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 2006  dicembre 12 Martedì calendario

Vendevo morte ora mi riscatto. La Stampa, martedì 12 dicembre Da cinque anni Alfieri Fontana dorme sonni tranquilli, senza incubi e senza rimorsi di coscienza

Vendevo morte ora mi riscatto. La Stampa, martedì 12 dicembre Da cinque anni Alfieri Fontana dorme sonni tranquilli, senza incubi e senza rimorsi di coscienza. Il «signore delle mine» non ha abbandonato il settore esplosivi ma ha passato la linea del fronte. Ha disertato. Non più fabbricante di morte ma cacciatore di mine: le più pericolose, quelle antiuomo. Quelle che in Bosnia Erzegovina continuano a seminare morti, 20 quest’anno, 4 volte più del 2005. La ripresa economica del Paese e la vendita del Pet, il combustibile ricavato dal legname, hanno trasformato boscaioli e raccoglitori di funghi in potenziali «dead men walking». Senza dimenticare le vittime di altri esplosivi, come gli ultimi due a Mostar, uccisi dai resti delle Cluster Bomb. Ordigni che potrebbero essere confezionati «in modo da renderli inattivi in caso di mancata esplosione», spiega Fontana. Non è così. Per questo chiede la messa al bando. La missione Solo allora Alfieri Fontana, 56 anni, sposato con due figli adulti, potrà andare in pensione. Adesso c’è troppo da fare. Dal 2001 è alla testa del gruppo di sminatori incaricato di bonificare Sarajevo e le sue colline. Lavora per l’Ong Intersos sotto l’egida delle Nazioni Unite. Da gennaio il coordinamento delle operazioni passerà alla cooperazione italiana. Il direttore Aldo Sicignano racconta che gli sminatori «adorano» Fontana. Sarà perché in 8 anni nessuno delle donne e degli uomini che hanno lavorato per lui ha perso la vita. Il «signore delle mine» batte la mano sul tavolo e tocca legno - come si usa a Sarajevo contro la sfortuna - e parla con orgoglio degli ex minatori, delle donne e degli ex militari che lavorano con lui. Non super eroi ma «persone che hanno paura delle mine ed è per questo che si muovono con prudenza e attenzione». Sono ben pagati, 1000, 1200 euro al mese: una fortuna se paragonati ai 200 euro che prende un poliziotto in questa città dove la ricostruzione sta cancellando le rovine materiali, palazzi e moschee, ma ha semplicemente ricoperto le divisioni tra etnie e religioni. «Se tutto va bene - racconta - la bonifica della Bosnia sarà completata nel 2012/2013». Un lavoro lento e costoso: bonificare un metro quadrato costa infatti 1000 dollari, cento volte il prezzo di una mina. Terra recuperata Nel 2005 sono state distrutte in tutta la Bosnia 2000 mine e sono stati liberati 4 milioni di metri quadrati. Fontana racconta con enfasi la restituzione alla città degli ottantamila metri quadrati della Fa.Mo.S, la fabbrica motori di Sarajevo, la Mirafiori della Bosnia minata e fatta saltare dai serbi del super ricercato generale Mladic. Il «signore» delle mine ricorda ancora il suo primo giorno davanti ai cancelli con la piantina della dislocazione delle mine in mano. «Ne erano segnate 50, ne abbiamo trovate 49. Ho domandato: e la cinquantesima? E’ sceso il gelo. Ho subito capito». Alla fine ne sono saltate fuori 130 - tutte di provenienza dall’ex Jugoslavia - e ora al posto della Fa.Mo.S ci sono 22 piccole imprese. Il governo, adesso, vorrebbe bonificare i siti turistici, soprattutto quelli di montagna. Nel quartiere turco del centro città, accanto alle magliette di Tito sono in vendita anche le T-Shirt che ricordano le Olimpiadi Invernali ”84. Fontana - ingegnere di quarta generazione di una famiglia di Bari dalle tradizioni liberali - 22 anni fa era capo progettista della Tecnovar di Bari, un ramo dell’impresa di famiglia per la costruzione di alternatori e stampaggi di impianti elettrici. Negli Anni ”70 si era specializzata nella produzione di mine anticarro e antiuomo. I rapporti con l’esercito risalgono ai primi Anni ”60. «Rispondemmo - racconta Fontana - a un bando del ministero della Difesa». Il business inizia dopo la guerra del Kippur tra Israele, Egitto e Siria. Siamo nel ”73 e la «fame» di mine nel mondo è immensa. La Tecnovar si getta sul mercato internazionale. Ecco i «campionari», ecco la partecipazione alle mostre degli armamenti. Il business arriva. Nel ”79 la Tecnovar - che ha aperto una sede a Teano dedicata agli esplosivi - firma un contratto col governo egiziano per la fornitura di 3 milioni di mine, metà anticarro metà antiuomo. «Tutto alla luce del sole - precisa - perché sono stato un fabbricante di armi e non un trafficante: la destinazione finale del prodotto è stata certificata dal governo egiziano». La crisi Che poi quelle mine da lì siano state triangolate verso altre destinazioni Fontana non lo può sapere, anche se il dubbio ha iniziato a tormentarlo. «Cercavo di far coincidere il business con l’illusione che ci fosse un’etica nell’utilizzo degli armamenti e che quelle mine servissero per fermare eserciti e non per terrorizzare e sterminare intere popolazioni». Sono gli anni dell’insonnia, dei dubbi, dei rimorsi. Nel ”93 parte la campagna per la messa al bando delle mine antiuomo, cresce l’indignazione dell’opinione pubblica. Sulla strada di Fontana si para don Tonino Bello, uno dei fondatori di Pax Christi. Nicoletta Dentico, che oggi dirige la sezione italiana di Medici Senza Frontiere, lo chiama per convertirlo. «La scelta - racconta - era tra smettere di produrre in Italia o andare all’estero: perché quel che conta, mi spiegò un generale iracheno, è che sulle mine ci fosse l’odore d’Italia». La Tecnovar smise di produrre nel ”97. Impossibile riconvertirla «ma nessuno degli operai è rimasto a casa». Poi le prime operazioni di sminamento in Angola e nel Kosovo. «Il bello del nostro lavoro - racconta Fontana - è strappare i fili di qualcosa di orribile per ridare vita a spazi che possano contenere qualcosa di buono». Maurizio Tropeano