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 2006  dicembre 08 Venerdì calendario

Dalle riserve al business. La Stampa 8 dicembre 2006. New York. Dietro l’acquisto dell’Hard Rock Café da parte di una società finanziaria della tribù dei Seminole della Florida c’è un’industria dal valore di circa ventidue miliardi di dollari, articolata in una galassia 360 hotel, resort e sale da gioco in ventidue Stati dalla costa del Pacifico a quella dell’Atlantico

Dalle riserve al business. La Stampa 8 dicembre 2006. New York. Dietro l’acquisto dell’Hard Rock Café da parte di una società finanziaria della tribù dei Seminole della Florida c’è un’industria dal valore di circa ventidue miliardi di dollari, articolata in una galassia 360 hotel, resort e sale da gioco in ventidue Stati dalla costa del Pacifico a quella dell’Atlantico. L’autonomia territoriale. All’origine c’è una sentenza del 1987 con la quale la Corte Suprema di Washington riconobbe alle tribù pellerossa di poter gestire case da gioco sui loro territori senza l’obbligo di rispettare le leggi statali. La battaglia di fronte alla Corte Suprema premiò così la tesi dei discendenti degli indiani d’America, secondo i quali la «sovranità limitata» riconosciuta dal governo federale ai singoli territori tribali - le riserve dentro cui furono rinchiusi i loro avi - consente di gestire attività economiche «al di fuori dei regolamenti degli Stati». Dopo quella sentenza il Congresso di Washington approvò nel 1988 l’«Indian Gaming Regulatory Act» che stabilisce le modalità a cui i «nativi americani» devono attenersi per gestire casinò e bingo, con relativi hotel e resort edificati spesso in paradisi naturali. Il boom economico. Ecco la genesi di un boom economico che vede oggi oltre 220 tribù gestire almeno 360 case da gioco e bingo, il più grande dei quali è il «Foxwoods Casino» dei Peqout Mashantucket di Ledyard, nello Stato del Connecticut. Le conseguenze sono state a pioggia, sin dall’impiego di migliaia di pellerossa, dai croupier alle cameriere. Ad avere più successo sono le case da gioco che sorgono vicino alle metropoli, il primato in questo senso va alla California del governatore repubblicano Arnold Schwarzenegger. A conti fatti però i casinò di successo sono una minoranza - il 12 per cento incassa il 65 per cento dei profitti - e questo ha innescato ricadute sociali pesanti: dalle proteste di qualche tribù contro lo sperpero dei giovani, al sospetto che alcune case da gioco possano servire al crimine organizzato per riciclare denaro sporco, senza contare i dubbi di molti Stati sul fatto che anche i deboli regolamenti esistenti vengano spesso violati. Le indagini dell’Fbi. Per far fronte a tali dubbi nel 2004 l’Fbi e la Commissione per il gioco nelle riserve indiane (Nigc) hanno creato il team investigativo «Igwg», incaricato di verificare la legalità di un business nazionale che somma più profitti di Las Vegas e Atlantic City messe insieme. Negli ultimi due anni sono stati riscontrati almeno trenta casi di «sospette attività criminali», inclusa la riserva di Tonkawa, in Oklahoma, dove una ventina di persone celavano nel casinò un giro di scommesse clandestine su corse di cavalli ed altri eventi sportivi del valore di 200 milioni di dollari annui. Ma le indagini, che hanno investito anche il mondo del racket e della prostituzione, si sono scontrate con ostacoli giudiziari: a fine ottobre la Corte di Appello del Distretto di Columbia ha proibito alla Nigc di continuare gli accertamenti poiché stava violando la «sovranità limitata» delle tribù d’America, che in totale sono 562. Lo scontro legale è avvenuto in particolare su alcuni accertamenti che avrebbero dovuto riguardare case da gioco in Arizona, Oregon, California, Minnesota e Oklahoma, dove gli investigatori sono stati allontanati senza troppi complimenti dai gestori, a cui la legge ha poi dato manforte. La sentenza del tribunale del Distretto di Columbia nasce dal radicato rispetto della Corte Suprema per i diritti dei pellerossa che una volta dominavano il Nord America ma per Randy Jackson, direttore dell’unità dell’Fbi che indaga sulla «Nazione indiana», si tratta di una decisione che «ostacola gli accertamenti e causa forti preoccupazioni in quando senza verifica delle norme approvate dal Congresso l’intera industria delle case da gioco è messa in pericolo». Popolazione pellerossa tra le più note, i Seminole devono il loro nome alla condizione di transfughi in cui si trovarono nel XVIII secolo. In lingua creek il termine vuol dire fuggitivo. Tali furono i Seminole quando giunsero nell’attuale Florida in cerca di terra: qui si integrarono con con altre tribù e gruppi di schiavi neri, dando vita a una delle confederazioni indiane più pugnaci del Nordamerica. Fu l’unica popolazione pellerossa a non stringere accordi con i bianchi. Nel 1923, dopo un’estenuante serie di guerre, ne fu riconosciuta l’autonomia, con la costituzione in riserva dei territori occupati. Oggi la tribù è divisa in cinque zone. Vive di caccia e pesca e degli utili derivati dal turismo, favorito dalla sopravvivenza degli antichi usi della popolazione. Maurizio Molinari