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 2006  dicembre 11 Lunedì calendario

Louise Brooks il diavolo a Hollywood. La Stampa 11 dicembre 2006. Torino. Louise Brooks? Fra le leggende di Hollywood oggi è la più dimenticata

Louise Brooks il diavolo a Hollywood. La Stampa 11 dicembre 2006. Torino. Louise Brooks? Fra le leggende di Hollywood oggi è la più dimenticata. E se non fosse per il fanatismo benefico dei cinefili, che le hanno reso omaggio nelle Giornate del cinema muto a Pordenone, sarebbe passato nel silenzio più compatto anche il centenario della sua nascita (14 novembre 1906), il secolo di un’attrice abbagliante, intelligente, fin troppo moderna per quegli anni Venti sospesi tra la jazz age e la Berlino dell’espressionismo. Era del Kansas, seconda di quattro figli. Da bambina aveva studiato danza, spinta dalle ambizioni di una madre che, pur suonando magnificamente il pianoforte, non aveva mai tenuto un concerto. Alla danza aveva però preferito il teatro di rivista e il cinema, divenendo la star precoce di una Hollywood che all’epoca era davvero Babilonia, odorava in permanenza di whisky e di coca, amava le veneri in pelliccia, ma strangolava gli scritturati con contratti capestro. Nel cinema che era già industria Louise Brooks brillò come una triplice eccezione: fisica, artistica e intellettuale. Era sottile. Possedeva un corpo flessuoso e un volto dai lineamenti perfetti. In più, da quando aveva sacrificato i lunghi capelli, esibiva un taglio alla maschietto con una frangia che le scendeva fino all’arco delle sopracciglia. Emanava una tale carica di erotismo da entrare come un siluro nell’immaginario sessuale degli uomini e delle donne. Diceva Henri Langlois, il padre della Nouvelle Vague francese: «Basta vederla per credere alla bellezza, alla vita, alla realtà dei personaggi. Possiede quella naturalezza che soltanto i primitivi conservano davanti all’obiettivo». Eppure Louise non amava il cinema. Al ristorante «Tony» di New York, il regista William Wellman che nel 1928 la dirigeva in Beggars of Life, le chiese un giorno a bruciapelo: «Perché odi sempre interpretare film, Louise?». L’attrice alzò gli occhi su di lui, ma non rispose. Però era vero: odiava il cinema. Interpretò in tutto ventitre film e toccò il punto più alto della carriera nel 1929, quando ruppe il contratto con la Paramount e rispose alla chiamata di Pabst per girare a Berlino Lulu da Wedekind. Pabst aveva visto una sua immagine ed era rimasto incantato, al punto da licenziare la già scritturata Marlene Dietrich e a volere lei. Louise non aveva mai sentito nominare Pabst, né conosceva l’opera di Wedekind. Tuttavia accettò: per curiosità, ma anche per starsene in pace con George Marshall, un bell’uomo atletico arricchitosi con una catena di lavanderie, tanto da comprare una squadra di football, i «Boston Braves», che lui ribattezzò «Washington Redskins». Il lavoro con Pabst andò a gonfie vele. Ogni sera il regista e Marshall guardavano i «giornalieri» e Marshall le diceva immancabilmente: «Scrubbie, sei grande». Scrubbie-Louise era così grande, che non se ne accorse nessuno. Il film, per un bel po’ d’anni, entrò nella gola del silenzio. L’indifferenza verso Lulu non ebbe alcuna responsabilità nella decisione di abbandonare il cinema. Quando lo fece, Louise aveva soltanto 26 anni: forse l’età giusta perché un’attrice che sul set leggeva Schopenhauer si sentisse diversa da tutti; forse l’età giusta per disprezzare la dissipazione dei corpi e dei talenti. E Louise Brooks, onorando la terza delle sue eccezioni, fece definitivamente le valigie, forse per diventare scrittrice, forse pittrice, non sapeva ancora. Né sapeva che, abbandonando gli studios al colmo del proprio splendore, avrebbe alimentato una leggenda, avrebbe assunto un corpo di carta che già nel 1926 appariva sulle pagine di Image a firma di John Striebel. Per la prima volta nella storia, un’attrice diventava personaggio di un fumetto. Striebel la ribattezzò Dixie Dugan e la rappresentò come una ragazza media americana colma di sogni e così continuò fino al 1966. Ma già nel 1965 Guido Crepax s’era impossessato di Louise e l’aveva trasformata in Valentina. Ecco, agli occhi del grande pubblico la Brooks ha continuato a vivere così, come un fumetto ora romantico e ora perverso. Lei, ormai lontana dai riflettori, continuava a cercare se stessa, a considerarsi perduta: «La mia vita è stata niente», confessava con malinconia a Crepax. Scrisse un libro, Lulu a Hollywood (pubblicato in Italia da Ubulibri). Doveva essere un’autobiografia, diventò un ritratto feroce di Hollywood e dei suoi dèi, un racconto di film e di attori che mostrava il limo in cui può nascondersi l’oro. Basterà leggere il capitolo dedicato a Humphrey Bogart per capire quanto lo star system possa cambiare «un ragazzo snello dai modi affascinanti» in un ruvido maschio attaccato alle femmine non meno che alla bottiglia. A Hollywood Louise ha continuato a dedicare articoli e memorie: su Charles Chaplin, su Marlene Dietrich, su Marion Davis, sulla Garbo. Sembrava che volesse capire e spiegare fino in fondo perché Hollywood fosse «glamorous» e perché lei ne fosse così nauseata. Perché, dunque? «Perché era un luogo distruttivo». Parallelamente dipingeva. Negli anni Cinquanta si trovava a Parigi per un omaggio che le dedicava la Cinémathèque. L’attrice e studiosa di cinema Lotte Eisner, che era stata sua amica a Berlino, andò a farle visita. Annotò che non aveva più la frangetta, portava i capelli raccolti sulla nuca, ma era ancora molto bella e franca. Louise le regalò un suo quadro: «un albero disegnato con tratti forti e chiari, con toni bianchi, neri e grigi, e una firma rossa a imitazione dei caratteri cinesi». Le disse che quel regalo «veniva da un vecchio cinese: ”Lou Brou”». Ecco, inseguendo se stessa e non trovandosi mai, Louise Brooks aveva finito per considerarsi un vecchio cinese distaccato da tutto. E se alla fine aveva rinunciato anche a scrivere, era perché «scrivere la verità per lettori nutriti delle sciocchezze della pubblicità è un esercizio senza senso». Louise Brook è morta l’8 agosto 1985. Osvaldo Guerrieri