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 2006  dicembre 12 Martedì calendario

Chiese Usa grandi come stadi, ma nessuno le vuole vicino casa. Corriere della Sera, martedì 12 dicembre New York

Chiese Usa grandi come stadi, ma nessuno le vuole vicino casa. Corriere della Sera, martedì 12 dicembre New York. La religiosissima America - il 94 per cento della popolazione si definisce credente e il 40 per cento frequenta nei fine settimana un luogo di culto - comincia ad avere un problema: troppe chiese. In tutto il Paese si moltiplicano i conflitti tra congregazioni, municipi e le stesse comunità locali: le prime rivendicano il diritto di «crescere e moltiplicarsi» ovunque, anche nelle zone residenziali più esclusive. In questo le organizzazioni religiose sono sostenute da una legge del 2000 (voluta da Clinton ma approvata col voto unanime di democratici e repubblicani) che considera lo sviluppo immobiliare parte integrante della libertà di culto e vieta alle amministrazioni locali di usare i piani regolatori per frenare la crescita dell’edilizia religiosa: non solo chiese ma anche uffici, mense, scuole, centri di assistenza sociale. «Tutti vogliono andare in chiesa, ma nessuno la vuole vicino a casa» accusa David Watkins, un avvocato che assiste molte congregazioni nelle dispute legali che si stanno moltiplicando in molti Stati. « una combinazione di fastidio per le esenzioni fiscali di cui godono tutte le organizzazioni ecclesiastiche e di effetto Nimby». Questo termine che sta per «Not in my back yard», cioè «non nel mio cortile», è un’espressione divenuta ormai di uso comune anche in Italia. Indica l’insofferenza dei cittadini che hanno bisogno di infrastrutture – autostrade, ferrovie, centrali elettriche, depuratori – ma non le vogliono vicino casa. Nel caso delle chiese americane la situazione è un po’ diversa: Englewood, cittadina del New Jersey a poche miglia da New York, ha appena 26 mila abitanti, ma con ben 45 congregazioni è la capitale religiosa della contea di Bergen. Ma ogni nuovo centro religioso toglie spazio alla crescita delle zone residenziali e commerciali. Ora che altre quattro congregazioni sono arrivate in città e hanno chiesto di poter costruire nuove chiese, c’è stata la prima la levata di scudi della cittadinanza. Problemi analoghi si presentano ovunque: da Orlando, in Florida, dove le chiese spuntano come funghi e si concentrano attorno ai nodi stradali principali, col risultato che nei fine settimana si creano ingorghi giganteschi, a Boulder, città turistica del Colorado alle pendici delle Montagne Rocciose, dove alcune congregazioni stanno sfidando le norme locali per la tutela del paesaggio, fin qui applicate con grande rigore. Il problema si è acutizzato col diffondersi del fenomeno delle «megachiese», luoghi di culto spesso grandi come stadi, capaci di accogliere anche 10-15 mila fedeli alla volta. Negli Stati Uniti, spiega Scott Thumma, docente di sociologia delle religioni all’Hartford College, esistono ormai oltre 1.200 chiese in grado di ospitare più di 2.000 persone. un fenomeno in continua espansione che risponde alla domanda crescente del «mercato» religioso e che è perfettamente compatibile con la filosofia della crescita: sia quella, spirituale, del proselitismo, sia quella, più venale, delle attività economiche e sociali gestite dalle congregazioni. Una situazione che provoca tensioni crescenti, visibili soprattutto in Florida, California e Texas, gli Stati nei quali la concentrazione delle megachiese è più elevata. In un Paese fondato da colonie di pellegrini che fuggivano dalle persecuzioni religiose in Europa e che avevano deciso di fare dell’America la «terra promessa» della libertà di culto, le chiese – di ogni tipo – si sono sempre moltiplicate senza incontrare ostacoli rilevanti, come può facilmente verificare chi si trova a girare per i sobborghi di una qualunque città degli Usa. Ogni comunità vuole la sua chiesa e quindi i quartieri sono popolati da sinagoghe, moschee, tempi cattolici, induisti, sikh, centri buddisti, luoghi di culto delle comunità coreane pentecostali, oltre alle mille chiese del protestantesimo cristiano. Per molto tempo le amministrazioni locali hanno taciuto, perché in America la libertà di culto è sacra e le organizzazioni religiose hanno un forte peso anche in termini elettorali. Ma le crescenti proteste dei cittadini e gli squilibri generati da un eccessivo afflusso di organizzazioni religiose hanno alla fine indotto molti sindaci a mobilitarsi. Con risultati, peraltro, modesti: quando non autorizzano la costruzione di nuovi edifici ecclesiastici o l’ampliamento dei centri esistenti, le congregazioni ricorrono in tribunale e – forti del «Religious Land Use Act», la legge firmata da Clinton – quasi sempre vincono. In molti casi, però, ora è la stessa cittadinanza a mobilitarsi, con assemblee pubbliche che costringono le congregazioni a confrontarsi con i loro futuri «vicini». E a cercare soluzioni di compromesso, se non vogliono finire «in trincea». «Qui non parliamo più di chiesette di mattoni che si confondono con le altre residenze del quartiere, ma di congregazioni che costruiscono arene, occupano capannoni industriali o riconvertono cinema multisala dismessi» si lamentano i cittadini. Il numero delle megachiese, in effetti, è raddoppiato negli ultimi cinque anni. Dove arrivano loro, i municipi devono affrontare grossi problemi di viabilità e anche difficoltà di tipo economico: per legge, infatti, tutte le attività delle congregazioni, anche quelle che hanno un contenuto economico, sono «esentasse». Poiché le comunità religiose in genere occupano aree destinate allo sviluppo commerciale o ad abitazioni – attività che, invece, garantiscono un gettito fiscale rilevante – i comuni si trovano ben presto a dover fronteggiare un buco nel bilancio. In genere le congregazioni cercano di farsi accettare dai «vicini» offrendo anche servizi sociali: asili-nido, scuole, mense per i poveri. Spesso è una soluzione che funziona. Ma lo spiccato senso imprenditoriale che in America è diffuso anche tra i pastori, spinge un numero crescente di congregazioni a produrre servizi – «fitness center», sale per conferenze, case per anziani, addirittura centri per l’abbronzatura artificiale – che hanno anche un rilevante valore commerciale e che finiscono per distorcere la concorrenza, visto che, come detto, le congregazioni operano in totale esenzione d’imposta. Per di più le leggi che tutelano la libertà religiosa danno alle congregazioni mano libera nella gestione della forza-lavoro e le sottraggono a ogni tipo di controllo pubblico (compresi quelli sulla qualità dei servizi offerti e il rispetto delle norme di sicurezza): un’altra fonte di malessere e incomprensioni. Lo Stato dell’Alabama sta cercando di ripristinare alcuni controlli, ma il presidente della Christian Coalition, John Giles, si oppone: «La miglior garanzia sono i pastori stessi, non serve nessun controllo di qualità». Un po’ più a Ovest il parlamento del Texas ha, invece, da tempo silenziosamente reintrodotto una serie di controlli sui centri per l’infanzia: dopo la totale liberalizzazione decisa negli anni Novanta dal governatore George Bush, infatti, si erano verificati numerosi casi di abuso sui minori. Massimo Gaggi