratori sono meno fantascientifici e più realistici del solito, e Bond deve cercare chi sta dietro, senza davvero riuscirvi se alla fine, puniti i cattivi, si ricomincia e ce ne sono altri nell’ombra. Per inciso, non si parla mai dell’11 settembre. Ma torniamo al Bond di Daniel Craig e all’abile dialogo che con lui intrattiene la Vesper di Eva Green: un concentrato di pseudopsicologia che svela ciò che Sean Connery e le sue belle cercavano di nascondere: l’origine povera di entrambi, e diciamo pure, esplicitamente, volutamente, vittoriosamente, cafona. Fleming era uno snob che si idealizzava in Bond, ma abbastanza accorto da pensare all’identificazione dei suoi lettori, membri di classi molto più basse. Martin Campbell rincara la dose e Daniel Craig ci mette del suo: arroganza, sicurezza, biondezza, muscoli, smorfia e una qual volgarità di arricchito. L’identificazione è più facile, è di oggi. Connery (e Brosnan) pretendevano di vendere classe agli spettatori delle grandi platee, Craig ci sbatte in faccia la sua e nostra volgarità di arricchiti, o di veneratori della ricchezza, di cui sesso e violenza sono gli indispensabili corollari. Goffredo Fofi